DONIZETTI:
Maria de Rudenz
Maria de Rudenz, K. Ricciarelli
Matilde di Wolf, S. Baleani
Corrado Waldorf, L. Nucci
Enrico, A. Cupido
Rambaldo, G. Surjan
Il Cancelliere, S. Eupani
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Eliahu Inbal, dir.
Teatro La Fenice

2 CD

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Maria de Rudenz appartiene al nutrito gruppo di opere che ebbero la loro prima rappresentazione al Teatro la Fenice. Appartenente all’ultimo periodo della produzione donizettiana, composta con non poche difficoltà in un momento particolarmente difficile della vita dell'autore, Maria de Rudenz racchiude in sé tutti i caratteri drammatico-musicali del melodramma italiano che vive della bravura dei suoi interpreti, modellato sulle caratteristiche dei cantanti allora in auge e che ritrova una sua ragion d’essere solo se riproposto con cast di alto livello. È il caso di questa edizione veneziana che poteva contare su una Katia Ricciarelli all'epoca ancora in grado di fornire prestazioni vocali più che convincenti. Il ruolo di Maria era adattissimo al suo talento di interprete capace di tenere autorevolmente la scena, basato com'è più sulle caratteristiche espressive che richiedono forte sensibilità interpretativa piuttosto che su virtuosismi e acrobazie vocali. La linea di canto scelta dalla Ricciarelli, esemplare per un fraseggio stilisticamente perfetto e per la purezza dell'emissione che si adatta con grande efficacia alla melodia, disegna alla perfezione il personaggio sia sul piano vocale che su quello psicologico, rendendo in qualche modo credibile questa figura femminile tanto funesta quanto improbabile. Qualche acuto un po' forzato non ne compromette più di tanto la bella prova. Autentico punto forza dell'incisione è però il Corrado di Leo Nucci che, magnifico per eleganza nella linea di canto, dizione perfetta, morbidezza nell'emissione, sensibilità di attore, mostra qui tutte le qualità che hanno contraddistinto la sua carriera. Dotato vocalmente, con un timbro molto gradevole, corposo, luminoso, Alberto Cupido si dimostra invece interprete piuttosto superficiale, alternando buoni momenti, soprattutto nei numeri chiusi, ad altri in cui tende a trascurare fraseggio e intenzioni interpretative. Molto buoni anche gli interpreti dei ruoli secondari, e assai interessante la direzione di Eliau Inbal, direttore di tradizione non certo melodrammatica che in seguito prenderà strade di repertorio completamente diverse. Qui riesce a tenere insieme le fila dell'opera, rigidamente legata alle più trite convenzioni donizettiane, con vivacità, autorevolezza e raffinatezza senza per questo snaturarne il senso. L’incisione è questa volta di qualità molto buona, considerando le difficoltà delle registrazioni live.

Daniela Goldoni

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