MOZART
Don Giovanni
Don Giovanni, S. Keennlyside
Il Commendatore, M. Salminen
Donna Anna, C. Remigio
Don Ottavio, U. Heilmann
Donna Elvira, S. Isokoski
Leporello, B. Terfel
Masetto, I. D'Arcangelo
Zerlina, P. Pace
C. Abbado, dir.
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4576012
3 CD

*****

La Deutsche Grammophon ha pubblicato di recente questa edizione del Don Giovanni di Mozart con la direzione di Claudio Abbado poco più di un anno dopo la messinscena dello spettacolo allestito nel Gennaio del 1997 da "Ferrara Musica" per la regia di Lorenzo Mariani in occasione della quale è stata effettuata anche la presente registrazione discografica che conferma il solido rapporto di collaborazione tra la prestigiosa etichetta tedesca e l’ente musicale ferrarese. Tra l’altro, il non vastissimo spazio acustico del Teatro Comunale di Ferrara - del quale ricorre quest’anno il bicentenario della costruzione - sembra adattarsi perfettamente alle dimensioni della partitura mozartiana sì da restituirci una sonorità molto vicina a quella del tempo di Mozart.

Inoltre, il fatto di aver realizzato l’incisione, pur non direttamente dal vivo, ma durante gli stessi giorni della produzione in teatro, con la medesima orchestra e con un cast per sei ottavi identico a quello delle recite ferraresi sembra giovare al rispetto di quella vis teatrale che solo in palcoscenico prende vita e che costituisce una delle prerogative più interessanti della maggior parte delle produzioni operistiche di Abbado che, una volta tradotte in disco, hanno spesso rivelato esiti della massima eccellenza. Certo, chi ha assistito dal vivo allo spettacolo allestito da "Ferrara Musica" ritroverà forse solo riflessa quella divertita spontaneità e quell’atmosfera giocosa che si era instaurata durante le recite ferraresi e che sembrava coinvolgere cantanti, orchestra e direttore, fino a contagiare irresistibilmente lo spettatore. La possibilità della riproduzione tecnica, purtroppo, vuole la sua contropartita.

L’importanza principale di questa edizione, che la pone in un luogo preminente nella storia della discografia del Don Giovanni, risiede a mio avviso nel grande lavoro di sintesi intrapreso da Abbado insieme ad orchestra e cantanti - la Chamber Orchestra of Europe e un cast complessivamente giovane. Anzitutto sintesi delle due massime culture interpretative di quest’opera, quella austro-tedesca e quella italiana, delle cui tradizioni musicali solo Abbado, tra i direttori di oggi, può dire di essere ugualmente partecipe. La ricerca di un’identità complessiva, tesa ad evidenziare la costituzione formale del capolavoro di Mozart e Da Ponte a partire dalla sua articolazione musicale si intreccia con un gusto più teatrale, estroverso e drammatico. Ciò si concretizza in prima istanza nell’accuratissima gestione del suono orchestrale, dove Abbado sfodera una perizia certosina nel restituire tutti i particolari melodici, i microcontrasti timbrici e le sfumature dinamiche della partitura, ottenendo dalla Chamber un suono articolato, assai levigato e spesso volutamente scarno (Abbado non ha certo ignorato nella sua "sintesi" taluni caratteri interpretativi propri delle esecuzioni filologiche). In secondo luogo è apprezzabile l’attenzione dedicata alla giusta espressività e alla corretta pronuncia nei recitativi che, in questo modo, assumono un ruolo realmente "teatrale" e tuttaltro che secondario nell’economia di questa incisione. L’accompagnamento alle arie è invece assai calibrato: la linea del canto viene sostenuta con leggerezza, senza prevaricazioni nei confronti degli interpreti vocali, sebbene la mano del direttore sia sempre presente nel dare corpo ad un progetto narrativo ben definito che traspare in ogni momento dell’azione ed il cui sviluppo si realizza con logica stringente, battuta dopo battuta, scena dopo scena. Anche gli effetti espressivi e dinamici non sfuggono a questa regola come, ad esempio, l’improvviso diminuendo con il successivo crescendo fino al "forte" che Abbado adotta in molti punti dell’ouverture (misure 73-76, 110-116, 234-237 e 271-277): tuttavia, ciò che in un primo tempo può sembrare solo un gradevole effetto dinamico, si scopre avere un peso drammaturgico assai significativo quando, nel concertato che conclude il primo atto, il medesimo effetto si ripresenta alle parole "il suo fulmine cadrà" (misure 639-645 del finale primo) per sottolineare in modo inequivocabile e teatralmente efficace, il senso di "vuoto" che circonda il protagonista, ormai smascherato. Le frasi musicali, gli accompagnamenti strumentali, i gesti espressivi non si esauriscono in se stessi ma lasciano trasparire sempre una forma logica, una complessiva struttura delle cose: generale e particolare si rimandano tra loro in un "dialogo" di integrazione che coinvolge tutti gli aspetti che compongono il capolavoro mozartiano.

