HANDEL
Belshazzar
Oratorio in tre parti HWV 61
M. Brutscher, Belshazzar, ten.
S. Kermes, Nitocris, sop.
C. Robson, Ciro, contr.
P. van Goethem, Daniele, contr.
F.-J. Selig, Gbrias, bs.
Kölner Kammerchor
Collegium Cartesianum
P. Neumann, dir.
MDG
33210792
3 CD
163’39

**½

Una volta tanto rileviamo una copertina indovinata: rappresenta infatti un particolare da "Il banchetto di Belshazzar" di Rembrandt, non si poteva chieder di meglio per dare l’idea del colpo di scena che è il cuore drammatico di questo monumentale oratorio handeliano, in cui il miscredente re dei babilonesi vede apparire, nel bel mezzo di uno sfrenato banchetto, una mano che scrive su un muro le parole in aramaico mene, mene tekel, upharsin. Di lì a poco sarà ucciso durante un assalto notturno proprio dentro Babilonia. La vicenda narrata da Charles Jennings descrive infatti la fine di Belshazzar, colui che irrideva il popolo ebreo dopo averlo sottomesso, ad opera dei persiani guidati da Ciro, dopo che il profeta Daniele aveva interpretato come segno nefasto la frase comparsa in circostanze soprannaturali davanti agli occhi del re babilonese. Diverse sono le fonti cui attinse Jennings: i libri di Daniele, Isaia e Geremia come fonti bibliche, la caduta di Babilonia dalla Cyropaedia di Senofonte mentre il personaggio di Nitocris, madre di Belshazzar, è tratta da Erodoto. Troppo scarna era la vicenda descritta da Daniele, per cui il librettista la arricchì con personaggi che permettevano l’intromissione di quei numeri di carattere introspettivo che spesso, negli oratori handeliani, fanno da contraltare alle grandi scene corali. Grande infatti è la parte destinata al coro in questo oratorio, che qui deve trasformarsi e interpretare lo spirito di tre diversi popoli: i persiani, i babilonesi e gli ebrei, cui si aggiunge un’ulteriore funzione che è quella del narratore. Nella scrittura corale di questo oratorio Handel raggiunge i massimi vertici di raffinatezza e di virtuosismo, sia dal punto di vista musicale che drammatico. Riesce infatti a comunicare lo stato d’animo dei vari popoli, o quella che ne era la sua percezione, attraverso stili quanto mai differenziati: solenne e arcaico per gli ebrei, di grande struttura polifonica con passaggi virtuosistici per i persiani, certi della vittoria, con effetti armonici esotici e numerosi unisoni per i babilonesi, che ad un certo punto, ebbri per i festeggiamenti, intoneranno anche un coro da ubriachi Ye tutelar Gods che sembra provenire direttamente dalla tradizione dei singing club, assai poco babilonese, ma di sicuro effetto teatrale.

Proprio sul predominio di coro e orchestra si basa la lettura fornita da Peter Neumann, alla guida Kölner Kammerchor e del Collegium Cartusianum, eccellenti complessi che si inseriscono nella grande tradizione corale e strumentale tedesca. E forse proprio nell’eccessivo legame con la grande tradizione sta il punto debole di questa interpretazione, che non si risparmia sui grandi effetti corali e orchestrali, ma che manca di colori e di introspezione, come se la grandiosità della scrittura handeliana fosse da sola garanzia di successo. Occorre dire che la possibilità di sviscerare il testo scritto e le sue sfumature più intimistiche andrebbe fondata sulla disponibilità di solisti padroni della lingua e sicuri vocalmente, purtroppo quasi del tutto assenti in questa edizione. Il solo Markus Brutscher, che interpreta Belshazzar, possiede la statura vocale adatta al personaggio. Capace di mutare accenti ed espressione, cerca di variare le intenzioni, sostenuto da una tecnica elegante e da una discreta pronuncia inglese. Non altrettanto si può affermare per Simone Kernes nel ruolo di Nitocris, madre di Belshazzar, testimone della depravazione del figlio e tormentata dallo struggimento per la sua cecità di fronte agli eventi che stanno per travolgerlo. La grande aria Regard, oh son che dovrebbe rappresentare il suo dolore di fronte alla decadenza morale di Belshazzar scorre monotona e senza un attimo di emozione, laddove una lettura niente più che vocalmente corretta non riesce comunque a mascherarne l’indiscutibile bellezza. Più convincente Patrick van Goethem, contraltista, nel ruolo di Daniele, che riesce a trasmettere lo spirito visionario del profeta. Del tutto inadeguato risulta invece l’altro contraltista, Christopher Robson, nel ruolo di Ciro. Più corretto vocalmente, ma del tutto inespressivo, è il Gobrias del basso Franz-Joseph Selig.

Complessivamente è un’edizione parzialmente riuscita, la gloria dei cori e dell’orchestra è fuori discussione e riempiono di gioia all’ascolto, ma la consuetudine alla ricerca su testi e caratteri cui recentemente ci hanno abituato gli interpreti handeliani dell’ultima generazione ci fa avvertire, in questa interpretazione, la mancanza di approfondimento e lo slancio verso nuovi percorsi di conoscenza in quel mare di idee che è il corpus degli oratori di Handel.

Daniela Goldoni

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