
25 Years Experimentastudio Freiburg
COL LEGNO
20025 1 CD
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La casa discografica Col legno sembra essere vocata a celebrare
istituzioni e ricorrenze significative legate al mondo della musica contemporanea. In questo senso opera un ruolo insostituibile nel sottrarre l'impressione che la storia musicale di questo secolo sia vissuta in absentia e destinata soltanto a una visione ex post e "con la coda tra le gambe" ("toh, ma quanta bella musica si faceva al tempo, sotto sotto..."). Per una volta allora, viva le celebrazioni e gli omaggi...! Dopo i cinquant'anni di Darmstadt, i settantacinque di Donaueschingen, ecco i venticinque dello Studio di Freiburg, la cui centralità nella ricerca sperimentale è divenuta stabile e fruttuosa soprattutto a partire dagli anni ottanta, anche per la massiccia attività di Luigi Nono svolta presso l'Heinrich Strobel Stiftung. Tuttavia le basi di questa Fondazione trovano radice già negli Cinquanta, con alcuni esperimenti e concerti elettronici presso il Südwestfunk. La chiave di volta è però la commissione, per il Donauescinger Musiktage, da parte di Heinrich Strobel, a Karlheinz Stockhausen di un'opera elettroacustica; ne nasce quel capolavoro di dimensioni
catartiche che è Mantra per due pianoforti e appunto trasformazioni
elettroacustiche (potenziometri, modulatori ad anello, ecc.). Il timbro del pianoforte viene trasformato in tempo reale attraverso un dispositivo elaborato da Hans Peter Haller e Peter Lawo. Mantra pone sul tavolo anche importanti questioni definizionali: se la musica uscita dai vari Centri di Fonologia europei era detta "elettronica", a cosa riservare il termine elettroacustico? Le opzioni sono essenzialmente due: ritenere elettroacustico anche un brano come Mikrophonie I dello stesso Stockhausen (dato che pur essendo su nastro, i suoni derivano dall'interazione tra microfoni e una vasta esplorazione dei suoni che un gong può emettere), oppure pensare l'elettroacustico come l'intersezione nel contesto esecutivo di suoni prodotti da strumenti acustici e la loro modulazione attraverso dispositivi elettronici. Problema non sterile, dato che pochi giorni fa abbiamo assistito a un concerto a Bologna dove il termine elettroacustico veniva
attribuito a opere registrate su supporto digitale e solo a livello genetico originario connesse con l'utilizzo di suoni acustici (spesso difficilmente distinguibili da quelli che una volta venivano chiamati suoni concreti) e con la percussione di oggetti anomali (un termosifone, ad esempio): sono opere dette per tale ragione acusmatiche (l'originale originale del suono è sottratta allo spettatore). Non c'è dubbio che la storia della ricerca dello Heinrich Strobel Stiftung si pone su un versante di ricerca dove l'elettroacustico assume la forma del live electronics.
Haller sarà il primo direttore (dal 1971) dello studio di Friburgo e le
prime tecnologie messe a disposizione furono i "delayers" e il famoso Halaphon, che fu alla base dell'idea di muovere e modulare il suono attraverso lo spazio di ascolto: il primo brano a utilizzare tale tecnologia fu lo splendido Planto por le victimas de la violencia (disponibile nel cofanetto della Col legno dedicato ai 75 anni di Donaueschingen).Vincente è stata la strategia dello studio di Friburgo di affiancare ad uno staff tecnico preparatissimo la collaborazione di compositori di prim'ordine: insomma non vi è mai stato l'anelito per un raggiungimento tecnico fine a se stesso, ma una direzionalità della ricerca che nasceva dalle esigenze espressive più urgenti per i compositori stessi. I curatori del libretto del CD fanno notare come il live electronics abbia posto rilevanti questioni notazionali, al punto che molto partiture non hanno indicazioni precise a riguardo, risultando ancora più criptico per l'esecutore
quale dovrà essere l'effetto sonoro finale; ma anche questioni fruitive, visto che al gesto esecutivo non corrisponde più né la qualità né la temporalità del suono.
André Richard è il nuovo direttore dello Heinrich Strobel Stiftung dal
1989, ma è la morte di Nono a segnare forse il maggiore segno di discontinuità. Sul fronte tecnologico la differenza col passato è notevole: digitalizzazione dell'intero studio e massiccia introduzione del computer. Da questa trasformazione nasce il matrix-mixer, uno strumento che sviluppa ulteriormente le potenzialità del live electronics e ottiene un maggior controllo dello spazio sonoro.
Il triplo CD della col legno cerca di mappare l'intero itinerario
di ricerca dello studio di Friburgo: la scelta, secondo l tipica e apprezzabilissima politica della casa discografica, cade su brani di ampie dimensioni e di notevole complessità. Sono in tutto nove lavori che affiancano nomi celebratissimi come Nono o Schnebel ad altri decisamente nuovi come Isabel Mundry (1963) o Marc André (1964).