Proprio focalizzando l’attenzione sul complesso lavoro di integrazione tra le diverse parti si può forse chiarire la difficile sintesi interpretativa realizzata dal maestro italiano in questa incisione: un operazione complessa poiché sul Don Giovanni grava, come è ovvio, un apparato esegetico e critico di dimensioni spropositate che scoraggia o rende problematico qualsiasi tentativo di rinnovarne la lettura. Tanto più l’opera detiene un ruolo di preminenza nella storia, quanto più essa appare condizionata dal peso delle sue interpretazioni. Tuttavia Abbado ottiene qui un profondo ripensamento della stessa ontologia esegetica dell’opera mozartiana la cui storia interpretativa appare orientata in una duplice direzione: o tesa ad evidenziare il contrasto - percepibile sin dal sottotitolo "dramma giocoso" - tra aspetto buffo e aspetto tragico, oppure proiettata a far emergere uno dei due elementi sacrificando più o meno volutamente l’altro. Si era soliti procedere forzando le differenze tra situazioni comiche e patetiche, tra concitazione e contemplazione, seguendo l’incredibile incastro formale che Mozart mette insieme cogliendo elementi linguistici e psicologici sia dall’opera buffa che dall’opera seria, oppure si seguiva il principio di congelare totalmente un aspetto a favore dell’altro e procedere a senso unico o sulla via della tragedia, oppure su quella della commedia.

Abbado si muove invece attraverso un equilibrato dosaggio degli elementi, senza dare per scontata alcuna Weltanschaaung e senza privilegiare troppo il contrasto tra stili e situazioni diverse in virtù di una concezione generale assai misurata e rispettosa dell’unità drammatica che nasce dalla musica e che si compie attraverso di essa. Detto per inciso, viene proprio da pensare allo Stravinskij di Poétique musicale, laddove il compositore sosteneva essere "più opportuno procedere per somiglianza piuttosto che per contrasto. La musica si consolida così nella misura in cui sa rinunziare alle seduzioni della varietà. Quello che perde in ricchezze contestabili lo guadagna in consistenza". In questa incisione Abbado sembra davvero sfuggire alla seduzione del singolo istante (e in Don Giovanni ve ne sono tanti), in virtù di un progetto ben più "consistente" che, a sua volta, è in grado di dare maggiore senso e funzionalità a tutti i momenti dell’opera. Egli mantiene sempre un atteggiamento teso al massimo equilibrio, essendo il processo uniformemente corretto del tempo musicale e la coesione dell’insieme ben più rilevanti di un gesto isolato o di un’effimera fascinazione. L’autentica seduzione in questa incisione di Don Giovanni risiede altrove, ed è ben più profonda: sta nel suo dispiegarsi attraverso una forza di coesione capace di organizzare e legare tra loro i numeri della partitura, di tenderli come la corda di un arco ed integrarli in un processo altamente funzionale sia dal punto di vista drammaturgico, sia da quello musicale. E’ il motivo per cui invece di ascoltare una scena della statua ricca di effetti chiassosi e ridondanti, la nostra attenzione viene piuttosto catturata dalla fluidità dell’insieme, dall’equilibrio tra le voci e da un’orchestra asciutta come raramente s’ascolta tale da rendere la fine del protagonista "drammatica" senza essere pateticamente "tragica".

Ma la coerenza voluta da Abbado risulta ancora più evidente proprio nelle scene in cui "buffo" e "serio" si articolano insieme o si avvicendano rapidamente come, ad esempio, nel sestetto del secondo atto "Sola, sola in buio loco" dove Leporello, travestito da Don Giovanni, cerca di allontanarsi da Donna Elvira: la situazione, chiaramente comica, si trasforma in seria al sopraggiungere di Don Ottavio e Donna Anna ("Tergi il ciglio"). Questo mutamento, sottolineato da una modulazione di quattro battute da Si bemolle maggiore a Re maggiore, non viene affatto enfatizzato da Abbado che mantiene invece lo stesso tempo (e infatti in partitura non ne viene indicato il cambio) sicché l’azione procede fluida verso il successivo riconoscimento di Leporello, mentre un "allargando" in quel punto - come spesso accade - ne avrebbe rallentato il naturale processo che invece tende ben più avanti, cioè al concertato "Mille torbidi pensieri". Per lo stesso motivo il cosiddetto "terzetto delle maschere", situazione serissima a ridosso della "gran festa" che conclude il primo atto, non viene enfatizzato con un eccessivo rallentamento, ma l’Adagio prescritto da Mozart è mantenuto da Abbado in termini che non contrastano con l’incalzare degli eventi, cioè entro limiti funzionali allo scorrere dell’azione: la sospensione del tempo drammatico in questo tipico "ensemble contemplativo" è caratterizzata invece, con effetto ben più suggestivo, dalla variazione timbrica affidata al colore caldo e naturale dei legni della Chamber Orchestra of Europe. Proprio il finale del primo atto, esempio emblematico di articolazione drammatico-musicale assai complessa nella forma per i numerosi cambiamenti di tempo, di tonalità e di situazioni, si sviluppa con il medesimo senso di unitarietà e scorrevolezza dal momento che procede accumulando tensione fino al conclusivo concertato, durante il quale, tuttavia, Abbado riesce a rendere intelleggibile all’ascoltatore la prodigiosa cascata delle terzine degli archi, eseguite con cristallino nitore ed asciutta incisività.

