IVES
Sonatas for violin and piano
Hansheinz Schneeberger, violino
Daniel Cholette, pianoforte
ECM
1605
0 CD
76'

****

È sicuramente un fatto positivo che l'ECM abbia deciso di editare una nuova esecuzione delle poco reperibili Sonate per violino e pianoforte di Ives, anche se stupisce un poco che siano state affidate a due esecutori non certo straordinari, cosa non trascurabile dato che queste opere del grande compositore americano sono di difficilissima interpretazione. Virtuosistica è certo l'esecuzione, ma ciò che più necessita è una resa della disparità di toni che informano l'opera, del furore compositivo che si libra sopra ogni costrizione formale, dell'irruzione improvvisa di motivi folclorico-popolari. Trovare il giusto equilibrio è davvero difficile e Schneeberger e Cholette non sempre ci sono riusciti, finendo col fornire una interpretazione complessivamente troppo acida e nel contempo meno "infiammata" e visionaria di quanto sarebbe stato necessario. I vari passaggi andavano più "staccati", resi dissimili, passando dalla meditazione sospesa, alla baldanza caustica, dalla tentazione popolaresca-melodica all'opzione per intrichi cromatici quasi improbabili, alla lieve increspatura lirica. Dei due esecutori, colpisce soprattutto lo stile "sgraziato" di Schneeberger.

Ma la critica si stempera come abbiamo detto nel riconoscimento della reale difficoltà interpretativa e l'apprezzamento del CD viene riguadagnato dalla musica ivesiana, qui al massimo della sua estrosità inventiva, anche se con uno scadimento del controllo sulla organicità della composizione.

Il ciclo delle Sonate, sette in tutto ma solo quattro portate a termine, è costruito come un'unica opera, che dal 1902 al 1916 ha occupato il compositore intrecciando tra loro i motivi tematici delle singole sonate. La sintassi del discorso musicale è totalmente imprevedibile e la mistura di tonalità, atonalità, digressione caotica è fusa insieme con una naturalezza irripetibile.

Inutile qui affrontare il legame, per noi del tutto autobiografico, tra le notazioni programmatiche che accompagnano le partiture e la riuscita estetica delle Sonate ivesiane. Non cambia nulla, per un ascoltatore, sapere che la deliziosa mestizia del secondo movimento della Prima sonata rappresenti per Ives "l'afflizione causata dalla Guerra di Secessione". Stupisce invece ascoltare come in un brano così lirico, Ives possa tranquillamente compiere i più scaltri accostamenti politonali tra la linea melodica del pianoforte e quella del violino; inoltre la cantabilità (il movimento è infatti largo cantabile), che sorge chiara e fresca nella sua matrice di inno popolare, viene poi disattesa in modo totale, verso trame armoniche inestricabili, scoscese.

La cantabilità è apertamente dichiarata anche nell'Adagio cantabile dell'ultimo movimento della Terza sonata; ma anche qui, dopo l'enunciazione "piana" del tema, Ives pare che sottoponga il discorso musicale a una obliquità che fa scivolare via qualsiasi andamento retorico standardizzato e perciò prevedibile.

Si ascolti ancora nel Largo finale della Seconda Sonata la scelta per raffinati cromatismi risolversi in un infuocato galoppo da danza "campestre". O infine il delizioso inizio del Largo del movimento centrale della Quarta rotto da uno scatenato furoreggiare del pianoforte. Le notazioni programmatiche di Ives ci dicono quanto fosse centrale per lui il rapporto tra uomo e natura, ma la sua "lettura" dell'ambiente non era nient'affatto armonica e all'insegna della gradualità.

La musica di Ives è difficile da amare, recalcitrante com'è a ogni tipo di "colonizzazione" definitiva dell'orecchio, a ogni memorizzazione che la possa ripercorrere. Difficile nelle Sonate è anche talvolta l'interpretazione del clima espressivo, crogiolo di sentimenti a tal punto sovrapposti da far smarrire l'orientamento, facendo perdere quasi la possibilità di adesione sentimentale, di appropriazione emotiva. Ma tali difficoltà garantiscono alle Sonate ivesiane una inconsumabilità e una "riscoperta" ad ogni ascolto: non è che l'apprezzamento di ciò che si è scelto deliberatamente il destino umanissimo dell'imperfezione e dell'irresolutezza. Prendere o lasciare.

Pierluigi Basso Fossali

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