PUCCINI
La Boheme
Rodolfo, R. Alagna
Schaunard, R. de Candia
Mimì, A. Gheorghiu
Marcello, S. Keenlyside
Colline, I. D’Arcangelo
Musetta, E. Scano
Orchestra e coro del Teatro alla Scala di Milano,
Riccardo Chailly, dir.
DECCA
4660702
2 CD
50’37; 49’11

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Il ruolo affidato all’interpretazione musicale, soprattutto nella nostra epoca, è quello di rapportarsi ad istanze assai diverse: ogni volta che un esecutore si accinge a "leggere" una partitura deve compiere una serie di scelte rispetto ai molti parametri che entrano a far parte dell’orizzonte di un’opera musicale. Si tratta di rapportarsi con la storia, anzi con "le storie", con le molteplici tradizioni che ruotano attorno ad una composizione. Questo intreccio è reso ancor più complesso nel caso di un’opera lirica dove, accanto ai problemi derivati dal testo musicale, vi sono quelli relativi al libretto, alla vocalità, alla recitazione, all’azione drammatica e, nel caso della sua rappresentazione teatrale, alla messa in scena. Direttori e cantanti devono trovare una coerenza sia sincronica, sia diacronica fra i vari elementi che, tutti insieme, entrano a far parte di quell’oggetto polimorfo che è l’opera in musica. Vi sono inoltre anche elementi esterni alla composizione che entrano in gioco nella costruzione di una traccia interpretativa e, rispetto ad essi, l’esecutore deve assumere un atteggiamento ben determinato. Ci riferiamo in particolare alle ricerche critiche, filologiche e storico-musicali che negli ultimi anni stanno assumendo un’importanza sempre maggiore e stanno gradatamente iniziando ad uscire dalla cortina accademica per esercitare la loro influenza nell’accadere dell’attuale prassi esecutiva. Detto per inciso, crediamo che il mondo della ricerca musicologica sia ancora troppo chiuso ed autocompiacente e che solo qualche rara edizione discografica o alcune sporadiche rappresentazioni non costituiscano sufficienti e significativi momenti divulgativi. In questo senso fa piacevolmente eccezione questa recente edizione de La Bohème di Giacomo Puccini pubblicata della Decca, che vede come protagonisti Angela Gheorghiu e Roberto Alagna, dove una particolarissima scelta proprio rispetto alle ricerche più recenti è stata compiuta dal direttore Riccardo Chailly.

Nel catalogo della prestigiosa casa discografica inglese questa edizione si colloca accanto a due registrazioni storiche dell’opera: la prima con Renata Tebaldi e Carlo Bergonzi diretti da Tullio Serafin, l’altra con Mirella Freni e Luciano Pavarotti diretti da Herbert von Karajan. Proprio se paragonata con quelle incisioni, questa nuova Bohème costituisce una significativa rottura con la storia della tradizione dell’interpretazione pucciniana sia dal punto di vista vocale, sia soprattutto da quello della direzione e della concezione generale. Si tratta infatti della prima registrazione che ha utilizzato la partitura edita nel 1988 frutto delle ricerche svolte da Francesco Degrada sulle fonti originali. Tuttavia, come ricordano le note di copertina, non si può parlare di una vera e propria edizione critica (termine che useremo solo convenzionalmente), ma di un’attenta analisi sull’origine dell’opera che ha posto a confronto varie fonti e ha preso in esame in particolar modo i segni di espressione presenti in partitura. Il nodo centrale che è scaturito da questo lavoro è quello del rispetto dei tempi: i vari segni agogici ed espressivi (come rallentando, accellerando, diminuendo, ritenuto, rubato, eccetera) sarebbero un’aggiunta successiva all’autografo di Puccini e, soprattutto nella versione per canto e pianoforte, sarebbero frutto della posteriore tradizione verista. Inoltre, Chailly ha affiancato agli studi che hanno condotto all’edizione critica de La Bohème altre ricerche relative alle indicazioni del compositore riguardanti le interpretazioni delle sue opere; in particolare egli si è rifatto ad un saggio di Luigi Ricci (Puccini interprete di se stesso, Ricordi, Milano 1954), che fu stretto collaboratore del compositore. Sintetizzando si può affermare che dal lavoro di documentazione svolto da Chailly sembra emergere un nuovo modo di intendere la concezione drammatica pucciniana e in particolare un nuovo rapporto fra testo e musica. All’ascolto infatti si rivela come gli incisi musicali sia dell’orchestra, sia delle voci trovino nuovo respiro nella linearità di un flusso melodico cui viene restituita la sua naturale cantabilità e che scorre senza gli inciampi cui ci aveva abituato la tradizione interpretativa verista.

