BRUCKNER
Sinfonia n. 8 in DO minore
Berliner Philharmoniker,
Günter Wand, dir.
RCA
74321 82866 2
2 CD
33'10; 53'57

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Il nome di Günter Wand, pressoché sconosciuto fino ad un decennio fa, costituisce per noi autentica rivelazione (purtroppo spezzata dalla morte dell’interprete avvenuta proprio in questi giorni) in quanto ingiustamente assente negli ambienti musicali suscettibili di richiamare pubblico e giri d’affari di notevole entità. Solo in questi ultimi anni le case discografiche si sono miracolosamente accorte dell’esistenza di questo signore della musica che, da oltre sessant’anni e senza che nessuno lo sapesse, dirigeva stupendamente le sinfonie di Beethoven, Schubert, Brahms e Bruckner proprio negli anni in cui si credeva che solo alcuni eletti maestri potessero dire qualcosa di significativo a proposito di questi capolavori. Trattasi, comunque, di un’assenza gravemente ingiustificata in quanto si sta parlando di un interprete che, con acutissimo senso critico e profonda fede esegetica nei confronti dei capolavori affrontati, ne ha fornito, senza dubbio, ulteriori elementi di comprensione. A nostro avviso crediamo che Wand abbia, nel corso della propria lunghissima esperienza musicale, sposato la concezione secondo cui l’interprete non è la musica ma solamente un tramite, un mezzo attraverso cui essa si esplica. Concezione questa invero modernissima ma certo non troppo di moda fino a qualche anno fa, soprattutto in Germania dove un unico "divo" fagocitava il repertorio e ne traeva linfa per ingrandire a dismisura la propria immagine.

Data la grande responsabilità di far conoscere al pubblico il messaggio musicale del compositore, il lavoro che precede deve essere il più possibile rigoroso e teso a penetrare in profondità l’essenza del pensiero compositivo. Emblematico è il caso di questa Ottava Sinfonia di Bruckner di cui possiamo finalmente scoprire l’autenticità di linguaggio, senza alcun anacronistico riferimento al wagnerismo o a presunti parametri di stampo tardoromantico come il senso del grottesco o il misticismo devozionale che trapelerebbe dalle pagine sinfoniche bruckneriane. A Wand interessa soprattutto l’analisi testuale, non per arrestarsi ad un esito meramente formalistico ma perché egli muove dall’assunto secondo cui non si perviene ad un’esatta comprensione dell’autore se non si segue preliminarmente questo itinerario di ricerca. Qui infatti gli elementi tematici (che spesso Bruckner propone solo in forma di frammento) vengono analiticamente sviscerati con puntigliosa attenzione ai minimi particolari e, successivamente, collocati in un contesto di logica continuità in cui l’esposizione deve essere il più possibile fluida. Prevale la tendenza a sintetizzare e ad unire, anche per non appesantire la struttura formale già di per sé molto complessa.

In questa prospettiva è da segnalare l’utilizzo di un suono morbido, non teso alla brillantezza ma alla rotondità; persino nei momenti di maggiore grandiosità epica, l’intervento degli ottoni che domina sulla restante massa sonora viene miracolosamente contenuto con emissione estremamente appoggiata e crescente d’intensità sonora mano a mano che il discorso musicale procede. Non ne deriva un cupo colore degli ottoni ma, paradossalmente, una serena visione della narrazione che fa da contraltare al tragico sfondo autobiografico su cui si basa la partitura; non che questo carattere venga annullato (Wand non tradisce mai le intenzioni di fondo e tantomeno l’originaria genuinità del pensiero bruckneriano) ma il presagio di morte e l’atmosfera angosciosa propria dell’incessante sviluppo del primo movimento vengono, dall’interprete, filtrate, rivissute, mediate. Si ricrea il sentimento senza riviverlo in prima persona: nemmeno la rassegnazione emerge ma, semmai, la contemplazione di un dolore che si sta dileguando e che lascia spazio ad un sereno approdo nell’aldilà. Lo stesso Wand illustra le ragioni di questo suo approccio: la ricreazione di un clima ispirato a retorica monumentalità deve esistere solo in funzione di precise ragioni logico-costruttive e il concerto non dev’essere celebrazione di un rito mistico-religioso ma il momento più autentico in cui, anche a prezzo di notevole sforzo intellettivo da parte degli interpreti, deve esplicarsi fedelmente il pensiero dell’autore.

