
Musica per pianoforte della scuola di Darmstadt
MESSIAEN: Cantéyodjay
STOCKHAUSEN: Klavierstücke I-IV; Klavierstücke V
EVANGELISTI: Proiezioni sonore
CLEMENTI: Composizione n.1
BOULEZ: Sonata per pianoforte
Steffen Schleiermacher, pianoforte
MDG
61310042 1 CD 64'21
***
|
L'etichetta tedesca MDG ha inaugurato una serie
di compact disc dedicati alla storia del pianoforte a Darmstadt,
la cittadina tedesca, dove si tennero i Ferienkurse,
che furono negli anni Cinquanta la culla della "Nuova musica".
Ne presentiamo il primo volume che include importanti brani
di Olivier Messiaen (Cantéyodja), Karlheinz Stockhausen
(Klavierstücke I-IV, V), Franco Evangelisti (Proiezioni
Sonore), Aldo Clementi (Composizione N.1) e Pierre
Boulez (Terza Sonata). Dall'elenco dei compositori e
delle opere si comprende come l'intento di questa piccola casa
discografica e dell'esecutore, il pianista Steffen Schleiermacher,
non sia né puramente celebrativo né segua un percorso
cronologico, ma abbia un approccio più incentrato sulla
problematicità della scuola di Darmstadt: infatti accanto
ad opere pienamente aderenti al serialismo integrale come i
Klavierstücke di Stockhausen cattura subito l'attenzione
la presenza di un'opera come Cantéyodja scritta
da Messiaen nel 1949 alla vigilia del suo arrivo ai corsi di
Darmstadt e quando il compositore francese cominciava ad avere
i primi rapporti con le avanguardie.
Non vogliamo con ciò affermare che la prospettiva
storica sia completamente assente in questo progetto, anzi,
proprio il brano di Messiaen, che apre gli ascolti, crea, per
molti aspetti una continuità con il passato essendo legato
a diverse tradizioni musicali, e non solo a quella occidentale.
Se infatti, il metodo di composizione per "modale"
che egli concepì ed adottò è molto lontano
dalla dodecafonia schönberghiana, è altresì
vero che esso conduce ad una razionalizzazione totalizzante
assai vicino ai principi del serialismo integrale. La chiarezza
timbrica del pianoforte di Schleiermacher rende con nitore la
struttura compositiva: appaiono così trasparenti per
l'ascoltatore non solo i vari nessi presenti in quest'opera
(dalla tradizionale logica della derivazione tematica, a quella
associativa che proviene da Debussy, a quella "sospesa"
di stampo mistico-orientale), ma anche gli intrecci tra questi
approcci. Attraverso un gioco di colori delicati, che conduce
dalle tinte più violente dei suoni gravi a quelle più
glaciali degli acuti il pianista riesce a rendere tutta la problematicità
di Cantéyodja, dando in tal modo una ragione della
controversa presenza di Messiaen ai Ferienkurse. Inserire quindi
questa composizione all'inizio del compact disc significa porla
al contempo come elemento di continuità e di rottura
tra un a priori della storia della musica e le avanguardie del
dopoguerra.
Sappiamo infatti quanta importanza abbia avuto
il pianismo di Messiaen per le composizioni pianistiche degli
anni Cinquanta, in particolare per Stockhausen. Pur nella estrema
radicalità dell'esperienza artistica del compositore
tedesco, è possibile anche in questo caso intravedere
il rapporto con la tradizione: Klavierstücke I-IV,
scritti nel 1952, sono stati infatti concepiti come "studi",
cioè in una forma tipica di scrittura vocale o strumentale
del XIX secolo; inoltre Stockhausen stesso cerca ancore melodiche
ed accordali, e quindi percettive, del passato. Proprio la ricerca
di una tradizione, su cui si basa la lettura di Schleiermacher,
rende settoriale questa interpretazione: egli si affida soprattutto
ai mezzi espressivi del pianoforte per rendere più comprensibili
questi piccoli brani. Così ad esempio nel primo Klavierstücke,
malgrado l'uniformità del colore possa fare pensare che
l'esecutore voglia mettere in rilievo il rigore seriale della
composizione, il suono morbido ed i tempi dilatati ne evidenziano
le connessioni armoniche; così come nel terzo non viene
dato il giusto peso alla tecnica "puntillistica" impiegata
dal compositore. Molto accentuato è l'uso delle dinamiche
soprattutto nel IV e nel V (quest'ultimo del 1954).
Sembra un'interpretazione basata sulla percezione più
che sul rigore formale: se da una lato dobbiamo sicuramente
apprezzare un approccio più estetico che intellettualistico,
dall'altro ci sentiamo di affermare che esso pare contraddire
le intenzioni di Stockhausen, le cui considerazioni, come ricordava
Gianmario Borio in un saggio su Adorno, "miravano a ridurre
tutte le differenze della percezione acustica a differenze nella
struttura temporale dei suoni" (G. Borio, Il concetto
di musica informale negli scritti musicali di Th. W. Adorno,
in "Rivista di Estetica", 1982, XXII, 10, p. 56).
