HANDEL
Alcina
Alcina, R. Fleming
Ruggiero, S. Graham
Morgana, N. Dessay
Bradamante, K. Kuhlmann
Oronte, T. Robinson
Melisso, L. Nauri
Oberto, J. Lascarro
Les Arts Florissants
W. Christie, dir.
ERATO
8573802332
3 CD
3h 10'

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Cosa ci si deve aspettare oggi davanti ad una nuova edizione di un’opera di Handel? È la domanda che ci si pone ascoltando questa nuova edizione di Alcina diretta da William Christie alla testa dell’ormai noto ensemble da lui fondato, Les arts Florissants. Si tratta di una ripresa effettuata dal vivo relativa alla produzione andata in scena presso la Salle Garnier dell’Opéra di Parigi nel giugno dello scorso anno che l’etichetta francese Erato si è affrettata a pubblicare. Christie si avvale qui di un cast che si può genericamente definire "internazionale" potendo contare su un paio di primedonne affermate come Renée Fleming e Natalie Dessay, su alcune specialiste nei ruoli di contralto e mezzosoprano di coloratura come Kathleeen Kuhlmann e Susan Graham, nonché su alcuni buoni cantanti impiegati nelle parti di contorno: si tratta di un cast sulla carta omogeneo, con interpreti di buona tecnica, solida preparazione e apparente affidabilità stilistica. Vi sarebbero dunque tutte le premesse per sperare in una lettura moderna in grado di offrire ulteriori prospettive al "nuovo corso" del teatro musicale handeliano, visto che Christie è da considerarsi uno degli artefici di maggior prestigio della reinessance del teatro musicale barocco, aggiungendo così un ulteriore tassello all’opera di ricerca di nuovi percorsi interpretativi che oggi sembra praticata con successo da alcuni direttori della nuova generazione, ricchi di fantasia e di buone intenzioni, come Paul McCreesh e Marc Minkowsky. In mancanza di ciò si potrebbe almeno sperare in un’interpretazione curata nelle principali componenti musicali, con quella varietà di approcci tanto nei recitativi, quanto nelle arie e nei "da capo" che, più che di una scelta esecutiva, dovrebbe costituire una sorta di necessità, trattandosi Alcina di un’interminabile sequenza di ben ventiquattro arie tripartite distribuite in tre atti, secondo la consueta gerarchia dell’opera seria settecentesca.

Alcina è una delle ultime opere composte da Handel. Storicamente è assai importante poiché fu scritta per celebrare degnamente la nascita del nuovo teatro di Covent Garden. L’evento occasionale di inaugurare quello che sarà per i successivi due secoli e mezzo il principale teatro inglese, diede ad Handel l’opportunità di rendere omaggio ad una delle interpreti a lui più fedeli, Annamaria Strada del Po, nonché la possibilità di proporre alcuni giovani cantanti che avrebbero avuto successo negli anni a venire. Naturalmente, accanto ad arie di eccezionale bellezza, ve ne sono molte altre di minore incisività ma, belle o brutte che siano, si susseguono implacabilmente con tutti i loro "da capo": la lineare e semplice drammaturgia handeliana esaurisce tutti i suoi affetti ed effetti quasi esclusivamente entro l’ambito formale dell’aria tripartita. L’interprete deve dunque giocare le proprie carte all’interno di questa sola unità semantica, coglierne il senso espressivo, la portata psicologica ed il peso drammaturgico, nonché essere in grado di collocare ciascuna aria nel contesto dell’opera stessa.

Ora, non si può pretendere che, alle orecchie dell’ascoltatore di oggi, la sola scrittura musicale e le presunte capacità dei cantanti siano in grado di sostenere un’opera del genere. Sul piano eminentemente strumentale nulla si può rimproverare a Christie che sceglie quasi sempre tempi moderatamente sostenuti, permettendo ai cantanti di seguirlo senza troppi affanni; il difetto di questa incisione risiede altrove e investe aspetti più generali, in particolare la stessa concezione drammaturgica e musicale che sembra non avere un indirizzo preciso, mantenendosi su una generica e superficiale raffinatezza. Ad esempio, una volta scelto un tempo, un volume ed un colore di suono questi vengono mantenuti senza alcuna sostanziale modifica dall’inizio alla fine dell’aria. Così i "da capo" sono riconoscibili per le variazioni e gli abbellimenti, ma non certo per il mutamento di intenzioni o di espressione, né per la presenza di qualsivoglia sfumatura interpretativa che differenzi la disposizione psicologica dei protagonisti. La prima esposizione delle arie, poi, è sempre didascalica, compitata in maniera quasi elementare, come se fosse una prima lettura. Alla lunga questo atteggiamento diviene intollerabile, pur in presenza di un’orchestra che riesce a produrre un suono preciso e omogeneo, cosa assai rara in compagini che utilizzano strumenti originali. La totale assenza di varietà di intenzioni e di fraseggio, che corrisponde all’assoluta mancanza di un’idea drammatico-musicale unitaria da parte del direttore, finisce col palesare ancor di più un cast non sempre all’altezza delle difficoltà tecniche richieste dalle rispettive parti. L’impressione è che ogni interprete avrebbe potuto dare molto di più, potendo uscire dalle rigide disposizioni imposte dal direttore. In aggiunta, i recitativi sono molto trascurati, non tanto nella pronuncia quanto nell’assenza di colori, di intenzioni e di espressione. A questo si deve aggiungere una qualità della registrazione particolarmente infelice, quasi totalmente priva di armonici e molto spinta verso il registro più acuto. Risulta in tal modo assai difficile capire effettivamente quanto le modeste prove di alcuni cantanti dipendano da loro stessi o dai tecnici del suono dell’Erato.

