BRUCKNER
Sinfonia n. 2 (versione 1877)
Wiener Symphoniker
Carlo Maria Giulini, dir.
TESTAMENT
SBT 1210
1 CD
58'32

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Di recente e, con nostro vivo stupore, è uscita per l’etichetta inglese Testament questa edizione della Seconda Sinfonia di Anton Bruckner, diretta da Carlo Maria Giulini alla testa dei Wiener Symphoniker: si tratta per noi di autentica novità in quanto tale incisione, mai pubblicata prima d’ora in CD, risale al lontano 1975, quando Giulini, già affermato interprete del tradizionale repertorio sinfonico, non era ancora noto come esecutore di partiture bruckneriane. Solo negli anni a venire, rivolgerà la propria attenzione alle maggiori complessità "architettoniche" delle ultime tre sinfonie di questo autore, senza peraltro più riproporre letture della Seconda, almeno su disco. A proposito di questa sinfonia la critica musicale più tradizionalista si è per lo più soffermata a mettere in luce la tendenza dell’autore a rimpiangere con struggente malinconia lo spirito ormai perduto della "Felix Austria" nella consapevolezza del lento ed inesorabile estinguersi degli ideali romantici. È indubbio che all’epoca di Bruckner vi fosse una crisi dei suddetti ideali e che certe manifestazioni tipiche del romanticismo (sentimentalismo, senso del grottesco e del fantastico) si dissolvessero a poco a poco nella nostalgia e nel rimpianto di qualcosa che non esisteva più. Tuttavia, a nostro avviso, il linguaggio di questa sinfonia non esprime solo questo. Una tale concezione appare oltremodo riduttiva se non si pone la dovuta attenzione al dramma interiore del compositore, più che mai consapevole della propria ingenuità e semplicità di fondo, caratteri che lo emarginavano in maniera straziante da qualsiasi contesto sociale e musicale. Il dramma umano di Bruckner sembra finalmente trovare in questa partitura il giusto sfogo in un’elaborazione formale ben definita, contrassegnata da molteplici spunti tematici e ritmici che il compositore tende ad approfondire senza cedere alla proverbiale prolissità di certo suo linguaggio successivo, ma cercando di pervenire ad una solida compiutezza senza frammentare eccessivamente il discorso musicale. In questo senso è assai significativa proprio l’esposizione del tema iniziale in do minore, affidata ai violoncelli, sullo sfondo del consueto tremolo degli archi, tipico dell’autore con cui egli è solito dare avvio alle sue sinfonie. Si tratta di un’esposizione tematica dal carattere rievocativo-nostalgico che Giulini enfatizza ottenendo un suono dei violoncelli particolarmente espressivo, densissimo e ricco di sfumature dinamiche, non alieno da fiabesca luminosità, scandito in modo sensibilmente allargato, funzionale ad una estrema sottolineatura di questa atmosfera.

La narrazione in cui si susseguono episodi ora dal sapore nostalgico, ora di carattere contemplativo (in cui l’autore vagheggia una sorta di utopica serenità esistenziale), si svolge in un contesto esecutivo tipicamente tradizionale in cui il ritmo non viene mai accelerato, neppure nei punti di più accesa tensione cui Giulini perviene solamente attraverso la modulazione dell’intensità del suono e scavando in profondità nella partitura come se volesse sviscerare anche le più nascoste intenzioni dell’autore. Giulini, con atteggiamento disincantato ma allo stesso tempo con mirabile concentrazione, sottolinea la più ingenua gaiezza del secondo tema affidato agli archi, la tenue vivacità dello sviluppo in cui il corno e gli ottoni interagiscono ora serenamente, ora in modo timidamente inquieto, ove frammenti del primo tema vengono rielaborati in una sorta di dialogo incerto e rassegnato sullo sfondo di un’alternanza dei modi maggiore e minore condotti dall’autore ad estreme conseguenze espressive. Analogamente, con la medesima concentrazione, Giulini riesce a conferire alla grande coda conclusiva del primo movimento un tono decisamente contrastante e massiccio contrassegnato da una certa durezza, quasi a testimonianza di come la timida nostalgia iniziale, attraverso un itinerario intellettuale irto di ostacoli e inframmezzato da esili barlumi di speranza fosse degenerato in un dolorosissimo senso di disfatta; sentimento che qui si manifesta però in fase iniziale e che solo attraverso l’esperienza compositiva delle successive sinfonie assumerà un compiuto significato filosofico nell’ottava sinfonia (anch’essa in DO minore). Pare, al riguardo che Giulini abbia voluto evidenziare questo senso della umana perdita con la medesima intensità con cui lo ha evidenziato nella sua interpretazione della ottava, come se fra le due partiture vi fosse un ideale filo conduttore.

