BACH
Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in re minore BWV 1052
Concerto per pianoforte e orchestra  n.2 in mi maggiore BWV 1053
Concerto per pianoforte e orchestra  n.4 in la maggiore BWV 1055
Academy of St. Martin in the Fields
Murray Perhaia, pianoforte e direzione
SONY
SK 89245
1 CD
53'04

***½

Dopo l’incisione delle Variazioni Goldberg, Murray Perahia ha intrapreso l’esecuzione dei Concerti per pianoforte, facendo supporre che questo iter faccia parte di un più ampio progetto dedicato alla musica di Bach per strumento a tastiera.

Dopo tante esecuzioni effettuate da formazioni specializzate in musica antica e barocca con strumenti originali, siamo qui di fronte ad un “ritorno”, in grande stile, al pianoforte e agli strumenti moderni, nientemeno che con l’Academy of S. Martin in the Fields. Negli ultimi due decenni si è infatti assistito, più raramente che in passato, ad un’incursione nel repertorio bachiano da parte di un pianista che è tradizionalmente legato a Mozart e alla musica romantica. Questo è accaduto probabilmente perché la “novità” delle esecuzioni filologiche è stata maggiormente promossa dal mercato discografico e le esecuzioni di Bach con il pianoforte sono state dominate dalla figura carismatica e geniale di Glenn Gould. È pressoché impossibile, infatti, evitare il confronto con le esecuzioni del grande pianista canadese che sconvolse letteralmente il modo di concepire la musica di Bach: egli ne diede un’interpretazione talmente originale e “moderna” che collocò il compositore fuori dal suo tempo, quasi estrapolandolo dal contesto della musica barocca. Anche alcune esecuzioni “filologiche”, pur ripristinando il clavicembalo, hanno tenuto conto della lezione di Gould, accentuando il carattere “senza tempo” della musica bachiana

Nel panorama della discografia delle composizioni per strumento a tastiera di Bach una cosa è assolutamente certa: l’uso di strumenti di varie epoche e le differenti strumentazioni adottate nei Concerti hanno creato esecuzioni ed interpretazioni talmente differenti tra loro da sembrare quasi “arrangiamenti” delle composizioni stesse. Ciò non deve comunque costituire motivo di confusione, ma deve rappresentare un arricchimento degli strumenti di analisi in nostro possesso. Si pensi a come il clavicembalo, in virtù di un minor volume sonoro, lasci emergere maggiormente gli altri strumenti e concentri tutta l’attenzione sul gioco contrappuntistico; l’esecuzione con il pianoforte, invece, sposta il centro gravitazionale sullo strumento solista, cosicché già nei Concerti bachiani assistiamo a quella sorta di “gara” di supremazia con l’orchestra che diverrà palese con Mozart.

Se poi ci preoccupiamo dell’imbarazzo provocato dall’uso del termine Concerti per pianoforte per indicare queste composizioni, la difficoltà può essere superata adottando il termine di “strumento a tastiera”, cosa che peraltro si realizza già con l’inglese “keyboard” o il tedesco “Klavier”. E se proprio si vuole intavolare una discussione sul fatto se sia più lecito adottare il pianoforte o il clavicembalo, bisogna tenere conto che, negli anni di composizione dei Concerti, Bach potrebbe aver avuto a disposizione addirittura un fortepiano, come lascerebbe supporre una testimonianza dell’epoca. In tal caso verrebbe legittimato anche l’uso della dinamica, cosa non possibile con il clavicembalo.

In questa nuova incisione, Perahia sembra tenere conto della tendenza di alcune interpretazioni filologiche. In linea con le esecuzioni realizzate con strumenti antichi, il pianista peruviano fa un uso assai discreto dello strumento solista cercando la massima coesione con l’orchestra e riuscendo così anche nell’intento di far emergere molti particolari finora trascurati. Il tutto è giocato all’insegna della maggiore fluidità possibile ed il risultato è di una leggerezza insolita rispetto ad altre esecuzioni con il pianoforte. Perahia, in virtù della sua tecnica pianistica che tende a sottolineare gli abbellimenti, restituisce una versione quasi rococò di questi Concerti. In questo senso l’interpretazione di Perahia si pone in netta antitesi a quella di Gould.

Nella registrazione in studio l’Academy of S. Martin in the Fields lo segue perfettamente e fa corpo unico con il pianoforte, pur lasciando che ogni strumento sia perfettamente udibile  - cosa però che non si è verificata dal vivo durante l’esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra in Fa maggiore BWV 1057 avvenuta a Bologna il 8 maggio scorso. A differenza di ciò che avviene nelle esecuzioni con strumenti originali, la mancata predominanza dello strumento solista non si risolve, in questo caso, in una maggiore esaltazione del contrappunto. La morbidezza del tocco, caratteristica del pianista peruviano, e il suono terso ed avvolgente dell’ Academy rischiano a volte di perdersi in un’atmosfera un poco rarefatta, molto più consona ai Concerti per pianoforte di Mozart. Qualcosa del gioco contrappuntistico si perde dunque per strada a discapito dell’incisività delle geniali invenzioni bachiane.

Un motivo degno di interesse nella presente incisione è costituito dall’inserimento di una tiorba nel basso continuo, che includeva, oltre al clavicembalo, anche uno strumento a piacere. Tuttavia il risultato di questo inserimento influenza più che altro l’effetto sonoro complessivo che non la sostanza dell’esecuzione.

Gianfranco Marangoni

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