SCHUMANN
Szenen aus Goethes Faust
W. Dazeley, bar.
C. Nylund, sop.
K. Sigmundsson, bs.
I. Danz, cont.
H.-P. Blochwitz, ten.
La Chapelle Royale
Collegium Vocale
RIAS-Kammerchor
Orchestre des Champs Elyseées
P. Herreweghe, dir.
HARMONIA MUNDI FRANCE
HMC 901661.62
2 CD
2h 02'06

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Alcuni capolavori hanno un destino curioso, giacciono ignorati per decenni per poi ricomparire grazie ad un riscopritore illuminato. Invece non mancano mai le decine di "miracolose" trouvailles ad opera di meticolosi eruditi che ogni anno i festival estivi si affrettano a riscoprire, zelanti case discografiche procurano di pubblicare, e una pattuglia di pochi, ma impavidi collezionisti di rarità si precipitano ad acquistare. Il "caso" delle Szenen aus Goethes Faust di Schumann appartiene alla prima categoria, per cui dobbiamo essere immensamente grati a Benjamin Britten che nel 1972 restituì questo autentico capolavoro alla conoscenza di tutti, grazie ad una fondamentale edizione discografica pubblicata dalla Decca. Quella registrazione rimase a lungo unica, se si eccettua una vecchia incisione del 1966 ad opera di Bernhard Klee con i Düsseldorfer Symphoniker per la Emi tedesca, oggi praticamente introvabile. Dovranno però passare altri venticinque anni perché la discografia di quest’opera veda una seconda storica aggiunta con l’edizione diretta da Claudio Abbado alla guida dei Berliner Philharmoniker per l’etichetta Sony. E’ con una certa sorpresa pertanto che si accoglie l’uscita a scedenza così ravvicinata di una terza, interessantissima edizione ad opera di Philippe Herreweghe con La Chapelle Royale e il Collegium Vocale insieme all’Orchestre des Champs Élysées ed al RIAS-Kammerchor.

Schumann, che lavorò a quest’oratorio per una decina di anni, non potè mai assistere alla sua rappresentazione, che avvenne postuma nel 1862. Tra i molti musicisti a lui coevi che avevano attinto al mito di Faust, Schumann fu l’unico che ebbe l’ardimento di musicare direttamente i versi di Goethe, scegliendo liberamente non solo tra le pagine del primo Faust, cui fanno riferimento le prime due parti dell’opera e che tradizionalmente forniva il canovaccio per le più disparate trasposizioni musicali, ma anche dal secondo Faust, di cui scelse il sublime finale, per la terza parte. Proprio per quest’ultima sezione dell’opera scrisse due versioni, la prima che termina con un grande fugato, ed una seconda più mistica, rarefatta e sognante. A differenza di Britten e Abbado, Herreweghe ha optato per il secondo finale, dando con questa scelta una precisa indicazione sulla lettura che ha inteso dare a quest’opera. Herreweghe si distacca infatti da quella che può essere l’idea corrente di un approccio romantico ad una simile partitura che, peraltro, sembra contenere in sé tutte le radici, i paesaggi, i deliri, i luoghi e le visioni del romanticismo tedesco. Egli recupera piuttosto un’idea di romanticismo più immediata e profonda, non pervenutaci attraverso le sue tarde propaggini di fine ottocento, ma direttamente da quel mondo visionario e ricco di sehensucht di cui si nutriva la poetica musicale di Schumann. Proprio in questo "distacco" dalla tradizione interpretativa tardoromantica risiede il fascino della lettura di Herreweghe, che ancora una volta dimostra come per gli interpreti più accorti e profondi del repertorio rinascimentale e barocco l’approccio alle opere del periodo preromantico e romantico risulti spesso chiarificatore e ricco di stimoli di interpretativi che prescindano dalla valanga di effetti emotivi e sonori cari alla tradizione. Herreweghe sceglie la leggerezza, l’equilibrio nel suono, la precisione negli stacchi del coro, l’eleganza nella dinamica, di rara sobrietà, comunicando la convinzione che la scrittura di Schumann contenga già in sé estremi di tale bellezza da non richiedere ulteriori aiuti. L’orchestra, in questo caso costituita dalla Chapelle Royale cui si è aggiunta l’Orchestre des Champs Élysées, dal suono nitido e nel contempo morbido, evidenzia con severità e rarefazione, che ben si addicono alla natura metafisica dell’opera, il disegno musicale di Schumann. D’altro canto non si loderà mai abbastanza il Collegium Vocale, in questo caso coadiuvato dal RIAS-Kammerchor, per la duttilità con cui modella il proprio suono, di straordinaria purezza, a questa partitura che rappresenta uno dei vertici della scrittura corale dell’epoca. La perfezione tecnica, l’equilibrio nelle sezioni, la ricchezza di colori e l’omogeneità delle voci resterebbero peraltro lettera morta senza l’intelligenza interpretativa che permette a questo coro, vero punto di forza dell’incisione, di affrontare tranquillamente ogni genere di repertorio con rara pertinenza stilistica.

Meno felice appare la scelta dei solisti, tra i quali il solo William Dazeley (Faust, Doctor Marianus, Pater Seraphicus) desta interesse per la qualità della linea di canto. Piuttosto opachi gli altri interpreti, che scontano, oltre a qualche difficoltà vocale, anche una certa mancanza di colore e di intenzioni. Avremmo ascoltato volentieri cantanti abituati al repertorio liederistico, in grado di conferire maggior espressività alle parole e di valorizzare appieno i significati del testo di Goethe.

Silvano Santandrea

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