MAHLER
Sinfonia n. 9
Chicago Symphony Orchestra
Pierre Boulez, dir.
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4575812
1 CD

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Dopo la Quinta, la Sesta e la Settima, Boulez prosegue il ciclo delle incisioni mahleriane con la Nona sinfonia. Le esecuzioni si avvalgono di diverse orchestre: i Wiener Philarmoniker per la Quinta e la Sesta, la Cleveland per la Settima, mentre questa Nona è stata affidata alla Chicago Symphony. Tutte queste interpretazioni sono all’insegna della massima precisione, per la quale Boulez non esita a rallentare i tempi alla ricerca di un nitore assoluto: il maestro francese sottolinea con grande scrupolo ogni più piccolo intervento dei componenti l’orchestra ed anche nei momenti di massima intensità sonora si distinguono esattamente i singoli strumenti. Boulez è impegnato a ripulire l’interpretazione della musica di Mahler da ogni orpello, evitando, ad esempio, di marcare troppo sui portamenti degli archi e sulle eccessive esagerazioni degli "sforzando".

Il direttore e compositore francese ha iniziato le incisioni dell’opera di Mahler con le sinfonie che più si allontanano dai "suoni della natura" (Naturlaut) e, di conseguenza, dalle atmosfere più terrestri e palpabili. Per questo motivo il secondo blocco delle sinfonie, dalla Quinta all’Adagio della Decima, pone i maggiori problemi di interpretazione: il compositore boemo abbandona progressivamente quelle poche ed instabili sicurezze che trovava nel mondo della natura e della tradizione. Dopo la Quinta sinfonia Mahler si rivolge a strutture sempre più complesse, avvalendosi di una scrittura orchestrale più contrappuntistica e, nello stesso tempo, di una maggiore frammentazione del proprio materiale sonoro, che si "pietrifica" con la Nona: i ritmi di danza, le marce, i trilli dei fiati, le fanfare degli ottoni, le melodie enunciate dagli archi che irrompono sulla scena con improvviso slancio, tutto questo viene come raggelato e racchiuso in stereotipi i quali sono però ben lontani dal perdere la loro forza e incisività. Anzi, proprio per questo motivo si presentano ora con maggiore violenza e prendono addiritttura il sopravvento nei due tempi centrali: materiali sentiti e risentiti nelle precedenti sinfonie si presentano come spettri dall’aspetto grottesco. Mahler ricerca il materiale grossolano, se ne appropria rigirandolo tra le mani e trasformandolo nel proprio universo sonoro, costringendo così l’ascoltatore a dichiarare finita l’esperienza tonale della musica per insufficienza dei mezzi espressivi a disposizione.

In questa esecuzione tutto ciò si avverte con grande intensità: vi sono momenti in cui la scrittura orchestrale diviene estremamente rarefatta e Boulez ne approfitta per sottolineare che la scuola musicale di Vienna, in particolare l’opera di Alban Berg, rappresenterà il naturale sviluppo della musica di questo compositore.

Se nel primo movimento il direttore francese pone l’accento soprattutto sulla struttura contrappuntistica e politonale, nei due tempi centrali evidenzia maggiormente gli ormai gelidi e frammentari oggetti della poetica mahleriana.

L’Adagio finale mitiga infine le tetre atmosfere dei movimenti precedenti: qui Mahler non passa il segno e indietreggia, quasi soverchiato dal proprio materiale sonoro, di fronte a tanti presagi funerei (oltrepasserà però questa soglia con il lacerante Adagio della Decima). Boulez allenta la tensione accelerando il tempo e rendendo più "leggera" la trama orchestrale, senza che per questo venga sminuito il senso di profondo smarrimento dinanzi agli interrogativi che lo stesso Mahler si pone nei confronti del futuro a lui prossimo sugli sviluppi della musica.

Forse l’interpretazione di Boulez della Nona non possiede la stessa forza espressiva profusa nella sua incisione della Quinta: probabilmente questo non era nelle intenzioni del direttore e compositore francese, la cui linea interpretativa privilegia l’analisi accurata della partitura piuttosto che la ricerca di emozioni forti.

Gianfranco Marangoni

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