RUZICKA
Quartetti per archi
Arditti String Quartet
ECM
1694
1 CD
65'

***

Questo disco che raccoglie tutte le opere per quartetto d'archi scritte da Peter Ruzicka, dimostra ancor più la pregevole tendenza dell'ECM a dare nuovo rilievo al panorama recente della musica contemporanea: certo se con Kurtág si va sul sicuro (oramai), tale è il giusto riconoscimento internazionale che gli si tributa, pare più una scommessa puntare su un compositore certo apprezzato, ma non certo conosciuto dai più come Ruzicka.

Sicuro complice di questa "buona" scommessa è senza dubbio l'Arditti String Quartet, che dopo anni di edizioni per la Montaigne, passa sotto il più prestigioso e remunerativo tetto "tedesco" (tra l'altro il nuovo secondo violino è Graeme Jennings).

Ruzicka è nato nel 1948 e si pone oggi come uno dei compositori più esperti e riflessivi, ma anche come uno dei più tormentati, pur rimanendo entro zone di esplorazione non vastissime, mai spaesanti rispetto alla propria ricerca e anche rispetto alle coordinate degli ascoltatori. Ruzicka si muove con circospezione, spesso con sapiente indugio, pronto a far emergere qualche "perla", qualche soluzione momentanea, che può essere poi smentita in una fase successiva. Quello che manca a Ruzicka è una idea musicale forte, decisiva, che come sappiamo è sempre croce e delizia (croce per chi si è solo saputo dotare di una "ricetta" che ripete modulandola all'infinito, delizia per coloro che invece hanno trovato una reale procedura di investigazione, di equilibrio tra motivazione ideale, metodo e ricerca del nuovo). Può colpire in Ruzicka proprio questa assenza di un perno creativo, questa indefinizione di un mondo poetico, cosa che potrebbe rigettarlo nello stuolo dei compositori "eminentemente grigi". Ma vi sono qualità che sottraggono Ruzicka da questo pericolo; in primo luogo il fatto che non vi sia in lui un eclettismo: le sue composizioni presentano anche in superficie le chiare tracce di un annaspare nella ricerca di una definizione formale, ma sono in questo molto coerenti, affrontano il pericolo di tacere senza mai "traviare" se stesse. Per questo il relativismo formale di Ruzicka è drammatizzato e mai compiaciuto; così come il suo postmodernismo non giunge a una beato attingimento alla tradizione, che si gloria di anacronismi o di accostamenti volutamente stridenti. Il contatto con la tradizione resta in Ruzicka interrogazione.

Fin dal suo primo quartetto, scritto a soli ventidue anni, è esplicita questa sua "sofferta" e personale cifra stilistica, esplicita fin dal titolo Introspezione (in italiano) e dal sottotitolo Documentazione per quartetto d'archi, come se per iniziare avesse bisogno prima di trovare del materiale, di informarsi, di certificare una possibilità espressiva. Possibilità che pertiene alla ricerca di materiale esterno (forme musicali della tradizione) e interno (la propria stessa intimità e urgenza espressiva). Non stupisce allora che tale composizione sia informata da esperienze con la droga, mettendo in gioco diversi strati e fasi temporali della coscienza. Le citazioni da brani famosi devono come acquisire la motivazione della sorgenza spontanea nella mente, e la stessa voce del compositore è franta dalle voci di colui che ha interiorizzato, imparando. In questo primo quartetto prevale una forma magmatica, che mette in rilievo una modalità costante di Ruzicka (più personale certamente del successivo spazio dato alle frattura, ai silenzi), quella del "glissare", del compiere passaggi anamorfici, tratti di puro scivolamento, di deriva, come a sorvolare sulle proprie stesse idee o su quelle altrui.

Di natura diversa, il secondo quartetto "...fragment..." pare citazione smangiata di qualcos'altro, resto di un'alterità, non più afferrabile o respinta, laconica ritenzione nella tabula rasa della mente. Ecco apparizioni folgoranti, brevi trasformazioni inceppate, graffi al silenzio, trascoloramenti dal nero al nero, spettri di musiche impossibili, sottobosco musicale, popolato di esseri piccoli, minacciosi e minacciati, proprio perché sproporzionati. Il riferimento formale elettivo è alla poesia estrema di Celan, che Ruzicka vide pochi giorni prima del suo suicidio. Il brano testimonia dello stesso dolore profondo provato per la morte del poeta. L'ultimo, dei cinque brevissimi movimenti, "indistinto", quando sembra definitivamente ammutolire nel silenzio ritrova...Mahler (un tema del primo movimento della seconda sinfonia).

L'uso nei titoli dei puntini di sospensione si ripete anche nel terzo e quarto quartetto: curiosa, perché evidentemente non infantile, decisione. Il brano sembra essere soltanto qualcosa che è venuto a galla, che ha respiri precedenti e successivi, che è fragilmente confinato in una partitura.

... über ein Verschwinden (...sullo scomparire) è il terzo quartetto e dista più di vent'anni dal secondo (è infatti del 1992). È chiaro come la maturità sopraggiunta riesca a superare la stenografia emozionale delle prime partiture. Ciò che resta è lo sfaldamento, la corrosione interrogativa della forma, il sopravvenire continuo di movenze antiche (citazioni segrete e altre esplicite). L'andamento prevalentemente lentissimo e il tratto musicale filiforme lasciano spazio a momenti locali di furore espressivo. Pare di assistere al dialogo di personaggi interiori, fantasmatici, che sembrano non riuscire a comunicare effettivamente; poi quando questa asincronia si risolve, il tutto di apre a sferzate violente, senza appello, destino segnato, indelebile, inappellabile, un "è così" senza fine. Il finale ritrova citazione mahleriane frammiste a dolorosi e infinibili sospiri.

Il quarto quartetto "...sich verlierend" (...perdendosi), del 1996, porta la riflessione teorica di Ruzicka in superficie, aggiungendo al quartetto una voce recitante (nel disco interpretata da Dietrich Fischer-Dieskau), che si limita a leggere sopra la musica passi di Valéry, Handke, Adorno, Celan, Wittgenstein ed altri). Francamente non abbiamo mai apprezzato la sovrapposizione "cruda" di una voce che si limita a leggere in maniera inespressiva. Il rapporto tra testo e suono è soltanto concettuale e non musicale. Ecco perché la riuscita estetica di questo quartetto ci sembra dubbia. Già la musica di Ruzicka è una serie di isole che difficilmente mostrano l'esistenza di un arcipelago, le parole "pesantemente microfonate" non fanno poi che interrompere ancor più il discorso musicale. Le citazioni, così troppo esposte e ostentate, non filtrate emotivamente, rendono poi la scelta espressiva di Ruzicka non poco intellettualistica.

Ma merita, in conclusione, non dimenticare la notevole interpretazione dell'Arditti String Quartet, qui particolarmente "calda" e partecipe, caratteristica che invece spesso fa loro difetto, abbandonandosi a una fredda, quando precisa maestria tecnica.

Pierluigi Basso Fossali

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