La concertazione di Chailly cerca e trova nella musica e nel canto i mezzi per costruire un’interpretazione de La Bohème più vicina alla nostra sensibilità: non crediamo tuttavia che questo aspetto risieda nella semplice adozione dell’edizione critica, né nel tentativo di ringiovanire il carattere dei personaggi e neppure nell’eliminazione di elementi espressivi posticci e non voluti da Puccini. Queste operazioni, pur preziose, risulterebbero fini a se stesse ed anzi impoverirebbero l’opera se il direttore non ne avesse cercato altrove il senso drammatico. L’origine e il significato più autentico di questa ricerca è da individuarsi nel suono orchestrale: da più di un decennio non sentivamo l’Orchestra del Teatro alla Scala esibire una tale precisione, un suono così brillante ed una tale capacità di assecondare la volontà del direttore. Con l’orchestra Chailly ha lavorato soprattutto su due parametri: il tempo e le sonorità. Il primo elemento non concerne tanto la maggiore o minore velocità di esecuzione, ma il ritmo ed il fraseggio di ogni singola sezione. Le indicazioni fornite dalla versione della partitura usata in questa occasione rendono uniforme il tempo all’interno delle frasi musicali o addirittura nell’arco di arie intere (si ascolti ad esempio "Vecchia zimarra" dove l’orchestra scandisce un ritmo costante dall’inizio alla fine senza ricorrere ad alcuna indicazione di ritenuto o di rallentando indicati nella partitura tramandata dalla tradizione). In questa prospettiva vanno interpretate anche le numerose indicazioni di parlato inserite da Puccini nella partitura. Il direttore evita il rischio della monotonia che facilmente incorre in queste sezioni, attribuendo all’orchestra il compito di sottolineare le frasi parlate e di dare così senso al procedere del discorso musicale. All’uniformità del ritmo tuttavia non corrisponde un suono monocorde, anzi è proprio al colore orchestrale è affidato il compito di sostenere l’unità drammaturgica dell’intera opera mettendo in rilievo le diverse situazioni emotive che via via si alternano. Così, ad esempio, mentre nel secondo quadro l’orchestra è spumeggiante e ricca di suono, alla fine del terzo sa accompagnare in modo molto leggero il doppio duetto Rodolfo/Mimì e Marcello/Musetta, senza tuttavia cadere mai in effetti retorici: La Bohème viene così, almeno nelle intenzioni, sottratta allo stereotipo dell’opera struggente e sentimentale assimilabile alla poetica verista.

