HANDEL
Solomon HWV 67
Solomon: A. Scholl
Solomon’s Queen: I. Dam-Jensen
First Harlot: A. Hagley
Second Harlot: S. Bickley
Queen of Sheba: S. Gritton
Zadok, the High Priest: P. Agnew
Gabrieli Consort & Players
Paul McCreesh, dir.
ARCHIV
4596882
3 CD

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Imparare la storia economica e politica dalla musica è una possibilità sulla quale finora non ci si è molto soffermati. Questo Solomon costituisce una grande occasione in questo senso. Leggere le brevi, ma fondamentali osservazioni sull’origine del libretto a cura di Ruth Smith nelle note di accompagnamento e, subito dopo, l’intervista a Paul McCreesh apre delle prospettive del tutto imprevedibili sul modo di interpretare un’opera monumentale come quest’oratorio. Siamo abituati alle dispute dei filologi sull’uso di strumenti più o meno originali, nonché a quelle dei vociologi sull’emissione più o meno barocca, sull’uso di contraltisti piuttosto che di contralti nelle tessiture scritte per castrati, sulla destinazione del basso continuo a questo piuttosto che a quest’altro strumento, ma nessuno finora ci aveva mai spiegato con chiarezza, coro per coro, aria per aria, quelli che erano i riferimenti contemporanei e i significati per noi reconditi, mai casuali ma sempre estremamente mirati di ogni passo del libretto. Dal libretto e della sua attualità politica e di politica economica parte McCreesh nell’interpretazione di quest’opera. Impariamo così che i numeri dedicati alla bellezza della natura e dei pascoli fanno riferimento alla rivalutazione della produzione agricola locale in contrasto con le importazioni dalle colonie, che la scena della costruzione del tempio è allegorica per sostenere la necessità di investire il surplus derivato dalle mancate spese di guerra in opere di interesse pubblico, che il masque dedicato alla regina di Saba nel terzo atto doveva ricordare a tutti l’opportunità di investire danaro pubblico nelle opere d’arte, meglio se musicali. Difficile immaginare che l’impresario Handel perdesse una anche minima possibilità di lavorare per sé, figurarsi poi all’interno di un lavoro che era destinato a illustrare i benefici derivanti dall’uso pacifico anziché bellico di risorse economiche.

L’intento programmatico di McCreesh è poi effettivamente riflesso nella sua resa interpretativa dell’oratorio. E’ questa la prima incisione integrale della prima versione dell’oratorio con la successione dei numeri così come l’aveva voluta Handel, e non come la consuetudine ce l’aveva successivamente consegnata. Lo studio della parola è minuzioso, e lo si vede dalla cura con cui sono accompagnati e resi del tutto funzionali alla narrazione gli ariosi. Gli interpreti sono stati scelti dal direttore secondo criteri più legati alla loro capacità di comunicare il senso intrinseco delle varie scene dal punto di vista drammaturgico, piuttosto che per loro particolari capacità tecniche. Del resto egli stesso afferma che in questo periodo c’è abbondanza sia di cantanti che di strumentisti perfettamente completi dal punto di vista tecnico per il repertorio handeliano. Bisogna dire che McCreesh tratta con estrema souplesse la parte musicale, dimostrando a tutti che stiamo vivendo un periodo estremamente felice in cui finalmente le pedanterie esecutive vengono superate grazie ad un bagaglio tecnico che, accumulatosi nei due o tre decenni che ci precedono con continui passaggi da errori a folgorazioni, è ora da considerare scontato. La sua orchestra suona benissimo ed il coro canta ancora meglio, ma quello che sorprende è la naturalezza con la quale tutto ciò accade, frutto della durissima disciplina della musica rinascimentale dalla quale McCreesh proviene, di una cura continua per le rifiniture, ma anche dell’intelligenza di chi sa conferire e trasmettere un senso concreto ad ogni frase musicale e ad ogni parola del testo, e sa essere convincente in questo senso con i suoi collaboratori. I tempi non sono mai concitati, tutto ha un tono disteso, di ampio respiro, l’accompagnamento delle arie è sempre garbato e rispettoso della voce e del testo. Molto ben risolti i passaggi dai recitativi agli ariosi e alle arie che, generalmente causa di momenti di vuoto ingiustificato, qui invece seguono la logica della narrazione drammaturgica e musicale con pause mai casuali. A questo proposito è memorabile il primo arioso di Solomon (Andreas Scholl), controtenore dalla bella voce soave e morbida, oltre che di tecnica sicurissima, scelto da McCreesh contro la consuetudine che vede la parte di Solomon affidata ad una donna proprio perché, come dichiara nell’intervista di presentazione, canta così bene che anche Handel l’avrebbe scritturato, ai suoi tempi, se l’avesse avuto a disposizione.

Alison Hagley (Prima Donna) e Susan Bickley (Seconda Donna) danno vita alla famosa scena del giudizio, molto efficace dal punto di vista emotivo. Le donne si recano dal Re per chiedere giustizia sull’assegnazione del figlio contestato. Il tono delle donne è nel contempo pietoso e composto, come si addice a chi si trova davanti al re, e l’unione di convenienza e dolore è ben reso dalle interpreti, desiderose di mantenere la propria dignità ma anche di avere ragione. Le arie delle presunte madri sono poi un ben riuscito connubio tra teatro e musica, in cui il carattere doppio della falsa pretendente è dato da un’aria agitata e irta di difficoltà, mentre il lamento della vera madre è piano e dolente. Tra l’altro la ripresa di Take my child è variata nell’espressione e nei tempi impercettibilmente rallentati più che nella linea melodica vera e propria, dimostrando che le possibilità delle riprese, soprattutto nei momenti più altamente tragici, possono anche valersi di lievi ma significative variazioni nelle semplici intenzioni interpretative.

I cori sontuosi, Praise the Lord ha un organico che non bada a spese, e i momenti più famosi come la sinfonia del Terzo Atto, l’ Arrival of the Queen of Sheba, si succedono con una felicità e un divertimento altissimi. Meritano di essere elogiati tutti gli interpreti indistamente per la duttilità e l’intelligenza con cui entrano in questa grande esecuzione, eccellente proprio laddove un inconsueto e non facile progetto interpretativo riesce proprio per la compattezza di ogni sua componente.

Daniela Goldoni

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