FELDMAN
Coptic Light
Piano and Orchestra
Cello e orchestra
New World Symphony
Michael Tilson Thomas, dir.
ARGO

1 CD

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Come un newyorkese sia potuto giungere alla sublime calma di questi pezzi orchestrali resterà sempre un mistero; è uno stile che Feldman ha conquistato dopo una quindici di anni di ricerca e di dialogo con la musica seriale europea (meno deve alle impavide sollecitazioni di Cage). Ma da metà anni sessanta in poi, la musica di Feldman procede inarrestabile a radicalizzare quella rarefatta eleganza di risonanze e di "specchi" timbrici, a estenderla nelle durate, nell'approfondimento del minimum di variazione, nella progressiva sensibilizzazione delle increspature del tessuto musicale, dove le note paiono ondeggiare come steli piegati dolcemente dal vento di una rasserenata e illuminata intelligenza. La figura di Feldman è molto affascinante, ma anche molto contraddittoria; impropriamente minimalista, distante anni luce dai compositori che sguazzano bellamente in questa etichetta, si ritrovava una faccia dai lineamenti pesanti che tanto contrasta con la assoluta leggerezza e raffinatezza del suo stile compositivo; stile, che se si dovesse definire, non mancherebbe di sollecitare un ossimoro: rarefatta concentrazione.

Questa bella e curata edizione della ARGO, è preziosa per svariate ragioni; la prima è che le partiture orchestrali di Feldman erano praticamente inedite su CD; la seconda è che Michael Tilson Thomas, che dirige la New World Symphony, se non manca talvolta di lasciare qualche perplessità nelle scelte interpretative, possiede nondimeno la grande qualità dell'attenzione al "colore" strumentale, fattore decisivo nella resa dei lavori di Feldman. Ne esce un CD quasi incantato, di tersa precisione nella resa delle evanescenze; i paesaggi musicali sono inondati da luminose nebbie, di calmissime piogge. Sorprendente è la bellezza dell'ultima partitura per orchestra di Feldman, Coptic Light (1986); sorprendente, per noi, in quanto l'ultimo periodo della produzione feldmaniana (che si può far iniziare con il raffinatissimo Why patterns? del 1978), è quello delle lunghissime, catartiche durate, delle "ripetizioni/minime variazioni" estenuate, della timbrica che sfiora la "cineseria" oppure si attarda in algidi e ossessivi suoni di flauto, inframmezzati da qualche tocco di piano (si veda il quasi insopportabile For Christian Wolff del 1985: dura ben 3h22m). Coptic Light non si allontana dalla microvariazione di questo tardo periodo della produzione feldmaniana, ma sfugge al pericolo del manierismo, come del resto in Piano and String Quartet (1985). In Coptic Light, soprattutto, si colgono due "arrivi" poetici di Feldman: per prima cosa l'assoluto controllo della composizione, la cesellatura di ogni dettaglio, pervengono paradossalmente a una strana sensazione di narrazione sonora naturale, in cui le lente trasformazioni forniscono l'impressione di una meteorologia terrestre, di una passionalità degli elementi. In secondo luogo, le raffinatezze sonore divengono catalizzatrici di sinestesie; soprattutto il tatto è richiamato, tanto che parlare di "tessuto" musicale non è più metaforico. Del resto, l'ispirazione per Coptic Light è giunta dalla visione di un tappeto copto che Feldman ebbe occasione di vedere al Louvre.

Meno radicali, ma anche più sfaccettati gli altri due brani, che risalgono alla prima metà degli anni settanta; questi lavori orchestrali, rispetto a quelli cameristici dello stesso periodo, possiedono delle inflessioni più drammatiche e oscure. Se Piano and Orchestra è talvolta anche troppo sfuggente e aereo (a parte un'isolata impennata nei toni nel finale), Cello and Orchestra è uno dei brani più cupi e sofferti di Feldman, dove le iterazioni sembrano singulti dolenti, anche se trattenuti e le velature donano un'atmosfera di infausto presagio.

Pierluigi Basso Fossali

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