RIHM
Lieder
Christoph Prégardien,tenore
Axel Bauni, pianoforte
ORFEO
C 434071 A
1 CD

Wolfgang Rihm (1952) è uno dei pochi compositori venuti dopo la gloriosa generazione nata negli anni venti (Nono, Boulez, Stockhausen, Ligeti, Xenakis, Kurtág) che sia emerso come uno dei "grandi" del novecento, ossia capace di intraprendere una via originale e fruttuosa di altissimi risultati. Sorprende in Rihm la versatilità stilistica che associa a un potente controllo dei mezzi espressivi, a una sempre solerte attenzione agli effetti percettivi e estetici. Non è un luogo comune o una mera suggestione superficiale sostenere che Rihm abbia coniugato l'afflato noniano alla rigorosità dell'incedere del discorso musicale del primo Stockhausen: in effetti, Rihm è un compositore non avanguardista, soltanto nel senso che ha saputo far tesoro di tutta la tradizione novecentesca, di tutte le strade battute; piuttosto che scendere a parteggiare per qualcuno, o inclinare verso un ritorno all'ordine, ha preferito operare per sincretismo, tesaurizzare. Del resto, è sostenuto da una grande fantasia musicale, che ha riscontri sia qualitativi sia quantitativi.

L'idea di raccogliere i Lieder di Rihm non poteva che giungere utile, per discoprire questo lato decisamente meno conosciuto del compositore tedesco, ma che aveva avuto modo di sfociare in modo eclatante nelle frequenti e fortunate incursioni nell'opera lirica. I quattro cicli di lieder documentati dal CD coprono praticamente l'intera carriera di Rihm, risalendo sino al lavoro giovanile (composto tra i sedici e i diciotto anni) Gesänge op. 1 e raggiungendo il periodo più maturo con Das Rot (1990) per tenore e pianoforte.

Il guaio è che se si ascolta quest'ultima opera e la si raffronta con altri lavori di Rihm dello stesso anno (ad es. Bidlos /Weglos oppure ancor più Dunkles Spiel, entrambi per orchestra) si rimane letteralmente sconcertati; sembrano due compositori non solo diversi, ma lontanissimi. Sembra che il lieder faccia improvvisamente ripiombare Rihm indietro di decenni; il peggio è che qualche locale passaggio ruvido del pianoforte non fa che contrastare penosamente con la retorica davvero sorpassata della linea melodica del tenore.

Problema di tutta la musica dopo gli anni cinquanta è stato quello di ripensare l'utilizzo della voce dopo il grande avanzamento nello sfruttamento delle risorse strumentali; in moltissimi casi i risultati sono stati sconfortanti: la voce rimaneva del tutto anacronistica rispetto al tessuto strumentale. Solo pochi compositori sono stati (per una via del tutto personale e forse inimitabile) capaci di risolvere il problema della voce; e sappiamo come tra tutti spicchi il nome di Luigi Nono. Ora, ciò è ancor più spiazzante se si pensa ai lieder di Rihm, visto che quest'ultimo ha attinto a pieni mani dalla lezione di Nono: allora perché scegliere questa forma tradizionale e piatta? Se è lodevole cercare di riprendere una forma musicale che sta piano piano scomparendo dallo scenario della musica contemporanea, lo si rivivifica realmente se poi si rimane assoggetti ai modelli di primo novecento? Certo, ai lieder di Rihm non manca certo la complessità, filtrata anche attraverso il modello dei lieder weberniani. Forse però c'erano vie più libere e innovative al lieder, rappresentate per esempio dalle Songs di Ives o dalle "melodie" di Messiaen.

In fondo, l'opera da cui ci si potrebbe attendere di meno, il pezzo giovanile Gesänge op. 1, è fresca e con sprazzi di quell'incedere di inesorabile lucidità e intelligenza che informa le opere migliori di Rihm.

