POULENC
La voce umana
Soprano, Magda Olivero
Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia
Nicola Rescigno, dir.
Registrazione Live, Venezia, 3 maggio 1970
Teatro La Fenice

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È difficile esprimere un giudizio sulla base della testimonianza compromessa da una sistemazione dei microfoni che penalizzano il canto e la recitazione di Magda Olivero in favore di una orchestra la cui prestazione appare discontinua e non in grado di fornire unità a un’opera dalla drammaturgia delicata come La voix humaine di Francis Poulenc, qui in versione italiana. D’altro canto può apparire affascinante, benché limitativo, giudicare la prestazione di un soprano solamente sulla base del canto e non del contenuto semantico delle parole. Ci tornano alla mente le parole di Giuseppe Verdi che sognava di comporre un’opera il cui libretto fosse costituito soltanto da poche parole chiave ("amore", "vendetta", "morte", "sangue", ecc.): non è questo il caso di Poulenc la cui poetica sembra essere compresa da Magda Olivero. Il grande soprano riesce a far intuire anche in questa registrazione accidentata, i diversi stati d’animo e le diverse intenzioni comunicative del personaggio dimostrando una volta di più la sua grande sensibilità d’interprete che sembra avere colto come la chiave dell’opera risieda nella parola, o meglio nell’atto comunicativo e nell’intenzione con la quale ci si rivolge al proprio interlocutore. Qui però risiede anche il limite dell’interpretazione della Olivero. Si può dire infatti che questa sia l’opera del gesto interrotto, della capacità umana di sapere aspettare la risposta dell’altro senza invadere completamente il campo della comunicazione. Paradossalmente proprio il fatto di non poter comprendere le parole permette all’ascoltatore di astrarsi dalla situazione contingente e di capire bene come quest’opera metta in luce l’essenza del dialogo mostrando solo un interlocutore. L’ascoltatore è portato a immaginare ciò che accade dall’altra parte del telefono; compito dell’interprete è quello di alimentare questa immaginazione senza cercare di sostituirsi a chi ascolta occupando lo spazio lasciato libero dalla parola. È proprio in questa chiave che l’interpretazione della Olivero non riesce ad essere pienamente convincente poiché, nella parte più drammatica, utilizza espedienti del tutto estranei alla linea del canto di chiara estrazione verista che sono lontani dall’originale matrice poetica dell’opera.

Stefania Navacchia

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