Donaueschinger Musiktage 1997
Musiche di Ablinger, Beuger, BOULEZ, Feiler, Fomina, Kagel, Ligeti, Mason, Pauset, Rzewski, Stahnke, Steinke
COL LEGNO
20026
1 CD
228'

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Come ogni anno la Col Legno edita una vasta raccolta di ciò che è stato presentato all'ultima, ennesima, gloriosa edizione del Festival di Donaueschinger, incrociando autori affermatissimi e altri quasi alle prime esperienze sulla scena internazionale. Spesso teatro di sorprese e rivelazioni clamorose, il Festival offre sempre una qualità media di tutto rispetto, nonché la capacità di registrare un ampio spettro di tendenze.

L'edizione 1997 è impreziosita dalla prima esecuzione dello Studio n. 16 (Per Irina) di György Ligeti, dagli Studi 1-3 per orchestra di Mauricio Kagel e soprattutto dalla esecuzione "completa" (forse, dato la forma work in progress delle sue opere) di Anthèmes (1991-1997) per violino solo, computer e sei altoparlanti. Quest'ultima opera era partita "in sordina", un piccolo omaggio a Alfred Schlee di poco più di tre minuti, registrata su un CD Wergo tutto dedicato a tributi al direttore dell'Universal Edition.

Come spesso accade a Boulez, l'opera è germinata progressivamente fino ad arrivare agli attuali ventuno minuti, ma la matrice musicale risale ancor più addietro, a formanti di ...explosante fixe.... Il vasto contributo dell'elaborazione elettronica è in tempo reale e va a modificare altezze, timbro e durate dei suoni prodotti dal violino, ma soprattutto crea una interessantissima distribuzione dello spazio acustico. Andrew Gerzso, assistente di Boulez, spiega che in questo brano bouleziano "per la prima volta vi è una corrispondenza letterale tra la collocazione spaziale del suono che si ascolta e il posizionamento dello speaker stesso".

In ogni caso, al di là della complessità tecnica, compositiva e realizzativa, Anthèmes risulta uno dei capolavori più cristallini degli ultimi quarant'anni di carriera per Boulez. La registrazione in CD naturalmente restituisce solo in parte l'esperienza di un ascolto dal vivo. Si tratta di una quelle opere che sembrano riaprire una chiara prospettiva sulle possibilità ulteriori di evoluzione che la musica possiede: una garanzia di germinazione fruttuosa anche per il prossimo millennio. Anthèmes non è affatto opera intellettualistica o fredda, ma invece una delle più godibili e suggestive del maestro francese.L'acquisto del triplo CD della Col Legno può essere giustificato anche solo per il possesso di questo capolavoro.

Pour Irina (dedicato alla pianista e esecutrice Irina Kataeva) di Ligeti continua in modo egregio la vena pianistica, piuttosto neotradizionale, ma bellissima e ispirata del compositore ungherese. Quanto agli studi orchestrali di Kagel, composti tra il 1992 e il 1996, paiono delle opere dove il compositore si priva di qualsiasi componente concettuale, provocatoria, o gestuale, per affidarsi a una musica "pura" e confrontata con la tradizione, senza postmoderni spiazzamenti e parodie. Piuttosto il tessuto musicale appare, lontano dagli strani ibridi delle sue usuali composizioni, frutto di una sapiente creolizzazione, una sorta di lingua musicale franca, quasi priva di connotazioni temporali (retrò? modernista?), e senz'altro godibile. Rimane tuttavia una certa impressione di composizioni senz'anima e senza neanche troppa personalità (troppo ondivaghe), anche se fanno certo il loro effetto alcune brillanti e fantasiose soluzioni nell'orchestrazione.

Altro nome molto conosciuto è quello di Frederic Rzewski (1938), che dopo esperienze diversissime, presenta qui un vasto affresco orchestrale (Scratch Symphony. In memoriam Cornelius Cardew) in quattro sezioni, differenziate dalla presenza o meno del direttore e dalla prescrizione di margini di indeterminazione oppure dal ricorso a una ferrea scrittura. Le tonalità emotive del brano stupiscono un poco chi conosce Rzewski, e sembrano quasi giustificarsi come adesione al clima new age vigente. Le disposizioni sulle forme diverse di "libertà" affidate agli orchestrali suonano un po' pretestuose, se paragonate all'effetto, non tanto per il risultato mediocre, ma proprio per la coesione del discorso musicale (nessuno spontaneismo o soluzione estemporanea sembra essere stata presa). La prima sezione è assestata su un lungo clima contemplativo, tra Unanswered Question e Morton Feldman. La fattura è semplice, ma l'effetto sembra sinceramente ispirato. Le altre sezioni sono più briose e diversificate, ma tutte piuttosto stimolanti e di impianto tradizionale. Ne esce una delle più convincenti composizioni di Frederic Rzewski.

