BACH
Messa in SI minore BWV 232
J. Zomer, sop. I;
V. Gens,  sop. II;
A. Scholl, cont.
C. Prégardien, ten.
P. Kooy, bs. I
H. Müller-Brachmann, bs. II;
Choeur et Orchestre du Collegium Vocale;
P. Herreweghe, dir.
HARMONIA MUNDI FRANCE
HMC 901614.15
2 CD

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Mentre l’edizione della Matthäus-Passion nell’interpretazione di Brüggen" sembra condurre gli esiti delle esecuzioni filologiche in un vicolo cieco, ben altre prospettive apre e sviluppa, all’interno della medesima scuola, questa incisione della Messa in Si minore da parte di Philippe Herreweghe alla guida del Collegium Vocale, compagine corale e strumentale da lui stesso fondata. Il direttore belga aveva in realtà già inciso la Messa alcuni anni or sono sotto l’etichetta Virgin, ma questa nuova edizione per l’Harmonia Mundi France sembra spingersi in una dimensione di assoluta eccellenza grazie ad un lungo studio su quest’opera giunto ora a completa e piena maturazione.

Se la Matthäus Passion costituisce l’aspetto più drammaticamente compiuto dell’esperienza liturgica bachiana, la Messa in Si minore, composta in un arco temporale di quasi venticinque anni, testimonia della riflessione profonda del suo autore sui principi teologici del cristianesimo, al di là delle stesse differenze confessionali, sì da comprendere e sintetizzare una molteplice varietà di stili: dai rigorosi procedimenti arcaici e rinascimentali di matrice luterana a pagine in cui si manifesta la concezione più estroversa della Chiesa trionfante, caratteristica del cattolicesimo barocco. Un opera, dunque, che trae la propria compiutezza ideologica nella diversificazione stilistica, "documento e monumento quasi sconcertante di una prassi che sposa con radicale severità l’arcaismo e la modernità [...] e fonde in un unico corpo le due grandi espressioni del pensiero cristiano, la teologia della gloria di ascendenza cattolica e la teologia della croce di ascendenza luterana" (Basso), ma che appare frutto di una costruzione perfettamente coerente pure nella forma architettonica, ricomponendosi le differenze stilistiche con stupefacente equilibrio in un insieme organico nel quale testo liturgico e sintassi musicale procedono unitariamente identificandosi l’uno nell’altra.

Va da sé che fissare un’interpretazione di un simile capolavoro che renda giustizia degli elementi stilistici affini e contrapposti, della sua quasi esagerata monumentalità e della sua straordinaria polivalenza si presenta come un compito di assai difficile realizzazione, che tuttavia Herreweghe mostra di saper svolgere perfettamente grazie anzitutto alla sua profonda conoscenza del repertorio rinascimentale e prebarocco che gioca un ruolo importante nella complessiva riuscita di questa esecuzione: lo studio e la ricerca storiografica si traducono qui in un progetto di grande coerenza interpretativa che rinnova le istanze dell’Aufführungspraxis secondo una volontà che supera la stessa ricerca filologica e diviene autentica "riscoperta" dei significati e dei valori dell’opera musicale.

Colpisce anzitutto la meticolosa esplorazione del ricco materiale polifonico risolta con una prassi esecutiva rigorosa, eppure serratissima, capace di riportare la profondità del messaggio teologico nel terreno del più autentico razionalismo: così l’attenzione massima alla conduzione delle voci nella fitta trama contrappuntistica riconduce il senso complessivo della Messa non alla trascendenza di un modello formale e ideologico esterno o esteriore, ma all’immanenza del linguaggio musicale stesso attraverso il quale si determina la solidità della costruzione architettonica complessiva, le parti essendo in costante e dialettica relazione con il tutto. Se l’attenzione al modello polifonico appare come la caratteristica dominante dell’interpretazione di Herreweghe, essa da origine anche ad una cura particolareggiata della dimensione linguistica, della "parola" intesa come elemento dominante di una riflessione profonda sui dogmi del cristianesimo e sul significato stesso della liturgia come superamento dei diversi piani confessionali nell’identificazione di un "logos" originario che pare voler cogliere i fondamenti stessi del suo rapporto con la musica.

Elemento determinante nella realizzazione sonora di tale concezione è l’ottima compagine corale del Collegium Vocale, strumento assai preparato tecnicamente e duttile stilisticamente che sostiene senza difficoltà i numerosissimi interventi che Bach riserva al coro (17 brani sul 26 complessivi) e soprattutto riesce, grazie alla puntigliosa concertazione di Herreweghe, nel difficile compito di connettere le disparate ascendenze stilistiche presenti nella Messa. Si ascolti l’incedere solenne nell’entrata della fuga del "Kyrie eleison", l’effetto "retorico" con il quale viene condotto il repentino passaggio dal maestoso "Gloria", esempio di quello stile magniloquente di derivazione cattolica, al più dimesso e rigoroso "et in terra pax", oppure alla suggestiva entrata del "Gratias agimus tibi" sul quale si sviluppa uno dei momenti contrappuntistici più complessi dell’intera Messa.

Altra particolarità di questa edizione è l’aderenza ad una dimensione sonora omogenea, asciutta ma tutt’altro che arida e priva di spessore, severissima ma ugualmente attenta ad una dinamica tanto espressiva quanto stilisticamente coerente, ottenuta grazie ad una realizzazione funzionalissima del basso continuo, inquadrato giustamente come fondamento di tale mastodontico impianto formale tanto da costituirne l’elemento propulsivo ed equilibrante i diversi parametri liturgici, nonché i diversi modelli musicali: dalla complessa articolazione dello stile mottettistico alla leggerezza virtuosistica delle arie soliste, dai rigorosi e solenni brani fugati alle maestose sezioni ricche di tripudianti atmosfere in gloria Dei.

Di pari valore la prova dei cantanti solisti, tutti specialisti e perfettamente integrati nella severa lettura di Herreweghe. Eccellenti per dizione, corretteza dell’emissione e proprietà stilistica il soprano Johannette Zomer e i due bassi Peter Kooy e Hanno Müller-Brachmann, mentre il controtenore Andreas Scholl si lascia apprezzare per un timbro personale, complessivamente piacevole e con pochissimi suoni fissi, come raramente si può ascoltare nei contraltisti. Assolutamente da incorniciare, infine, le due arie eseguite dal soprano Vérinique Gens e dal tenore Christoph Prégardien: esemplare per naturalezza e precisione nella definizione di una coloratura pressoché perfetta ma mai fine a se stessa, la prima, nel "Laudamus te", massimo esempio di aderenza ai significati testuali tradotti in una linea vocale morbida, espressiva e stilisticamente ineccepibile nel bellissimo e toccante "Benedictus", il secondo.

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