Il primo CD inizia con Time and motion study II per violoncello e
live electronics di Brian Ferneyhough (1943); l'esecutore è l'efficace Werner Taube;
malgrado sia un'incisione dal vivo del 1977 risulta nettamente più convincente di quella
recentemente pubblicata in un disco dell'Etcetera (esecuzione di Friedrich Gauwerky). Il
brano di Ferneyhough richiede molta partecipazione esecutiva per sottrarre la partitura ad
uno sterile gioco di forme errabonde e introflesse: l'esecuzione di Taube, che non
conoscevamo, ci ha fatto cambiare idea sulla bontà di quest'opera di Ferneyhough (un
compositore che frequenta assiduamente la partiture per strumento solo).
Segue una vasta e complessa partitura di Cristóbal Hallfter (1930) che
risale anch'essa alla metà degli anni settanta, periodo che grosso modo corrisponde anche
alla fase creativa più ispirata del compositore spagnolo. Il brano, per undici strumenti,
nastro magnetico e live electronics, ha una struttura fortemente compatta e tende a
costruire per larghi tratti un'idea di flusso ininterrotto largamente drammatico e teso.
Non mancano interventi virulenti, in primo piano, del pianoforte, tanto da far ricordare Como
una ola de fuerza y luz di Luigi Nono. Atmosfere algide si contrappongono ad altre di
indubbia violenza. L'integrazione dell'elettronica consente la costruzione di una sorta di
spessore paradigmatico del brano, una dialettica continua tra diversi piani sonori, sempre
ben distinti, tanto che vengono evitati rigorosamente momenti di confusione e di impasto
dei suoni. Un suono continuo, raramente modulato, come un accordo gelido di organo
elettronico, scorre per vaste sezioni del brano, contribuendo a disegnare un paesaggio
narrativo, dove alla "rivolta" irrequieta strumentale e alle sferzate improvvise
di suoni elettronici, sembrano porsi in sottofondo gli strali di un passato luttuoso,
inestirpabile.
Il terzo brano è Monotonien (1988-89) per pianoforte e live
electronics di Dieter Schnebel; la registrazione dal vivo qui incisa comprende tuttavia
solo le sezioni I, IV, V. Un mese e mezzo prima (2 ottobre 1989), sempre Marianne
Schroeder, aveva eseguito le prime quattro sezioni (almeno così ci risulta da una
registrazione su nastro in nostro possesso). Monotonien si presenta quindi come un
piccolo catalogo nel quale l'interprete può fare delle scelte. Le sezioni si
differenziano piuttosto fortemente sia dal punto di vista intervallare, sia in termini di
forma spaziotemporale: infatti, il processo di sviluppo del materiale è molto
differenziato e sempre molto poco prevedibile. Dal punto di vista retorico vige la
dominanza dell'ostinato. Le risonanze e le dinamiche disegnano delle vere e proprie
ondate che portano a riva di tanto in tanto variazioni; ondate costituite da un pulviscolo
di note in frenetico movimento, in cui ogni tanto sembra di riconoscere spume marine e
rabbiose risacche.
Il secondo CD si apre con AB II (1997) di Marc André; il titolo,
apparentemente di laconico sapore formulaico, rimanda alla preposizione avverbiale tedesca
dai molteplici significati e usi: ma l'ascolto del brano, di chiara iscrizione alla musica
spettrale, sembra portarci su orizzonti siderali appena investigati e il nome diviene
così l'etichetta provvisoria di una stella di oscura luminescenza. Il brano, di
avveniristica concezione tecnologica, non manca di essere fascinoso. L'oscurità materica
della parte elettronica incontra la lucentezza del pianoforte, lo stridore lancinante di
"contorsioni" violoncellistiche, il suono profondo e inquietante del cymbalom,
il respiro cavernoso del clarinetto contrabbasso. Momenti di grande vivacità, pur in
"episodi" sempre di largo respiro, lasciano talvolta spazio a sezioni/ di pura
"pasta" gravitazionale, spire e volute di notti-aliene e di
antimateria-musicale. Immergersi nel brano di André è infatti un viaggio ininterrotto,
dove nulla è antropomorfo e l'orecchio bussa quasi sbigottito al senso di dimensioni
sconosciute. Il grande meccanismo dell'universo non è né geometria, né meccanismo
"oliato": ecco lo sfregolio, l'incedere affannoso, la ruggine che sembra
ricoprire ogni dove, un vasto affresco di sapiente estetica dell'oggettuale dove del
soggetto non rimangono che lontane impronte esecutive e scorie pulviscolari, aminoacidi in
fuga dalla vita terrena.
Emmanuel Nunes (1941) è il più grande compositore portoghese di questo
secolo, vocato a composizioni sempre di vaste dimensioni, molto rigorose e caratterizzate
da una fortissima complessità ritmica. In Wandlungen si può apprezzare anche una
incandescente invenzione timbrica, nonché una costruzione di rara coerenza fatta di brevi
frasi musicali, compiute in sé ma capaci senza soluzione di continuità di disegnare un
lungo periodo. La forma è un aspetto in prima piano in Wandlungen e ciò sembra
giovare al comporre di Nunes, il cui difetto è spesso quello di architettare grosse
costruzioni che "traboccano nell'insipienza". Il sottotitolo esplicita che si
tratta di cinque passacaglie per 25 strumenti e live electronics. L'elettronica è usata
con parsimonia e circospezione, al fine di permettere un amalgama perfetto tra suono
acustico e suono modulato elettronicamente. Per quanto ci riguarda si tratta dell'opera
più seducente di Nunes, proprio per il suo carattere contenuto, fresco e mai enfatico.
