STRAUSS
Also sprach Zarathustra op. 30
MAHLER
Totenfeier
Chicago Symphony Orchestra
Pierre Boulez, dir.
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4576492
1 CD

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Questa incisione pone a confronto il lavoro di due musicisti che, nonostante la loro comune attività di direttori d'orchestra, concepivano la produzione artistica in modo, oseremmo dire, antitetico, tanto che Alma Mahler ricorda che i due "si frequentavano volentieri, forse perché non si trovavano d'accordo su nulla".

Un punto di contatto lo si può rinvenire nel fascino apodittico che su di loro esercitò la filosofia di Nietzsche, le cui teorie divennero di moda creando le non poche interpretazioni superficiali che tutti conosciamo. L’universo di Mahler è quello più lontano da tale approccio distorto e falsante, pur tuttavia aderendo in modo originale alle teorie nietzschiane e facendone un’esperienza di pensiero del tutto personale: si trattò più di una loro comune sensibilità verso il sentimento tragico dell’esistenza, che non di una effettiva adesione mahleriana alle idee espresse dal filosofo. Mai, infatti, il compositore ha inteso l’esperienza musicale come opera che fosse basata sull’istinto e non sulla riflessione, riscattando così la dimensione apollinea del fare e del pensare la musica.

Il pezzo sinfonico denominato Totenfeier altro non è che la prima versione del primo movimento della Seconda Sinfonia "Auferstehung" di Gustav Mahler. Le due versioni si differenziano, oltre che per la strumentazione, che in questa sembra più scarna,, anche per alcuni passaggi di collegamento tra un episodio e l’altro: rispetto a quella finale questa versione appare più cupa e gli episodi sono collegati in modo più approssimativo. L’impressione è che tutto sia come contratto e non ancora totalmente sviluppato: la prima è più simile ad un faticoso cammino verso la rassegnazione, quella finale ad una infernale visione del trapasso verso i regni dell’ultraterreno.

Nel suo consueto sforzo analitico, cifra stilistica delle interpretazione bouleziane, il direttore francese esalta la separazione tra gli episodi musicali, creando dei blocchi ben distinti, ma come isolati all’interno della poderosa e complessa costruzione dell’intero brano: lo sconcerto dinanzi al molteplice diviene l’emblema del tragico destino dell’uomo, il quale ha perduto oramai ogni speranza di poter afferrare il senso dell’esistenza con un solo sguardo. Questa sensazione viene ingigantita dal suono quasi asettico e dalla limpidezza glaciale che Boulez ottiene grazie alla splendida compagine orchestrale a sua disposizione.

Si accennava, all’inizio, dei vari e complessi rapporti che legano Mahler, talvolta anche distanziandolo, al pensiero nietzschiano. Per quanto riguarda Strauss, il discorso è certamente diverso, così che possiamo trovare qualche corrispondenza con Nietzsche nel modo di concepire il prodotto artistico: il musicista bavarese non si sofferma troppo sui significati profondi di un testo come Also sprach Zarathustra, ma mette in luce la potenza dinamica della vicenda, confermando il carattere "istintivo" dell'approccio straussiano al testo.

Come ci avverte lo stesso Strauss in partitura, il testo del poema sinfonico è stato "tratto liberamente" dal libro: il compositore arriva persino a mescolarne gli episodi e ciò fa intuire una volontà puramente "rappresentativa". Dunque Strauss risolve la propria intenzione di mettere in musica il testo di Nietzsche in modo assolutamente narrativo, dando più peso all’azione del protagonista Zarathustra, anziché cercare di esprimere musicalmente il suo pensiero. Il compositore risolve il proprio impegno trasformando il tutto in "movimento filmico", dove la musica segue l’imitazione dell’azione esteriore. Strauss ha piena fiducia nelle capacità della musica di esprimere qualcosa di ben determinato, alla stregua del linguaggio verbale; l’azione rappresenta il dato oggettivo ed è quella che musicata. L’Also sprach Zarathustra di Nietzsche finisce con l’essere un contenitore estraneo e si riduce ad un mero pretesto per creare una composizione che non si reggerebbe altrimenti.

Ed è proprio in virtù di questa interpretazione straussiana che Boulez non ha esitazioni nell’affrontare questo poema sinfonico. Il direttore fa "tabula rasa" del testo dell’illustre filosofo e prende come punto di partenza il dato oggettivo: la partitura. Egli è sicuramente più interessato al dramma che scaturisce dall’intreccio dei vari temi tanto che la sua può definirsi come un’operazione fenomenologica. Il risultato è uno Strauss finalmente "ripulito" di quella troppo sfruttata carica sensuale su cui hanno insistito tanti direttori che hanno puntato soprattutto sulla ricerca di un seducente colore orchestrale. Boulez mette in luce, come raramente avviene, la fitta e complessa trama contrappuntistica, aiutato anche dall’ottima Chicago Symphony, incline alla brillantezza di suono ed alla precisione metronomica.

Gianfranco Marangoni

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