BARRAQUÉ (1928-1973)
Œuvres complètes
S. Litwin: pianoforte
J. Moffat, D. Miles-Johnson, C. Ascher, R. Hardy, C. Barainsky: voci
E. Molinari: clarinetto
Vokalensemble NOVA Wien
Klangforum Wien
S. Cambreling, J. Wyttenbach, P. Rundel, direttori
CPO
9995692
3 CD

*****

«Quanto più quel fragore lo avvolgeva, quanto più egli penetrava nel suono fluttuante che lo penetrava, tanto più irraggiungibile e tanto più grande, tanto più grave e tanto più evanescente si fece la parola, un mare sospeso, un fuoco sospeso, con la pesantezza del mare, con la leggerezza del mare, e tuttavia sempre parola: egli non poteva ricordarla, non doveva ricordarla; essa era per lui incomprensibilmente inafferrabile, perché era al di là del linguaggio.» [Hermann Broch, La morte di Virgilio]

Per chi ama la musica di Jean Barraqué, la pubblicazione di questo CD, che ne raccoglie l'intera opera, è quasi un sogno. Infatti, nel parlare di Barraqué risuona sempre l'alone di qualcosa di perduto come gli fosse consustanziale: Barraqué, che ha composto solo sette opere, genio scintillante, perso rapidamente nel fiume limaccioso della vita, Barraqué dell'incompiutezza, dei progetti abbandonati, dei suoi pochi, quarantacinque, alberi della vita, Barraqué dimenticato e guardato con sospetto. Qualcuno sa chi è stato Barraqué e sa riconoscere la grandezza della sua musica, anche se non può continuare a dubitare che ciò che sia rimasto sia troppo poco, che il destino ha sperperato troppo quella volta, che prima poi su Barraqué calerà il silenzio.

La consistenza anche materiale di questa pubblicazione infonde non poco coraggio a credere, invece, che Barraqué non è destinato all'oblio. Del resto, per comprenderne il valore, basta ascoltare pochi minuti della sterminata Sonata per pianoforte composta a soli ventiquattro anni, in pratica la sua opera prima (forse anche la sua più grande). Divisa in due tempi del tutto opposti (Molto rapido / Lento, le indicazioni agogiche, curiosamente non riportate nelle note del CD), essa è un pezzo di un'inventività sconcertante, con una scrittura compositiva di rara acutezza e straordinariamente coerente. Questa è un po' la caratteristica dell'arte di Barraqué: la sua evidente, bruciante ispirazione e il suo perfezionismo senza concessioni; perfezionismo non formale, si badi bene, ma intriso della volontà di scrivere solo note necessarie. Di qui la sensazione di un incedere del discorso musicale senza pause, o digressioni, ma come procedesse per inferenze, attraverso una logica ferrea che ha il sapore tuttavia dell'emozione. Una delle poche noti dolenti della splendida edizione CPO è l'esecuzione non straordinaria di Stefan Litwin, soprattutto nel primo tempo: infatti, l'indicazione agogica (Très rapide) non è stata per nulla rispettata da Litwin; ma se questa non è in assoluto una colpa, lo è invece il fatto che il rallentamento non è stato giocato in funzione di una maggiore riconoscibilità delle forme. L'opera infatti, di gradissimo nitore, esige la messa in evidenza nei densi grappoli di note, che spesso divengono quasi una pioggia torrenziale di raffinatissime geometrie, di stupendi accenni a melodie in frammenti, di formanti che si richiamano per rime e simmetrie. Addirittura imbarazzante è il confronto tra una famosa incisione discografica della Sonata da parte di Roger Woodward e questa di Litwin: differenza macroscopica nella durata (diversi minuti), ma anche nella resa delle esplosioni vitalistiche, dei sorprendenti ed entusiasmanti cambi ritmici, della costruzione frastica (quasi uno scambio conversazionale). Forse solo qualcuno si ricorderà un'esecuzione ancor più magnifica, quella del nostro straordinario e mai troppo apprezzato Massimiliano Damerini, trasmessa da Radio Tre a metà degli anni ottanta (mi pare di ricordare che fu durante la trasmissione curata da Enzo Restagno "Generazioni a confronto"): Damerini, per le sue specifiche qualità, è l'esecutore perfetto per la Sonata di Barraqué: peccato non vi sia un'incisione.