Proprio secondo la prospettiva adorniana Schleiermacher sembra
non volersi fermare al puro materiale musicale, ma cercare di
dare una interpretazione più "artistica" del
lavoro di Stockhausen e in generale di tutta la produzione presente
in questo compact disc. Poniamo come problema aperto della interpretazione
della musica contemporanea, così come nella sua produzione,
la conciliazione fra i problemi compositivi e relativi alla
necessità storica delle opere del Novecento che hanno
seguito la tradizione di Schönberg e Webern e quelli che
riguardano la comprensione da parte del pubblico. Non ci sentiamo
di dare un giudizio completamente negativo di questa esecuzione
benché violi molti principi della poetica di Stockhausen.
Dobbiamo comunque rilevarne la coerenza all'interno del progetto
di questo compact disc: abbiamo infatti notato che anche nell'interpretazione
di Cantéyodjayâ Schleiermacher mette in
rilievo gli elementi più legati alla tradizione sia per
favorire una migliore percezione da parte dell'ascoltatore,
sia per porre in evidenza l'eterogeneità della scuola
di Darmstadt e il suo non essere completamente slegata da esperienze
passate.
Già più consone allo spirito del
compositore è l'interpretazione di Proiezioni sonore
che Evangelisti compose nel 1956: se da un lato nell'esecuzione
di Schleiermacher è presente il senso dell'evento isolato,
dell'aforisma di derivazione werbeniana (specie nel primo brano),
dall'altro l'accento è posto sul timbro che rende le
note acute simili all'acqua e sulle risonanze. Gli eventi, benché
isolati, entrano, soprattutto nel secondo brano, in un gioco
di riflessione, di specchi, di immagini che finiscono per creare
un legame e quindi unità a ciò che in origine
voleva essere una costellazione di eventi isolati. Se Evangelisti
intendeva attribuire un riferimento visivo a Proiezioni sonore,
è più da intendersi come l'ombra di statue che
come immagini fluttuanti. Grazie all'uso delle dinamiche a cui,
anche in questo caso, Schleiermacher si affida, egli rende immediatamente
comprensibile l'opera, cercando sì una sua problematizzazione
ed una collocazione in una tradizione, ma sacrificandone l'aspetto
della ricerca innovativa così importante in un autore
come Evangelisti.
L'approccio problematico che questo compact disc
vuole dare alla scuola di Darmstadt è confermato dalla
presenza di Composizione N. 1 (1957) di Clementi nella
quale l'autore si stacca chiaramente dai canoni della serialità
puntando sulla ripetizione delle note e quindi su un ritorno
sia pur apparente alla tonalità. Questa scelta può
essere letta dall'ascoltatore e dal critico sia come un legame
al passato, cosa che abbiamo ampiamente notato nei brani precedenti,
sia come pluralità di voci presenti all'interno dei Ferienkurse.
In questo caso Schleiermacher sembra seguire la seconda strada
privilegiando sonorità calde e mediterranee, cariche
ancora una volta di risonanze. In questa interpretazione si
possono ritrovare i residui di quella elaborazione motivica
che ha caratterizzato per secoli la storia della musica assoluta,
ma soprattutto le premesse per quell'idea di continuum che sarà
alla base delle opere di Clementi dei primi anni Sessanta, anche
se in Composizione N. 1 non c'è ancora quel senso
di immobilità che ritroviamo nella produzione immediatamente
successiva.
La contradditorietà dell'esperienza darmstaniana
si esplicita in maniera ancora più evidente nella Terza
Sonata di Boulez dove la rigidità del serialismo
integrale ha collassato nella musica aleatoria. Se prima il
compositore pretendeva di predeterminare ogni parametro dell'opera
musicale, ora il suo compito è quello di gettare una
gemma che gli interpreti, la musica stessa e la storia porteranno
alla proliferazione. Si viene così a concretizzare l'idea
tutta novecentesca di "opera aperta"£ in cui
l'interprete può stabilire i percorsi, i tempi, le dinamiche,
l'uso del pedale di una determinata esecuzione. Così
la Terza Sonata è costruita su elementi fissi
che Boulez chiama "formanti", costituiti a loro volta
da elementi mobili scritti su schede interscambiabili: all'interno
di ogni formante vi è infatti una struttura circolare
e l'interprete può scegliere da quale elemento partire.