Anche l’aspetto vocale aderisce nel complesso a questa impostazione. La linea di canto di tutti i protagonisti sembra amalgamarsi bene con il suono e l’andamento orchestrale. In particolare Angela Gheorghiu riesce a mettere in risalto la semplicità di Mimì: il suo canto risulta maggiormente efficace nei momenti lirici del primo e del terzo quadro. Anche se il suo leggero vibrato può ricordare la vocalità degli anni trenta e anche se il suo vigore forse non sempre si adatta alla fragilità del personaggio, la sua linea vocale risulta molto bella e particolarmente in sintonia con la direzione. Anche Roberto Alagna segue con attenzione le indicazioni di Chailly e adotta un canto molto lineare, ripulito dagli eccessi e dai manierismi della tradizione verista. Tuttavia la sua voce sembra risuonare più in gola che in maschera evidenziando a tratti qualche difficoltà di emissione ed un gusto non troppo raffinato. Ne risulta un personaggio autenticamente giovanile anche se forse troppo superficiale, soprattutto durante il primo incontro con Mimì, che tuttavia assume una propria identità lungo il percorso dell’opera. Proprio nella rinnovata dimensione drammaturgica del personaggio di Rodolfo risiede la chiave dell’interpretazione che Chailly propone dell’evolversi della vicenda emotiva de La Bohème. Si è più volte parlato di quest’opera come della "storia della giovinezza perduta" e Rodolfo, più di ogni altro personaggio, incarna questa progressiva maturazione, allo stesso modo di Renzo nei Promessi sposi. Questa intenzione viene compiutamente realizzata da Alagna che riesce ad esprimere un’emotività sempre condotta in modo "cantabile" in sintonia con la linea interpretativa proposta dalla direzione. Un giusto colore ed un "tono" affettivo adeguato ad ogni situazione è percepibile anche in Simon Keenlyside (Marcello), la cui voce sembra acquistare col tempo sempre più corpo. Elisabetta Scano è una Musetta vivace, ma che denuncia non pochi problemi vocali; mentre Roberto de Candia e Ildebrando D’Arcamgelo, rispettivamente Schaunard e Colline, risaltano per le voci morbide, espressive e piene di colore.

Nel complesso possiamo affermare che la direzione di Chailly attribuisce maggior importanza all’aspetto compositivo fornendo, grazie ad una particolare attenzione all’omogeneità ritmica e alla varietà delle dinamiche orchestrali, un nuovo senso alla funzione della melodia. Proprio questo accento posto sulla fluidità del cantabile pucciniano evidenzia l’identità tutta italiana di quest’opera e soprattutto il suo legame con l’eredità del nostro melodramma ottocentesco. In questo modo si è cercato di rintracciare un’origine nobile de La Bohème nel legame fra la sua struttura essenziale e le categorie interpretative del nostro tempo. L’operazione, in sé assai interessante, si è tuttavia rivelata un’arma a doppio taglio: se infatti questa esecuzione risulta gradevole al gusto moderno lo è perché trova nella dinamica orchestrale e nella fluidità del discorso musicale le sue caratteristiche migliori ma, ad un ascolto più attento, si intuisce che questo lavoro ha posto anche fatalmente in evidenza la scarsa consistenza delle strutture drammaturgiche dell’opera stessa. In definitiva questa interpretazione cerca qualcosa che l’opera non può dare. Il progetto realizzato da Chailly di straniare La Bohème dal contesto culturale in cui è nata e quindi di attualizzarla, trova un terreno fertile nel cercare una melodia ripulita dalle abitudini interpretative estranee al discorso musicale che enfatizzano gli aspetti sentimentali dell’opera. Tuttavia, è ben noto come l’asse portante della poetica pucciniana miri sempre da un lato a evidenziare la natura sentimentale della psicologia dei personaggi e, dall’altro, a privilegiare la prestazione vocale. La volontà di riportare quest’opera alla sola essenza musicale e drammatica e di inserirla in un contesto di significati più vicino al gusto moderno non è stata a nostro avviso sufficiente per colmare l’enorme distanza fra il nostro orizzonte ricettivo e i principi drammaturgici di Puccini: se l’autore trova nella melodia (e solo in quella) il suo principale fondamento compositivo, ciò significa che la sua poetica è oramai lontanissima dalle categorie estetiche del pensiero contemporaneo. In questo senso ci sembra difficile immaginare un’esperienza significativa tra La Bohème e il nostro tempo. Alla luce di queste considerazioni crediamo che il lavoro compiuto da Chailly, assolutamente lodevole e forse necessario, possa essere interpretato in due modi: da un lato un’esecuzione assai gradevole e curata sia sul piano musicale sia su quello vocale, dall’altro un’interessante domanda circa l’attualità di quest’opera anche al di là della risposta che se ne può ricavare.

Stefania Navacchia

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