VARÈSE
The complete works
Royal Concertgebouw Orchestra
Asko Ensemble
Riccardo Chailly, dir.
DECCA
4602082
2 CD

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Si contano sulle dita di una mano le occasioni di ascoltare in due soli CD tanta profusione di idee musicali, tanta bellezza concentrata. Due CD bastano a contenere tutta la musica di Edgar Varèse (1883-1965), quindici sparute composizioni che quasi laconicamente mappano una carriera lunghissima e sempre irrequieta. Eppure, tutti sappiamo quanto il Novecento musicale sia stato profondamente segnato da questa figura originalissima; a cominciare dallo sfruttamento di nuovi materiali, dall'uso massiccio delle percussioni, fino ai suoni elettronici e all'irruzione dei rumori. La musica di Varèse abita la contemporaneità, respira delle strade, delle sirene, dei fumi, delle nuove mitologie, delle luci accecanti, dei metalli, dell'elettricità. Musica che sembra testimoniare soprattutto delle curve e aperte forme biomorfe che si contrappongono alle angolosità regolari della geometria. Forme fitomorfe o zoomorfe, come acquerelli astratti di Kandinskij, bolle di colori strumentali, configurazioni astratte ma molto eloquenti, che non fungono da polemica contro il sapere dello spirito (scientifico), ma invece ne offrono un esempio di nuova simbiosi, di nuove fusioni.

Varèse alla ricerca di nuove tecnologie, di nuovi suoni non è per nulla un tecnologo della musica, un arido sperimentatore; tutt'altro: è qualcuno in cui la necessità espressiva coincideva con quella della esplorazione delle possibilità, qualcuno in cui il sapere e il sapore delle cose dovevamo armonizzarsi fino a fondersi nella tensione del sentire.

Varèse ha allargato enormemente il raggio del nostro orecchio, ha coltivato il nostro saper ascoltare affettivamente regioni della contemporaneità che sordamente custodivano il sigillo del nuovo. Varèse ricorda moltissimo Boccioni, la sua "città che sale", i suoi "stati d'animo"; i legami con il futurismo di Varèse erano di diretta frequentazione (anche se il futurismo musicale era del tutto lontano dalla sua poetica) e il CD Decca reca in copertina un quadro del compositore/pittore Luigi Russolo (ricordo un disco di Varèse diretto da Boulez dove in copertina v'era un quadro di un costruttivista russo, sic).

Questo nuovo CD aggiunge qualcosa alle registrazioni bouleziane anche in termini musicali e non solo di packeging. Apporta al catalogo varesiano tre inediti (Tuning up (1947), Un grand sommmeil (1906), Dance for Burgess (1949), tutt'altro che ininteressanti e fornisce la prima esecuzione, dal lontano 1926, della partitura originale di Amériques (1918-21). Non solo: alla perfezione "rotonda" di Boulez si contrappone con molta dignità la forza impulsiva ma comunque nitida di Riccardo Chailly, qui senza dubbio in una delle sue migliori prove direttoriali. Colpisce, soprattutto, come Chailly abbia saputo rendere il battito vitale della musica varesiana sottolineandone la misura e espungendo qualsiasi tentazione di eccedenza retorica.

La registrazione fornita è poi perfetta, offre all'ascoltatore la possibilità di assaporare tutta la rotondità e tutte le sfumature timbriche che rendono unica la musica varesiana.

Un grand sommeil (1906) getta poi una luce sulla perduta prima produzione, che annoverava un opera e otto lavori orchestrali; la perdita, avvenuta durante la prima guerra mondiale in un incendio, non aveva rammaricato più di tanto Varèse, che voleva essere ricordato per i lavori successivi a Amériques, composto già in terra statunitense, dopo l'espatrio del 1916. Questa unica, breve, testimonianza ci restituisce un compositore certo più tradizionale, ma davvero molto ispirato; la versione orchestrata commissionata da Chailly a Antony Beaumont è di fulgida bellezza e altamente degna di entrare nel repertorio concertistico.

Questo curatissima edizione della Decca deve parte della sua riuscita alla supervisione di Chou Wen-chung, per lunghi anni collaboratore di Varèse. È proprio grazie a lui che ci sono stati restituiti Tuning Up, un esercizio per nulla "leggero" sul la di un'orchestra in fase di "accordatura" in cui risuonano accenti da varie opere varesiane precedenti, e la ricostruzione della versione originale di Amèriques, non poco diversa da quella solitamente eseguita. L'orchestra raggiunge dimensioni davvero enormi (si pensi ai 27 legni e ai ventinove ottoni), con un set di percussioni vastissimo, a cui s'aggiungono strani "oggetti sonori" (la revisione del 1929 era occorsa proprio per limitare la massa orchestrale). La versione originale è forse un po' meno equilibrata e ha qualche concessione in più alla stramberia rispetto a quella "revisionata", ma ha dalla sua parte un più affascinante "sapore dell'epoca", nonché delle intuizioni fiammeggianti e un vitalismo più disinibito.

Se l'opera più matura di Varèse, Déserts (1950-54), si avvale in questo disco di una splendida esecuzione (completa delle sezioni elettroniche, tralasciate nella versione discografica bouleziana), Ecuatorial (1932-34), capolavoro che merita più attenzione di quanto normalmente non gli si presti, è qui eseguito in una versione per voce di basso e strumenti: l'utilizzazione di un coro di bassi rende il brano, invece, molto più suggestivo, sospendendolo tra futurologia (l'uso delle onde Martenot fa di questo brano il primo lavoro elettronico di Varèse) e arcaismo mitico. Ma a parte questa scelta, questa edizione completa delle opere di Edgar Varèse rimane un'occasione imperdibile per cominciare a custodire questo secolo, che oltre ad apprestarsi a terminare, rischia anche di sfuggirci, di restare per noi partitura incompiuta

Pierluigi Basso Fossali

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