Accanto a questi nomi prestigiosi ecco affiancato, nello stesso CD tra l'altro, un giovane compositore francese nato nel 1965: Brice Pauset. Il suo brano, Perspectivae Sintagma I (canons) è per piano-midi ed elettronica, ed ha vaste dimensioni (oltre 23 minuti). Prevalgono atmosfere terse, siderali, suoni sullo sfondo, continui e oscuri, che incrociano di tanto in tanto trilli brillanti. L'effetto non manca di suggestione, ma non traspare un vero nitore compositivo, e il brano sembra trascinarsi sostenuto dalla bellezza intrinseca dei timbri elettronici.

The Four Slopes of Twice among Gliders of Her Gravity di Benedict Mason risulta, almeno ad un ascolto in CD (la registrazione di questo brano è fortemente disturbata), un pretestuoso viaggio "gestuale" e concettuale dentro e sopra il pianoforte (l'esecutrice è una inspiegabilmente disponibile Irina Kataeva). I 17 minuti occupati dal brano difficilmente possono venire ascoltati con interesse per una seconda volta (almeno in questa versione discografica).

Piuttosto specioso ci è sembrato anche il brano IEAOV di Peter Ablinger, per due tromboni e due violoncelli e live electronics: delle scale vengono ripetute dai vari strumenti, fino ad aprire all'improvviso un flusso sonoro corposo che sembra protrarsi all'infinito e sul quale si "infilano" delle modulazioni ad effetto. Il risultato è ipnotico, ma musicalmente molto povero.

Arcade (1991-92) di Günther Steinke è un brano per violoncello e live electronics, fortemente animato e complesso, capace anch'esso di sonorità ultramoderne e di un interesse per il controllo e utilizzo creativo dello spazio acustico. Se non possiede una scrittura lucidissima, non di meno gli si può riconoscere una certa tensione espressiva, ancorché un poco errabonda.

Ember di Dror Feiler (1951) inizia, come direbbe Sciarrino, con un big bang alla Pli selon pli, che dà l'abbrivio a un lungo flusso sonoro oscuro, che progressivamente viene avvolto da forze contrastanti e iridescenti che ne minano l'unitarietà. Ma anche queste forze laterali giungono a un collasso, rifluendo man mano nel flusso iniziale; tuttavia è soprattutto l'entropia ad aumentare e l'orecchio dell'ascoltatore inizia a essere alquanto saturato, malgrado Feiler gli rifili ben 26'30'' di suono ininterrotto ed "eccitato". Il brano di Feiler è in fondo esemplare di questa ambigua qualità delle opere di questi giovani o meno giovani compositori; apprezzabili per il lavoro sullo spazio acustico, per l'abbandono della retorica musicale classica, per la ricezione della strada individuata dalla musica spettrale, per l'estetica "siderale", per il vasto respiro delle partiture, ma sono poi piuttosto carenti in termini di fantasia compositiva, contando solamente sulla efficacia estesica, sulla facile fascinazione sonora, che condotta all'estremo giunge ben presto a trasformarsi in "gioco facile" e in fin dei conti noioso.

Fourth Music for Marcia Hafif (3) di Antoine Beuger sceglie una via minimalista, fatta di formanti sonori catalogati e restituiti in una sintassi paratattica, dove ogni intervento orchestrale (tutti) è distanziato di un intervallo quasi regolare dall'altro. La successione non assume un tono rituale, come in certe composizioni di Scelsi (pensiamo al Quartetto n. 5, per esempio), ma a una astratta successione di pieghe sonore, segni di curvatura unica nella lavagna del tempo musicale. Infine delle pulsazioni oscure quasi inudibili di percussione trascinano il brano verso una ancor più sterile conclusione.

Manfred Stahnke con il suo Trace des sorciers risolleva un po' l'umore dell'ascoltatore; si tratta di un brano in continua trasformazione, che gioca su forme ibride, attinenti alla tradizione classica, ma anche esterne, provenienti dalla musica folclorica. Ne nasce un viaggio all'insegna della libertà e dell'intelligenza dell'accostamento; si tratta, insomma, di un brano divertente e arguto, viaggio a "braccetto" con il compositore verso i più vasti territori musicali, viaggio per nulla intellettualistico e che raggiunge i suoi "modesti" obiettivi.

Per finire, vi è il brano di Silvia Fomina, nata nel 1962 in Argentina, ma che ha studiato un po' in tutto il mondo; l'opera qui registrata, Auguri Aquae, è una delle migliori di Donaueschinger Musitake 1997, anche se rimangono delle perplessità sulla strettissima matrice noniana che vi traspare, fin quasi all'imitazione stilistica. L'uso di voci "noniane" mescolate a strumenti modulati dal live electronics preparati dallo Experimentalstudio der Heinrich-Strobel-Stiftung di Friburgo, non poteva forse che restituire un'aria "familiare-veneziana". Detto questo, però, bisogna riconoscere alla Fomina una personale ricerca sugli intervalli (provenienti da ricerche sulla musica africana), una curiosa emergenza in superficie di una matrice ispirativa al Rinascimento e al Barocco (cosa sigillata dalla presenza del clavicembalo), una complessificazione progressiva (a livello sintattico) della trama musicale di originale fattura (sembra di percepire il continuo disegnarsi di poliedri irregolari).

Pierluigi Basso Fossali

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