MONTEVERDI
Selva Morale ed altre raccolte spirituali
A Sei Voci
Bernard Fabre Garrus, dir.
ASTREE NAIVE
E 8625
1 CD

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I brani raccolti in questo CD costituiscono una scelta elaborata sulla base di varie composizioni monteverdiane provenienti da fonti diverse, anche se il grosso dell’antologia è costituito da lavori appartenenti alla Selva morale e spirituale, con l’intento di ricostruire un ipotetico officio di Vespro. E’ noto come la Selva morale e spirituale rappresenti la più voluminosa raccolta di musiche sacre, nonché la summa dell’esperienza maturata da Monteverdi nella sua trentennale attività di maestro di cappella della basilica di San Marco a Venezia. Comprende brani spirituali, una messa completa più alcuni brani sciolti, una serie di salmi, inni, mottetti, musiche ad uso delle festività mariane. La raccolta fu pubblicata a Venezia presumibilmente nel 1640 o 1641, quando Monteverdi aveva già settantaquattro anni, ed è l’ultimo suo lavoro dato alle stampe mentre era in vita, morirà infatti due anni più tardi. La Selva fu quasi certamente concepita contemporaneamente al libro ottavo dei Madrigali guerrieri et amorosi e risente fortemente dell’invenzione e della sperimentazione espressiva maturata in questi ultimi. Ora, l’interpretazione che il gruppo vocale A Sei Voci dà di questa antologia sembra ignorare completamente la temperie creativa ed innovativa dell’ultimo Monteverdi. Pur con tecnica vocale perfetta, il gruppo si produce in una esecuzione che risente fortemente degli arcaicismi della scuola fiamminga che precedette Monteverdi. Non vi è traccia di quella Seconda Pratica Nova, tanto invisa ai conservatori impersonati dal canonico bolognese Giovanni Maria Artusi che nei suoi scritti polemizzò duramente con Monteverdi ed i moderni, "che fanno contro la natura e confondono le cose e le regole de’ nostri passati", in contrapposizione allo stile naturale dei buoni compositori. L’obiettivo primario di questi attacchi era proprio quell’espressione che Monteverdi perseguiva anche a costo di infrangere le regole e la tradizione, e che il gruppo franco/belga fa di tutto per evitare ripulendo di ogni sussulto creativo la resa musicale di questi brani, finendo per restituire l’idea di un’arte compositiva più figlia del passato che innovatrice e sperimentatrice.

Tecnicamente i solisti dimostrano di avere un’ottima preparazione, e alcune voci, principalmente quelle dei soprani, sono anche molto belle oltre che sempre perfettamente intonate. Molto buoni anche cori e strumentisti, pur se suono e gusto di questi ultimi apparirebbero più consoni alla resa di musicisti di scuola francese. Il problema è tutto nell’interpretazione che appiattisce testo e partitura togliendo quell’espressione che dovrebbe costituire la peculiarità monteverdiana di una proposta di questo tipo. Due esempi su tutti. Il Dixit Dominus che apre il CD risente fortemente nella scrittura dei modi e delle frasi della musica profana di Monteverdi, in particolare dei Madrigali guerrieri e amorosi. Quando nel testo si menzionano i nemici umiliati Donec ponam inimicos tuos, scabellum pédum tuorum e dominare in medio inimicorum tuorum il ritmo dovrebbe essere concitato ed incalzante assumendo gli accenti del genere guerriero a voler esprimere la terribile potenza divina. Nell’esecuzione di A Sei Voci non si avverte nulla di tutto ciò, le frasi scorrono piatte, non vi è alcun effetto, tutto è stirato così da far apparire il mottetto una semplice pagina polifonica, pregevole ma anche monotona. Il Magnificat finale, di vaste proporzioni "a otto voci et due violini et quattro viole overo, quattro tromboni quali in accidente si ponno lasciare" come indica lo stesso Monteverdi, ricco anch’esso di accenti e citazioni guerriere non ha quella grandiosità vicina al Vespro della Beata Vergine (1610), e nonostante le otto voci divise in due cori e l’orchestrazione più ampia viene qui impoverito di tutti gli effetti e di tutte le citazioni guerriere, soprattutto per la decisione, ahinoi, di lasciare in accidente i tromboni.

Nel testo di presentazione del Cd si scrive che "questa registrazione fa prendere coscienza del fatto che c’è ancora molto da fare per capire come la musica di Monteverdi fosse cantata all’epoca". Dopo l’ascolto non possiamo che concordare.

Silvano Santandrea

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