Ad essere maggiormente penalizzata dai problemi sopra elencati è proprio la protagonista. Certo, la responsabilità della scarsa riuscita di Renée Fleming come Alcina non può essere assegnata che in parte alla cattiva registrazione. La signora, notoriamente molto bella e sicuramente perfetta sul palcoscenico, ascoltata nuda e cruda in questa incisione palesa molte incertezze e suscita più di una perplessità. Ad un ascolto attento si possono riscontrare un serie di piccoli difetti che, nell’insieme, disturbano non poco: le vocali aperte, i trilli stilisticamente poco pertinenti, il vezzo di aggiustare le vocali di attacco su quelle che a lei risultano più comode, le agilità spesso belanti, qualche singulto protoveristico nei recitativi e nei finali delle arie. Si tratta tuttavia di peccati veniali sui quali si potrebbe anche soprassedere poiché il difetto di fondo risiede nel fatto che la Fleming non ha una vera idea del personaggio e, più in generale, della vocalità barocca. Canta la parte più o meno correttamente, ma senza un brivido, un mutamento di intenzioni, un accento espressivo non tanto verso le vicende del personaggio, quanto nei confronti dell’intrinseca bellezza delle melodie che sta affrontando: manca in definitiva il necessario abbandono verso quella purezza musicale che le arie di Handel suggeriscono e che costituisce l’unica autentica ragion d’essere di questa musica. Basti come esempio l’aria del secondo atto "Ah, mio cor", capolavoro di invenzione melodica di carattere patetico, nonché autentico "pezzo forte" per la primadonna in questione: con la voce della Fleming e la direzione di Christie risulta noiosamente pesante e interminabile (12’ 42"), senza un sussulto e soprattutto senza quella sospensione temporale e quella sublime astrattezza che è necessaria a sostenere e a rendere credibili arie di questo genere. Ci si chiede allora legittimamente perché, in un momento assai fortunato come questo per l’interpretazione del repertorio operistico barocco, la scelta non sia caduta su cantanti più avvezze allo stile e alla vocalità handeliana di un soprano lirico di stampo tradizionale come la Fleming.

Nathalie Dessay, che interpreta Morgana, è decisamente più in parte. Sostiene a testa alta il confronto con il leggendario Tornami a vagheggiar di Joan Sutherland, cercando una chiave di lettura originale, adatta alle proprie caratteristiche vocali e restituendo a Morgana quest’aria di bravura che la cantante australiana aveva arbitrariamente, pur se per nostra fortuna, annesso al personaggio di Alcina. Per il resto esegue tutto con la sicurezza che le conosciamo, sfoderando il ricco repertorio nel canto di agilità che la parte richiede. Se l’intonazione è pressoché perfetta, l’intenzione è sempre piuttosto distaccata, ma il suo distacco ha qualcosa di "leggero", come una sorta di "sprezzatura" che, nel caso di Handel non è detto che debba essere necessariamente un difetto. A volte, e questo è uno di quei casi, freddezza ed astrazione possono avere un fascino tale da risultare convincenti. Purtroppo l’interpretazione della Dessay accade in un contesto che non sembra renderle giustizia e appare anzi un termine di paragone impietoso nei confronti della Fleming.

Il resto del cast dimostra un’ottima aderenza stilistica ma anche quanto sia difficile emanciparsi dai modelli che negli anni passati avevano rivoluzionato il modo di cantare il repertorio barocco, rendendo finalmente credibile un approccio diverso dalla vocalità romantica. Convincente è Kathleen Kuhlmann come Bradamante, stilisticamente inappuntabile a causa della maggiore esperienza come interprete handeliana. Anche Susan Graham si muove con disinvoltura tra le numerose arie affidate al suo personaggio, mostrando però quanto sia in debito verso Marylin Horne così come il basso Laurent Nauri deve certo essersi ispirato a Samuel Ramey nell’approccio all’unica aria affidata al suo personaggio.

Completano il cast Juanita Lascarro (Oberto) e Timothy Robinson (Oronte), più che gradevoli e significativi, anche se in parti di contorno.

Daniela Goldoni

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