MANOURY
En écho per soprano e live electronics
Neptune (extrait de Sonus ex machina) per due vibrafoni Midi, tam-tam, marimba e live electronics
Donatienne Michel-Dansac: soprano
Roland Auzet, Florent Jodelet, Eve Payeur: percussioni
ACCORD
206762
1 CD

***½

Philippe Manoury, nato a Toulle nel 1952, è uno dei migliori compositori francesi della sua generazione; generazione che è in realtà un folto drappello, formatosi attorno all'Ircam, e che costituisce una delle realtà preminenti del panorama musicale mondiale. Manoury non è forse un compositore dal talento straordinario, ma certamente molto intelligente: ha coltivato soprattutto le ricerche elettroacustiche, divenendo uno dei compositori che utilizzano in maniera più naturale, esplicita e libera queste nuovi materiali sonori. Ben inteso, siamo lontanissimi dall'uso sapientemente transtorico (non connotato) del live electronics di Luigi Nono, ma anche dagli impasti elettroacustici di Boulez: l'elettronica di Manoury è spudoratamente protagonista, malgrado sia assente in lui qualsiasi autocompiacimento della tecnica fine a se stessa (tanto più una fredda estetica della "macchina"). La tradizione bouleziana sulla centralità dell'esplorazione dei timbri e il gusto francese per le cesellature più raffinatamente variopinte è molto percepibile nella ricerca continua degli effetti sonori più seducenti.

En écho ne è una perfetta prova: i suoi trentadue minuti sono una continua stupefazione auditiva, una seduzione cortese, il cui unico rumore esposto (e non certo disturbante) è quello simulato degli scatti di una macchina fotografica. Non si può non rimarcare come la partitura presenti una dicotomia tra parte vocale e parte elettronica (tra l'altro oltre alla trasformazione misurata della voce, si fa ampio ricorso a suoni di sintesi - non ci si limita quindi solo al live electronics). La parte vocale è piuttosto tradizionale, molto francese, ricorda in alcune parti Pli selon pli, restando sempre attenta nel restare entro un disegno chiaro e una sicura piacevolezza. Non si può dire che essa non sia efficace, tanto che le melodie risultano spesso di smagliante bellezza: tuttavia resta il dubbio che in qualche modo Manoury giochi un po' facile e che il rapporto della voce con l'effettismo elettronico non risulti alla fine dei conti un poco stucchevole.

All'erotismo sonoro (ma anche dei testi) di En écho, si contrappone la liquida oscurità di Neptune: un'oscurità certo molto alla francese, dove vibrafoni e marimba spesso richiamano lucentezze e sfolgorii. Neptune è l'ultima sezione di una tetralogia dedicata all'interazione tra strumenti e sistemi elettroacustici, in cui i live electronics devono essere sfruttati ad libitum dai musicisti lungo le esecuzione cercando di «captare le zone di variabilità» (Manoury) e mettendo così l'opera in cammino.

È una musica che è esplicitamente siderale e che appalesa un'estetica "oggettale", piuttosto che soggettale: qualcuno troverà che è freddissima, qualcuno apprezzerà che Neptune è una partitura molto composta e che non si arrende al facile effettismo. Forse a noi piace paradossalmente quando riesce ad essere più estrema e meno preoccupata di dimostrare qualcosa: per esempio, la seconda metà dell'ultima, lunga sezione di Neptune, quando entra il tam-tam, omaggio allo Stockhausen di Mikrophonie I.

La vastità dei lavori di Manoury, la sua ricerca originale e senza soggezioni o tabù così come quella di molti altri compositori europei, contrasta con un certo ripiegamento che si avverte in Italia (dopo decenni di vera grandezza), dove si rincorre la sopravvivenza del proprio nome nei concerti attraverso qualche modesto brano solistico che ha la certezza dell'esecuzione da parte di qualche solista amico.

Questo della Accord è un CD che ci sentiamo di consigliare proprio per avere percezione di una musica che si sa muovere in avanti, pur con le sue contraddizioni, senza ripiegare o nel passatismo o in uno sterile artigiano musicale.

Pierluigi Basso Fossali

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