MESSIAEN
Saint Francois d'Assise
(Scene francescane in tre atti e otto quadri)
J. van Dam: Saint François
D. Upshaw: L'ange
C. Merritt: Le Lepreux
U. Malberg: Frère Léon
Arnold Schoenberg Chor
Hallé Orchestra
Kent Nagano, dir.
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4451762
4 CD
248'

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La splendida registrazione live dell'edizione salisburghese (1998) del Saint François di Messiaen rende finalmente disponibile questa opera maestosa per un vasto pubblico. L'eleganza del cofanetto DG e le ampie note di copertina aggiungono un buon packaging a quello che si presenta come un "evento" discografico, in grado di rendere giustizia a uno dei capolavori incontestabili di questa fine secolo. La grandezza assoluta del maestro francese, le dimensioni sterminate della partitura, l'organico strumentale e corale iperbolico, la figura stessa di San Francesco pongono il critico davanti all'abisso di un giudizio "all'altezza", appropriato e libero nel contempo. Facile allora, lanciare la spugna e lasciare che l'opera cammini da sola (lo fa benissimo, visto il successo), oppure affiancare una sottolineatura descrittiva a un apprezzamento dato "universalmente" a monte per scontato. La via di un incontro non pregiudiziale con quest'opera sembra minato alla base, al di là dei soliti ammonimenti ermeneutici di gadameriana memoria; lo è ancor di più per chi, come nel nostro caso, riconosce a Messiaen una delle posizioni cardinali nello sviluppo musicale di questo secolo. Nella nostra breve presentazione alla figura di Messiaen (nei ritratti pubblicati da Orfeo nella Rete), facevamo già osservare come il miglior Messiaen sia quello in cui prevale il dialogismo e la dialettica tra ferita oscura e lucente fervore religioso, tensione vitale che paradossalmente sembra meglio riflettersi nella sua musica cameristica che nelle ampie e magniloquenti partiture orchestrali.

San Francesco appare come l'opera delle tensioni definitivamente risolte e del riassunto di tutte le esperienze cinquantennali del maestro francese. Perché non preferire allora propria questo compendio, questa summa? La struttura del San Francesco pare una cattedrale imponente e inscalfibile, levigata e coloratissima. Le sezioni monodiche e cameristiche sono poi prevalenti, come Messiaen avesse in fondo adattato l'"opera" alle predisposizioni poetico-musicali. Anche i toni retorici non sono sempre pesantemente spiritualistici, ma vi sono anche i "siparietti" orientaleggianti e "ornitologici" che stemperano l'atmosfera riflessiva. Insomma, tutto sembra preparare il giusto equilibrio per fornirci su un piatto d'argento il capolavoro massimo di Messiaen.

Eppure, qualcosa non funziona, qualcosa che, proprio quando ci dovremmo mettere in pace ad ascoltare, ci spinge a rimettere in discussione, a osare una critica. In fondo - e credo che la cosa valga per molti - Messiaen risulta uno spirito "esotico", che ne so, come un regista iraniano che mostra sempre l'arcadia buona delle sue terre contadine. Insomma, i territori religiosi di Messiaen possono essere discussi, ne abbiamo competenza e perfino dovere, oppure per "lontananza" dobbiamo escluderli dal nostro limitato giudizio? Il tema religioso in San Francesco non può restare una variabile esterna, data che informa la struttura e il materiale musicale.

La visione religiosa di Messiaen è quanto di meno rappresentativo delle tensioni spirituali di fine millennio; non solo, presenta un cristianesimo semplicista e irrisolto nei dogmi, nelle icone, nelle allegorie che si giustificavano in tempi davvero molto passati. Un personaggio puro e aperto alla dimensione mondana come San Francesco viene ricondotto al mistero delle stigmate, della croce e quant'altro (se fosse un film, il libretto di Messiaen sarebbe improponibile). L'ingenuità pastorale si scontra con la "altezza intellettuale" della musica di Messiaen, costituendo uno iato fastidioso, una "frana" del senso. Persa nel motivo religioso, articolato in pochi dogmi autoesplicantesi, anche la musica "testimoniante" deve rifugiarsi in una decina di temi che si ripetono, si alternano, ma infine danno l'idea di una stasi e di una autocompiacimento nel farsi riascoltare.

Nessuno di questi temi ha poi la forza di quelli che il maestro creava in passato e la sintassi a moduli (caratteristica da sempre peggiore di Messiaen, dovuta alla sua "programmaticità") spesso annoia come indugio pedante; continuamente riaffiorano soluzioni musicali già sentite, sorta di autocitazioni formali; anche le sezioni strumentali non raggiungono le "vette" sperate e affiorano anche alcune cadute di gusto (si veda la quarta sezione del settimo quadro, la parte corale). Certo, rimane una seducente bellezza timbrica, una diffrazione ritmica straordinaria, che costituisce l'innervatura complessificante della partitura. Ma ascoltiamo il Piccolo e il Grande concerto d'uccelli del sesto quadro - momenti a detta dello stesso Messiaen tra i più alti della partitura; pur nella apprezzabile moltiplicazioni di tempi e di sovrapposizioni strumentali, di preziosissimo impasto, rimane l'ombra nostalgica di Oiseaux exotiques e del Catalogue d'oiseaux.

Il nostro tono eccessivamente critico, per un'opera che rimane comunque godibilissima e probabilmente impressionante dal vivo, serva almeno come controbilanciamento alle lodi incondizionate che si sono levate come davanti a un capolavoro intoccabile. Non siamo nemmeno convinti che questo catartico lavoro, che certamente rimarrà come tra le più significative opere liriche del Novecento (non ve ne sono moltissime poi di straordinarie), sia davvero emblematico della musica di fine millennio: è un'opera che è legata, certamente a un passato prossimo, ma passato. Difatti, non siamo tra quelli che vedono nella scena musicale attuale un "ritorno all'ordine" rispetto alle avanguardie anni Cinquanta: personaggi come Rihm, Lachenmann, Grisey, Sciarrino, per fare solo qualche esempio, testimoniano di un avanzamento della ricerca estetica, perché del resto la questione non è il nuovo a tutti i costi, ma la continua necessità di sfuggire alla "catacresi creativa", alla stabilizzazione retorica delle forme, per cui gli effetti sono in anticipo sì garantiti, ma altamente stemperati dalla sicurezza di veder appagata la propria attesa. Il San Francesco è per noi, in definitiva, più un immenso e godibile compendio musicale e spirituale di un grande maestro del Novecento, che una pietra miliare. L'edizione della Deutsche Grammophon, grazie a un ottimo stuolo di interpreti musicali, ci restituisce poi l'opera al meglio delle sue possibilità.

Pierluigi Basso Fossali

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