Se dal punto di vista musicale siamo di fronte ad un Don Giovanni teso alla riscoperta dell’identità della propria costituzione unitaria attraverso un ripensamento e una sintesi della sua stessa tradizione interpretativa, analoga opera di riduzione e revisione avviene, per quanto è possibile nel disco, nei confronti dell’aspetto teatrale. E’ bandito qui ogni riferimento estraneo alla vicenda che avrebbe sovraccaricato i personaggi e le situazioni di significati più o meno interessanti, più o meno profondi ma in ogni caso distanti dal senso autentico della fabula, sicché ci troviamo di fronte a caratteri radicalmente e volutamente semplificati. Non vi è nulla di concettuoso, di psicologico, di mitologico o di filosofico e Don Giovanni non è né un pazzo, né un demonio, né un represso, né un sadico ma semplicemente un nobile libertino in cerca di costante divertimento; così Leporello non è ne il suo alter ego, ne un frustrato, né un omosessuale, né un cialtrone ma solo un servitore in totale soggezione nei confronti del proprio padrone. Così per gli altri protagonisti. Sembra l’uovo di Colombo eppure difficilmente capita di ascoltare un Don Giovanni così immediato, così teatralmente brillante e soprattutto così "musicale", poiché nella musica Abbado ricerca anche la definizione dei caratteri dei personaggi, in questo caso aiutato da un’ottima intesa con i cantanti: una volta decise le linee interpretative generali, il direttore milanese sembra lasciare la massima libertà ai protagonisti vocali di elaborare il proprio personaggio in piena autonomia. Ciò ha permesso soprattutto a Simon Keenlyside e Bryn Terfel di consegnare al disco una delle migliori "coppie" Don Giovanni-Leporello degli ultimi anni. Il baritono inglese, che è alla sua prima apparizione discografica di rilievo, non è un protagonista che si impone per la potenza del suo strumento vocale ma, proprio come il suo personaggio, appare assai duttile ad ogni situazione sì da adottare sempre il colore giusto e l’espressione più appropriata: "Fin ch’ han dal vino" è eseguita con molta sicurezza grazie anche all’accompagnamento di Abbado, misurato nel tempo e tuttavia capace di rendere il senso di estrema concitazione, mentre nella canzonetta "Deh, vieni alla finestra" Keenlyside si lascia apprezzare per fraseggio ed espressività da autentico liederista. Tuttavia è nelle scene d’insieme che il suo Don Giovanni acquista fascino ed autorevolezza grazie alla nobiltà del timbro (ancorché forse troppo chiaro) che lo pone in una dimensione di naturale superiorità nei confronti degli altri personaggi: ne sono esempio il quartetto del primo atto "Non ti fidar o misera" ed il terzetto "Ah! taci, ingiusto core" dove il baritono inglese sfodera capacità mimetiche e seduttrici davvero convincenti. Cercando il pelo nell’uovo si dirà che forse difetta un po’ di protervia e, nella scena finale, della drammaticità necessaria, ma il suo è un Don Giovanni che, in linea con la concezione di Abbado, ha nella seduzione erotica e intellettuale, le sue armi migliori ed è, per questo, ancora più autentico.

Bryn Terfel non gli è da meno, anzi, si può già parlare del suo personaggio come di un Leporello "storico". Come sulla scena appariva più imponente del Don Giovannni di Keenlyside, così anche vocalmente il suo spessore risulta più voluminoso rispetto a quello del padrone: eppure Terfel riesce a trasformare con intelligenza questa superiorità apparente in goffa sottomissione ed in totale dipendenza intellettuale. Ne risulta un servitore davvero esilarante, umanissimo e soprattutto drammaticamente moderno al quale Terfel conferisce una ricchissima gamma di stati d’animo definiti attraverso il solo canto, senza forzature. Il suo "Catalogo", oltre che essere molto ben cantato e molto ben interpretato, per la capacità di saper mutare intenzione ad ogni frase e dare senso ad ogni parola, è una esemplificazione dell’intero personaggio che palesa un segreto orgoglio nel tenere il conto delle conquiste del proprio padrone al quale, peraltro, sembra avere dedicato l’esistenza. Il modo terrorizzato misto a rassegnazione con il quale Terfel recita "... ma se poi mi conosce" prima di presentarsi ad Elvira nei panni del padrone è impagabile per come riesce a tradurre in una sola battuta la totale impotenza di Leporello ad opporsi alla volontà di Don Giovanni.