Davvero notevole, invece, è l'esecuzione del Klangforum Wien in questo triplo CD del Concerto per sei formazioni strumentali e due strumenti: la direzione di Sylvain Cambreling sceglie anche in questo caso un deciso rallentamento (quasi sette minuti in più rispetto alla precedente esecuzione in CD Harmonia Mundi curata da Paul Mefano con l'Ensemble 2e2m), ma per sviscerare la partitura in maniera molto analitica e in funzione di un delizioso assaporamento delle cesellature timbriche e della svagate e incessanti invenzioni melodiche. Di fatto, si tratta di un dialogo tra solisti, in cui clarinetto e nella seconda parte il vibrafono, hanno una leggera preponderanza e una funzione quasi di "maestro di cerimonia", che invita, di volta in volta un trio o un duetto di strumenti ad entrare. Gli accoppiamenti sono poi bellissimi (viola e trombone, chitarra e sax alto, violino e fagotto, clarinetto basso e arpa) e emerge spesso in primo piano il clavicembalo (che sostituisce l'onnipresente pianoforte delle altre opere di Barraqué). Il Concerto è l'ultima opera terminata da Barraqué nel 1968 ed è un capolavoro che lascia una scia di rimpianto per le quattro opere rimaste incompiute e per tutto quanto avrebbe ancora potuto comporre. Un'immagine, quasi un emblema ossessivo, ha attraversato la vita di Barraqué: è un'immagine de La morte di Virgilio, un romanzo assolutamente fondamentale di Hermann Broch, dove Virgilio arrivato a Brindisi morente pensa di bruciare la sua opera, L'Eneide. Questa è la tentazione del gesto di sfida e di consapevolezza massima nel contempo verso il destino all'incompiutezza di ciascuna vita. Incompiutezza, parola chiave anche per uno studioso come Paul Zumthor, morto pochi anni fa: «L'incompiutezza non è rottura. Non è provocazione. È semplice rifiuto di questa chiusura attraverso la quale tutto termina, "viene al limite", secondo l'etimologia della parola: si sottomette all'autorità del ragionevole, in nome di una filosofia trionfante.» [Babele, Il Mulino, Bologna, 1997, pag. 208].

Barraqué ha composto tre opere su sette su testi che provengono da La morte di Virgilio e ne ha lasciati altri incompiuti, tutti focalizzati su quest'opera, come fosse uno scrigno in cui guardare sempre più a fondo, in una investigazione sul senso anche questa interminabile e indomabile. Sono lavori di vaste dimensioni, di estrema complessità, solcati da una vocalità molto drammatica, quasi mai distesa, irta e spesso affannosa. Il tessuto musicale è invece più spesso terso e pieno di sottigliezze, di riverberi, di lucentezze, di rime: il livello strumentale resta come una profondità creativa meno controllata da Barraqué, più libera, spesso meno ubbidiente al peso dei "contenuti" tragici.

Non possiamo in questa sede dilungarci sulle caratteristiche peculiari di ...au delà du hasard (1958-59), Chant après chant (1966) e Le temps restitué (1957-68). La prima è stata l'opera che ha dato a Barraqué una breve ventata di clamore e successo, ma che non ha prodotto che quasi otto anni di progetti rimandati, di false partenze, di indecisioni, fino ad arrivare a un'opera scritta quasi di getto (almeno per i suoi canoni) Chant après chant. I "parti" difficili di questo compositore contrastano con la chiarezza della sua scrittura, con la necessità quasi "logica" delle consecuzioni sonore: proprio in Chant après chant Barraqué perfeziona al massimo grado il suo metodo delle serie proliferanti: in esso si scorge come, al di là del suo volto romantico, Barraqué avesse preoccupazioni teorico-estetiche molto radicate, che lo conducevano a porsi questioni intorno alla generatività della creazione (come in Xenakis, certo). Chant après chant è comunque un'opera dove vi è una incredibile capacità di accostare il dissimile, toni e registi lontanissimi, furori e soavità, chiarezze e oscurità. Soprattutto è un'opera di sconcertante modernità e nel contempo di sintesi dell'esperienza dell'avanguardia. Sei percussionisti e un pianoforte tessono quasi una danza rituale intorno a una voce che spesso si nasconde, si vela, per poi riapparire episodicamente con folgorante eloquenza. Bellissima anche l'esecuzione del Klangforum Wien diretto da Peter Rundel.