Ovviamente fra i molteplici aspetti della poetica bruckneriana vi è pure la profonda fede religiosa dell’autore. Anche se più volte si è parlato di affinità profonda fra Giulini e Bruckner per il fatto che il primo sarebbe uomo di fede dall’indole serafica, il suo atteggiamento nei riguardi di questa partitura pare smentire in toto tale assunto. A dimostrazione di ciò, é sufficiente notare la grande meticolosità con cui egli ricerca la chiarezza timbrica nel secondo movimento, a scapito della consueta tendenza dei direttori di tradizione a miscelare il tutto per enfatizzare la componente mistica: basta porre attenzione al suo modo di ricostruire le tipiche progressioni ascendenti all’insegna di una straordinaria gradualità nella dinamica e di una minuziosa disamina delle più impercettibili figure ritmiche sottostanti, nonché alla scintillante brillantezza degli ottoni ove la luminosità, nei punti nevralgici, è tale da mettere in luce pure le più crude ma necessarie dissonanze. Il tutto a riprova di una sostanziale visione di Giulini riluttante alla mistificazione dell’ideale religioso bruckneriano. Egli mostra una ferrea volontà di materializzare la fede dell’autore in una dimensione straordinariamente concreta, propria del compositore-uomo che non fa della propria fede la chiave di soluzione ai propri drammi ma semmai vi si rifugia per cercarvi riparo. Il fervore religioso diviene così una delle tante sfaccettature di un’anima contrastata, perennemente in lotta con sé stessa e che fatica a comporre ed a trovare la più idonea forma di un linguaggio musicale originale. Ancora una volta lo sforzo dell’interprete di sviscerare in profondità fa si che gli ultimi due movimenti della sinfonia acquisiscano un carattere fortemente differenziato: il primo dei due, insolitamente solenne ma racchiudente una visione dell’insieme in cui non viene appieno superata la fase dell’esigente analisi di ogni cellula strutturale, contrasta con la magniloquente e dura incisività ritmica del secondo ove Giulini riesce, con maggiore efficacia a sintetizzare il tutto senza sacrificare il suo ossessivo bisogno di chiarezza.

Di Bruckner si sono tracciati i profili più disparati: dall’immagine del sempliciotto di provincia, che nonostante la sua lenta affermazione nel campo dell’insegnamento della composizione presso le più illustri istituzioni musicali del suo paese, stentava a modificare la propria innata goffaggine, a quella del devoto organista dell’abbazia di Saint Florian che consacrando a Dio la propria arte, cercava di fare delle sue sinfonie dei grandi affreschi sonori che riproducessero il suono di un organo. Ciò che a noi interessa tuttavia è approfondire la personalità musicale di Bruckner, certamente condizionata dalla sua situazione di uomo ascetico e solitario ma che non rappresenta la fine di una gloriosa epoca musicale, come si è affermato più volte. Bruckner porta semplicemente ad estreme conseguenze gli elementi del linguaggio musicale proprio dell’epoca in cui vive racchiudendoli in una forma musicale sinfonica notevolmente ampliata rispetto al passato ma che esprime la grande complessità della sua personalità musicale. Tutto ciò ha trovato nel maestro Giulini un interprete capace di rendere conto di queste caratteristiche e questa incisione della Seconda Sinfonia ne è l’ennesima conferma.

Enrico Nicoletti

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