La nozione di "apertura" deve essere intesa anche
in un'altra direzione: a tutt'oggi la partitura di questa sonata
non è ancora stata consegnata da Boulez nella sua versione
definitiva; il materiale continua a proliferare e l'esecuzione
presentata in questo CD riporta tutte le parti finora edite,
fra cui Sigle apparso successivamente in una raccolta della
casa editrice Universal come parte della sonata stessa. Boulez
non ha ancora stabilito la coordinazione dei formanti che in
questo caso, nel pieno spirito della musica aleatoria, ha definito
lo stesso Schleiermacher. Nelle problematiche estetiche della
Terza Sonata e in generale in tutta la poetica bouleziana
confluiscono i due elementi che hanno caratterizzato la storia
del pensiero francese, ed entrambi questi richiami possono riferirsi
alla figura di Mallarmé in cui soprattutto negli anni
Cinquanta, Boulez trovò ampia ispirazione. In particolare
in questa sonata egli prese spunto dal Livre, pubblicato
nel 1885, in cui lo scrittore gioca con il linguaggio sconvolgendo
i tradizionali principi narrativi e ponendo il libro stesso
come principale oggetto della propria riflessione. Non è
un caso che i nomi degli elementi del primo formante Trope
(Glose, Commentaire, Texte e Parenthèse) si riferiscano
a elementi relativi ai libri ed alla scrittura a testimonianza
della vocazione metalinguistica della Terza Sonata. Per
tornare brevemente alla figura di Mallarmé, si può
affermare che essa racchiude in sé sia la ricerca di
un'opera aperta e infinita che contenga, come si diceva, l'idea
di un'autoriflessione, sia l'interesse per la percezione, per
l'aspetto del piacere e della sensazione non mediata dall'intelletto
che nell'opera di Boulez si traduce nella ricerca timbrica.
Interessante a questo proposito è ascoltare Points
2 e Blocks 1 nel terzo formante (Constellazion-miroir)
in cui Schleiermacher riesce a mostrare come una differenza
timbrica possa comunque avere un effetto di riflessione, nel
senso di specularità: i due elementi mobili sono analoghi
per figurazione, ma variano per altezza, dinamica e per l'utilizzo
del pianoforte in un caso come strumento a percussione, nell'altro
come strumento risonante. Così Boulez ha cercato di conciliare
due poli antitetici: quello della razionalità (che come
è noto nella tradizione francese ha una derivazione cartesiana)
e quello della percezione che giunge attraverso Baudlaire, Mallarmé
e in musica a Debussy e Messiaen. Tuttavia proprio il versante
percettivo ci offre un esempio per riflettere su questo tentativo
di conciliazione: il timbro brillante del pianoforte di Schleiermacher
è tipico dello stile bouleziano la cui poetica pervade
l'intera sonata. Infatti come abbiamo visto, questa composizione
è il frutto di un pensiero estetico e musicale dove confluiscono
istanze assai diverse sia sul piano storico, filosofico, artistico
e sociale, sia relative alla poetica di Boulez. Un'opera d'arte
non può essere considerata un oggetto astratto dal periodo
in cui e venuta alla luce e dalle condizioni emotive e intellettuali
del suo autore. In questo quadro Schleiermacher mostra tutta
la problematicità dell'esperienza di Darmstadt che nei
suoi due aspetti del serialismo integrale e della musica aleatoria
voleva eliminare ogni esperienza soggettiva dalla composizione;
diviene così evidente come sia difficile considerare
un testo musicale completamente astratto dalla soggettività
del suo compositore e in grado di porsi "autonomamente"
come oggetto di se stesso. In generale si può riflettere,
proprio a partire da queste ultime constatazioni relative al
timbro, sulla scelta di dedicare una serie di compact disc al
ruolo di uno strumento come il pianoforte all'interno della
scuola di Darmstadt. La ricerca timbrica, la volontà
di trovare sonorità sempre nuove e "non naturali"
costituì uno degli obiettivi delle avanguardie postweberniane
a cui il pianoforte forniva un campo di scelte limitato, predeterminato
e troppo legato al periodo classico-romantico. Il materiale
sonoro offerto da questo strumento non solo è quello
che ci ha tramandato la tradizione, ma soprattutto non consente
una grande sperimentazione del puro suono che costringe il compositore
a porre più attenzione sulla struttura interna del brano,
rispetto al semplice aspetto percettivo. Questo compact disc
parte proprio da queste problematiche e le affronta da un punto
di vista storico, mostrando come il conflitto tra timbro e struttura,
così problematico nei primi anni Cinquanta, abbia cercato
una conciliazione nella Terza Sonata di Buolez, in cui
l'autore crea una dicotomia strutturale tra le due caratteristiche
fisiche del pianoforte, le risonanze e l'essere strumento a
percussione.
Per queste ragioni ci sentiamo di consigliare
un compact disc che, pur avendo un taglio interpretavo a volte
discutibile, aiuta a comprendere e a fare luce su alcuni aspetti
importanti e problematici della storia della musica del Novecento
e di quella del pianoforte. |