Molto bella è anche l'esecuzione dell'Ensemble Modern der Jungen Deutschen Philarmonie
diretto da Ernest Bour.
Echanges (1985-86) di André Richard (1944), uno dei pochi brani
contenuti in questo edizione Col legno ad essere inciso in studio, è un brano per
orchestra e live electronics, dotato di un tono imponente e livido e di uno sviluppo
irrequieto, dove le percussioni giungono a spezzare il flusso orchestrale con fare
decisamente varesiano. L'incandescenza delle situazioni sonore conduce talvolta a toni
troppo esacerbati e i piani sonori si schiacciano l'uno sull'altro; più interessante è
l'atmosfera tersa del finale. Malgrado Richard sia un grande esperto delle nuove
tecnologie, al punto da essere divenuto uno dei più stretti collaboratori di Nono e poi
addirittura il direttore dell'Heinrich Strobel Stiftung, il suo brano è forse quello che
meno usa in maniera efficace l'elaborazione elettronica (ed anche la lezione noniana
sembra decisamente lontana).
Il terzo CD ha una cospicua dominante italiana: si inizia con Klavierstück
Nr. 4: Vae Victis (1996) per pianoforte di Diego Minciacci, un anomalo compositore
nato a Roma nel 1955, esperto in tecniche compositive computeristiche, ma soprattutto
neurofisiologo che insegna all'Università di Torino. Il suo pezzo per pianoforte,
eseguito da Ortwin Stürmer, si basa su complessi rapporti e equivalenze tra strutture
neuronali e forme compositive. Il risultato è piuttosto brillante, anche se il materiale
armonico e intervallare appare talvolta troppo spurio e la coerenza dello sviluppo non è
sempre chiara. I richiami tra pianoforte dal vivo, su nastro e risonanze/riverberi dei live
electronics sono suggestivi, ma talvolta le falde sonore si susseguono non sempre
ordinatamente. Piuttosto diafana anche la necessità espressiva che nutre questo brano;
l'ascoltatore non sembra avere mai un posizionamento interno al discorso musicale, ma lo
guarda un po' "dalla finestra".
Al pur pregevole brano di Minciacci, si contrappone la tensione espressiva
ineguagliabile di Quando stanno morendo, Diario Polacco n. 2 (1982) di Luigi Nono.
All'incisione delle Ricordi pubblicata già diversi anni fa, fa seguito questa nuova
esecuzione (12/12/97) dal vivo, che se possiede un suono più limpido, presenta non meno
un paio di difetti: il primo è dato dal fatto che il rumore di fondo e colpi di tosse
vari non si risparmiamo e rompono un pochino l'incanto della musica noniana; in secondo
luogo la regia sonora o il posizionamento dei microfoni per l'incisione ha fallito alcuni
obiettivi. Rispetto alla prima esecuzione del brano, curata a fondo dallo stesso Nono,
questa esecuzione a Friburgo con la regia sonora dell'esperto Peter Haller cade nello
stesso errore, secondo noi, di quella di qualche anno fa tenuta alla Basilica di San Marco
a Venezia e curata da Alvise Vidolin: la parte di voce recitante (quando legge uno dei
frammenti di Chlebnikov) è troppo spezzettata lungo le diverse fonti sonore, raggiungendo
una effetto artificioso, un'artificialità "elettronica" sovraesposta che non
era nelle intenzioni di Nono. Tolto questo difetto, piuttosto fastidioso tuttavia, il
capolavoro noniano appare in smagliante forma: magica l'atmosfera realizzata nell'ultima
sezione e ben discernibili alcune sottigliezze vocali.
Il brano che conclude questa stimolante, preziosa e ben selezionata
raccolta della miglior produzione dello Studio di Friburgo, è Gesichter (1997) di
Isabel Mundry: il brano è per voci, percussioni e live electronics. L'uso
dell'elettronica è parsimonioso, la scrittura vocale piuttosto sobria, ma piuttosto
raffinata: l'incontro tra voci e percussioni ricorda molto gli effetti contrastivi già
sperimentati da Nono negli cinquanta e sessanta. Ciò che è certo che Mundry è molto
brava nel creare delle atmosfere rarefatte, ma mai sterili; il suo è un lavoro non
originalissimo, ma ampiamente significativo e riuscito.
Non si può che concludere che questo triplo CD può essere considerato davvero
di grande interesse, sia perché permette di familiarizzarsi con le tecniche
e le sonorità elettroacustiche, sia perché i brani dei vari compositori
non sono affatto episodiche sperimentazione fine a se stesse. |