L’esordio appare chiaro fin da subito; assai presente e per nulla sfumato il tremolo iniziale degli archi che prelude ad un’incandescente esplosione di suono. Segue la serena scorrevolezza del secondo tema mentre lievissimi indugi contrassegnano la conclusione di ogni frase. La scansione ritmica con cui i suoni si susseguono, appare estremamente regolare, non necessariamente tesa verso un centro gravitazionale; non vi è mai, però, allentamento di ideativa tensione grazie all’utilizzo di una sapiente dinamica del suono. Ad esempio Wand, nei punti in cui rallenta, interviene palesemente con l’aumento dell’intensità del suono creando continuità nel raccordo fra un "blocco sonoro" e l’altro, favorendo sempre l’interloquire fra una sezione e l’altra dell’orchestra. Come dicevamo, la scansione ritmica è sempre regolare e connaturata alla fisiologia dell’interprete, poco incline a plasmare la frase musicale mortificandola con rubati o rigonfiamenti tali da impedire un lineare andamento del discorso. Solo successivamente all’ultima esplosione di suono all’interno del primo movimento, si avverte un totale abbandono di tensione: il presagio di morte è evidente e ben caratterizzato dal progressivo smorzarsi del respiro musicale. Per Wand, se è vero che Bruckner era uomo di fede, non è indispensabile esasperare la spiritualità del messaggio: questa emergerà in modo eloquente e persuasivo attraverso una consapevole resa del testo.

Solo per ciò che concerne l’adagio si avverte un mutamento di prospettiva. La volontà di non rendere il discorso prolisso porta l’interprete ad una accelerazione del ritmo verso punti culminanti; è, però, una logica proporzionata al carattere di ogni singolo blocco tematico: la differenza di carattere, ora elegiaco-intimistico, ora religioso-spiritualistico, ora epico e grandioso, viene condotta ad estreme conseguenze. Ci pensa comunque Wand, grazie anche a quello splendido e duttile strumento che sono ora i Berliner Philharmoniker, a conferire al tutto morbidezza e fluidità. Ne risulta una narrazione estremamente variegata e, a tratti, quasi fiabesca, di gran lunga assai diversa dalla consueta monotonia con cui si è soliti scandire la lenta ritmica di questa pagina.

Le stesse considerazioni valgono per l’ultimo movimento; qui, Wand, non fa altro che avallare l’idea compositiva di fondo incline a conferire a ciascun blocco un preciso carattere anche attraverso la frequente variazione degli stacchi di tempo e della dinamica a tal punto che, non è raro riscontrare episodi dominati da acceso contrasto timbrico (da notare, in alcuni punti, l’evidente differenziazione fra la maestosità timbrica degli ottoni e la dolcissima esposizione del suono dei legni). Lo sforzo, qui assai arduo, nel ricercare l’unità esecutiva, per nulla favorita dalla struttura, si risolve nella ricerca di un carattere epico il quale viene costantemente controbilanciato da una sonorità contenuta e mai magniloquente. Questo alternarsi di episodi si evolve dapprima verso la riproposizione del primo tema del primo movimento, poi nella grandiosa coda conclusiva ove il tempo viene staccato più lentamente per conferire maggiore incisività all’epilogo. Ma, anche qui, tale allargamento non si dipana progressivamente ma lo si adotta fin dall’inizio dell’esposizione della coda: Wand non scopre la propria verità interpretativa mentre procede, egli la afferma subito dando all’ascoltatore parametri di chiarezza e comprensione che non hanno precedenti nella storia dell’interpretazione bruckneriana. Egli mostra di non voler imporre una propria concezione filosofica di fondo. In tal caso sarà l’ascoltatore, se vorrà, a ravvisare un certo significato piuttosto che un altro. Forse una concezione interpretativa così democratica era anacronistica ed inidonea a trovare accoglimento in certi ambienti? Di certo Wand nutre nei confronti del compositore e del testo musicale un rispetto pari a quello che nutre per l’ascoltatore, per la sua capacità di giudizio e per la sua attitudine all’autoformazione di una propria coscienza musicale. E la saggezza del novantenne maestro di cui si parla nelle note di copertina c’era già molto tempo prima, assai prima di quando ci si è accorti della sua esistenza. Peccato.

Enrico Nicoletti

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