Altra piacevole sorpresa di questa incisione è Carmela Remigio interprete di Donna Anna. Il giovanissimo soprano, autentica rivelazione dello spettacolo ferrarese, riesce a conferire al suo personaggio, una drammaticità spesso dimenticata che relegava questo ruolo o ad una fredda palestra di esercizi belcantistici o ad una sequenza di apparizioni funeree. Pur essendo assai precisa nelle agilità la Remigio non si limita a concentrare la sua interpretazione su di esse ma sfoggia anche un fraseggio sicuro, che fa uso di un apprezzabile legato e di una vasta gamma dinamica, unito ad un’ottima dizione, doti che conferiscono al personaggio una grande dignità ed una inattesa dimensione espressiva.

Dignità ed eleganza sono anche i caratteri della Donna Elvira di Soile Isokoski, soprano lirico dalla voce sicura nel registro centrale come in quello acuto. Il soprano finlandese sembra prendere le distanze dalle interpretazioni più recenti di questo personaggio, che la fanno simile ad un’Erinni impazzita, per ricondurlo sulla scia delle grandi "signore" che ne avevano ricoperto il ruolo negli anni cinquanta e sessanta, grazie allo sfoggio di un timbro piacevolmente morbido e di un atteggiamento altero. Se il suo canto è gradevole ovunque sul piano espressivo, risulta tuttavia più convincente in momenti patetici come "Mi tradì quell’alma ingrata", dove rivela una profonda severità nel considerare la propria condizione, mentre meno incisiva e più ricercata e convenzionale appare la sua interpretazione nelle scene che richiedono un maggiore peso drammatico.

Eccellente la coppia dei contadini costituita da Patrizia Pace e Ildebrando D’Arcangelo non foss’altro per l’attenzione alla recitazione e per la buona musicalità di entrambi. La Pace è una Zerlina dalla voce leggera e curata che ben si adatta alla sonorità ridotta voluta da Abbado nell’accompagnare le sue arie ("Batti, batti o bel Masettto", ad esempio, si tramuta in un piacevole dialogo con l’orchestra). La sua interpretazione punta tutto sulla freschezza e sulla spensieratezza e trova nel Masetto di D’Arcangelo un apprezzabile compagno d’intenzioni che riesce, dal canto suo, a dipingere un personaggio autenticamente giovane invece del solito contadino rozzo e semplicione. Inoltre, la pienezza e l’ottima impostazione dei mezzi vocali lasciano trasparire in D’Arcangelo le qualità per un possibile futuro Don Giovanni di ottima levatura.

Don Ottavio è sovente la gamba zoppa di molte, pur eccellenti, edizioni del Don Giovanni. E’ una fortuna che per questa incisione Abbado abbia scelto Uwe Heilmann, uno dei pochi tenori mozartiani di oggi in grado di sostenere questo ruolo senza eccessive difficoltà grazie ad una personalità musicale assai duttile e ad un timbro caldo e gradevolmente privo di asperità, che tuttavia tende a schiarirsi e a vibrare un poco nel registro acuto. I passaggi più difficoltosi in "Il mio tesoro intanto" sono eseguiti senza infamia e senza lode e le agilità un poco "spianate", ma il colore quasi senza peso che trova nell’intonare "Dalla sua pace" è davvero pregevole e degno dello splendido pianissimo degli archi con il quale Abbado attacca l’aria, peraltro interamente eseguita dal tenore tedesco con viva intensità. Nel complesso un Don Ottavio insperabilmente piacevole che Heilmann riveste di una calda umanità grazie ad una qualità di voce assai rara per un tenore leggero.

Matti Salminen, infine, il più ricco di esperienza tra i componenti il cast di questa incisione, è un Commendatore dalla voce profonda ma non truculenta: sa alleggerire molto bene nel terzetto del primo atto "Ah! soccorso", mentre nella scena del cimitero la sua voce sembra proprio provenire da un altro mondo, suscitando un effetto di inquietudine più che di paura. Tuttavia anche la sua interpretazione, come quella degli altri cantanti, è il risultato di un progetto complessivo che, partito dalla direzione musicale, si attua e prende corpo in ogni elemento che lo attualizza. Un progetto che consegna alla storia un’incisione di Don Giovanni moderna e di rilevanza assoluta ma, allo stesso tempo, partecipe di una tradizione interpretativa ininterrotta che, speriamo, viva ancora per lungo tempo.

0

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it