...au delà du hasard è una lunga e complessa partitura che supera i quaranta minuti d'esecuzione: gli impasti strumentali, spesso rarefatti e raffinatissimi, sono certo abbastanza vicini a quelli di Boulez, e in un certo senso raffrontabili sono anche gli improvvisi scatti ritmici. Anche il canto è nervoso quasi in una continua estetica del guizzo, mentre sono alcuni intermezzi strumentali a lasciarsi andare a qualche episodica, meravigliosa tenerezza. A sorprendere è la lucentezza cristallina della musica di Barraqué frutto di una scrittura controllatissima, ma che rimane permeata di un impeto espressivo di bruciante intensità. Malgrado la Sonata sia rimasta isolata opera dedicata al pianoforte, possiamo sentire anche in quest'opera come questo strumento abbia sempre in Barraqué una funzione fondamentale, quasi strutturale.

A queste tre opere vocali straordinarie si aggiungono uno studio per nastro magnetico (Etude), interessante come documento ma molto rovinato, e la Séquence per voce e strumenti (1950-55), opera già matura e vigorosa, che non conoscevamo e che ci ha non poco sorpreso. Etude emerge da un fastidiosissimo rumore di fondo; ma si comprende abbastanza bene come sia stato un vero disastro lasciare deperire il nastro in quel modo, visto che si tratta di un lavoro assolutamente comparabile con i lavori contemporanei di Stockhausen: anzi, vi è un controllo del mezzo a fini espressivi decisamente notevole, anche se rimane un esperimento e non un'opera compiuta. Sulla Séquence bisognerebbe spendere più parole; finita a metà degli anni cinquanta è uno splendido preludio alle opere vocali degli anni successivi e un esemplare perfetto della grandezza raggiunta dalla musica seriale anni cinquanta, oggi tanto bistrattata.

In conclusione, non possiamo che consigliare questo triplo CD come uno degli eventi più importanti del '98 musicale: le esecuzioni sono in larga parte ottime e la registrazione perfetta. Nelle note del disco abbiamo letto come il progetto sia stato sostenuto dall'Association Jean Barraqué: è un piacere sapere che esiste e idealmente ce ne sentiamo parte.

Un'ultima parola su Jean Barraqué e su La morte di Virgilio di Hermann Broch; esistono in mezzo alla variopinta chiacchiera della nostra epoca (Celan), oltre la cortina di derisione che spira verso tutto ciò che tenta di sbalzarsi oltre la prosaicità del quotidiano, comunità che si riconoscono, che dialogano a distanza, comunità legate da fili sottili, che parlano sull'orlo di ammutolire (ancora Celan), ma che amano proprio quel peso del cielo-come-silenzio-dello-scopo sulle proprie spalle, proprio quel peso che il progetto della vita adulta impara a sconfessare, a negare nello zittire l'immaturità dell'irragionevolezza (Gombrowicz), che reclama invero la ragione stenta di ogni cosa. Barraqué si è perso, ma ha comminato dove non ci sono cammini (Nono) e lasciato terra affettiva per noi, terra nuova, pronta per essere esplorata, affinché ci possiamo ritrovare un po' più lontano, un po' più in bilico verso ciò che c'è, che invade come presenza, come la notte (Levinas). «Visibile-invisibile era la realtà dei firmamenti, visibile e tuttavia irriconoscibile, ma lui che guardava, anche lui preso dal crescere dell'universo, anche lui intessuto di animali e di piante, anche lui si estendeva da un firmamento all'altro attraverso le maree dell'universo». Parole troppo grosse, suoni troppo lontani, visioni troppo accecanti. Che lasciando un millennio, non si levi solo la risata folle di chi allena alla dimenticanza nel regno di superficie; di chi irride ciò che solo più non sostiene.

Pierluigi Basso Fossali

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