Ci si poteva attendere moltissimo dall'incontro di Rihm con il più grande poeta di lingua tedesca del dopoguerra, Paul Celan. Rihm musica quattro liriche dalla memorabile raccolta di Atemwende, su cui si sono accentrati i massimi studiosi di questo secolo, a cominciare da Hans Georg Gadamer, che le ha dedicato un intero splendido volume, tradotto in italiano da Marietti nel 1989; si tratta di Chi sono io, chi sei tu. Riportiamo le poesie tradotte in italiano da Franco Camera.

1.
Nei fiumi, a nord del futuro,
io getto la rete che tu,
indugiando, fermi
con ombre scritte
da pietre.

2.
I numeri, legati
alla fatalità delle immagini
e alla loro contro-
fatalità.

Ribaltato là sopra il cranio
sulla cui tempia insonne
un martello dal fatuo
lucore
tutto questo al ritmo del mondo canta.

3.
Stare, all'ombra
del segno della piega nell'aria.
dalla parte di nessuno, e di nulla stare,
non riconosciuto,
per te
solo.

Con tutto quel che vi ha spazio,
anche senza linguaggio.

4.
Filamenti di soli
sul deserto grigio scuro.
Come un alto
albero un pensiero
afferra la gradazione di luce: vi sono
canti da cantare ancora, oltre
gli uomini.

Riportare le poesie di Celan in italiano ci fa un immenso piacere, sia per quanto smodatamente amiamo questo poeta, ma anche perché la traduzione di Celan nella nostra lingua è tanto impervia quanto "produttiva"; la poesia "rigermina" in italiano sconvolgendolo, portando la lingua oltre se stessa, costringendola a riformularsi e noi sopra di essa. Tradurre, portare Celan in italiano, ospitarlo nella nostra lingua, significa cambiare la nostra stessa percezione delle parole, che brillano nel loro isolamento, soli caratteriali, emotivi, che illumina altri spazi affettivi.

Rihm, invece, recepisce Celan come fosse Stefan George, rende sentimentale una parola che è e si vuole "petrosa", pesante come un macigno; l'affabilità suasiva della linea melodica contrasta enormemente con questa parola-fiato quasi sull'orlo di ammutolire, poesia alla disperata ricerca di un tu che la raccolga. Insomma siamo in pieno disaccordo con Siegfried Mauser, curatore delle note discografiche, che sostiene, invece, come Rihm utilizzi «delle sonorità visionarie e auratiche che sembrano estrarre dai testi il loro potenziale visuale».

I Neue Alexanderlieder del 1979 non mutano di molto il nostro giudizio sui lieder di Rihm, eleganti e raffinati, ma imprigionati dentro la tradizione e non in grado di vivificare i testi poetici musicati. La parola cantata non può rimanere prigioniera né di stilemi vocali sorpassati, né da una auratica e falsa riverenza verso la letterarietà, che sembra appiattire tutto in un tono tardo espressionista carico di sentimentalismo. Le strade del lieder sembrano per ora ancora dei vicoli ciechi per i compositori contemporanei; basta ascoltare Der Sommer(1989) di Ligeti, per comprendere come l'impasse non sia solo di Rihm. Qualcosa di meglio hanno fatto Aribert Reimann e Wilhelm Killmayer (i due hanno dedicato ampie pagine al lieder), ma è forse la sprezzante, icastica e ironica assunzione degli stilemi del passato di György Kurtág a darci gli esempi meno conformistici di lieder postmoderno (si pensi a Requiem für einen Freund op. 26, o a Drei alte Inschriften op. 25, scritti tra il 1986 e il 1987)

In ogni caso il CD pubblicato dalla Orfeo risulta oltremodo utile per rendersi conto della situazione attuale del lieder attraverso uno dei più significativi compositori viventi. Lodevoli, in questo senso, sono tutte le edizioni che hanno una vocazione monografica, rispetto alla occasionalità degli assemblaggi, molto più vicini alla ricetta culinaria, che a un discorso culturale.

Di qualità anche registrazione ed esecuzioni, tra cui spiccano il tenore Christoph Prégardien e il pianista Axel Bauni.

Pierluigi Basso Fossali

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