VERDI
Arie per tenore
da Luisa Miller, I lombardi alla prima crociata, Aida, Ernani, Un ballo in maschera, Otello, La forza del destino, Macbeth, Jérusalem, Il trovatore
Roberto Alagna, tenore;
Berliner Philharmoniker Orchestra;
Chaudio Abbado, dir
EMI
5565672
1 CD

***

Per più di un secolo uno degli argomenti privilegiati nei dibattiti relativi al mondo dell’opera lirica ha riguardato il problema del "tenore verdiano": da un lato si è cercato di definire in astratto le sue caratteristiche, dall’altro si è cercato fra i cantanti delle varie epoche chi potesse, più o meno, rispondere a questo tipo ideale. Il compact disc recentemente pubblicato dalla EMI che vede impegnato il tenore Roberto Alagna ed il direttore Claudio Abbado alla guida dei Berliner Philharmoniker, si inserisce in questa lunga disputa.

L’operazione che a prima vista può sembrare rivolta a un vasto pubblico e incanalata nella lunga serie dei recital vocali, dimostra ben presto la sua natura euristica; non ci potevamo aspettare altro da un direttore "impegnato" come Abbado le cui letture di Verdi, sia pure a volte discutibili, sono sempre state inspirate da una genuina ricerca filologica che recupera il senso più autentico del termine "edizione critica", un significato volto a recuperare non la fredda partitura originale, ma lo spirito dell’autore. Ed è proprio la spirito di Verdi che va ricercato se si vuole parlare di tenore verdiano, uno spirito che forse Abbado ed Alagna non trovano in questo cd. Il senso filologico è facilmente percepibile fin dalla lettura della scelta dei brani presenti nel compact: si rileva immediatamente la presenza dell’aria La mia letizia infondere da I lombardi alla prima crociata e di Je veux encor entendre da Jérusalem. E’ noto infatti che si tratta della stessa aria riscritta da Verdi per l’edizione francese de I lombardi, ma la recente storiografia ha messo in evidenza come Jérusalem non sia una semplice traduzione francese della quarta opera di Verdi.

Questa differenza è chiaramente percepibile all’ascolto per la presenza del recitativo L’émir auprès de lui m’appelle e le due cadenze sono decisamente diverse. Si desume quindi che a monte di questa produzione ci sia il tentativo di analizzare l’evoluzione della scrittura verdiana: benché infatti le due opere siano separate solo da quattro anni, sembrano appartenere a due "mondi" assai diversi. La mia letizia infondere è caratterizzata da uno stile che, pur avendo già una sua originalità, risente ancora dell’influenza belliniana e soprattutto donizettiana e richiede quindi una vocalità più leggera e "spavalda", mentre Je veux encor entendre appare già più intimista e complessa. Questa diversità è testimoniata da precise scelte interpretative: la versione francese sotto il profilo orchestrale presenta tempi più dilatati; mentre sotto quello vocale si registra la volontà di Alagna di inscurire il colore.

Se questa operazione si può considerare riuscita, meno successo ha avuto il tentativo di ripercorrere l’itinerario artistico del compositore proprio, da I lombardi alla prima crociata (1843) fino a Otello (1887). Se la comparazione sopra ricordata mette in evidenzia delle differenze, il resto del compact è dedicato alla ricerca di una continuità nella produzione. Da un punto di vista musicale questa costante è trovata in un’orchestra delicata e sontuosa (mai Di quella pira ha avuto accompagnamento potente e preciso nel contempo). La bellezza e l’accuratezza del suono dei Berliner insieme a tempi estremamente dilatati permettono di strappare Verdi ad una tradizione interpretativa "bandistica" in cui l’orchestra aveva il semplice ruolo di sostegno all’intonazione dei cantanti e non informava la lettura. Eccettuati i Lombardi, fin da Ernani Abbado cerca di trovare i germi della poetica della produzione matura dell’autore; esemplare a questo proposito appare Quando le sere al placido brano che apre il programma del cd. Si tratta di un’interpretazione analitica e tutt’altro che retorica che cerca e trova il suo punto di forza nella delicatezza e nella precisione: splendida e dolcissima appare, ad esempio, l’introduzione a O tu che in seno agli angeli. Ciò non deriva mai da effetti enfatici, ma dalla profondità della scrittura musicale, essa nasce dalla musica, senza bisogno di aggiunte esterne. Tuttavia questa lettura sinfonica spesso mal si adatta al dettato verdiano. Verdi non appartiene alla tradizione di Brahms e di Mahler, di cui le interpretazioni di Abbado sono figlie. Così se sotto la sua bacchetta i brani con tempi stretti, come le cabalette, trovano una nuova vita ed una rinnovata strada interpretativa, altrettanto non si può dire per gli ariosi dove i tempi dilatatissimi ed estremamente cadenzati tolgono paradossalmente unità ai brani. Ma se m’è forza perderti, ad esempio, risulta monotono, la bellezza del suono propria degli archi dei Berliner non riesce a trovare il giusto colore per sostenere adeguatamente la drammaticità del canto.

La mancanza di questo lavoro sulle tinte è il difetto più grave imputabile anche ad Alagna : non basta inscurire la voce per trovare la vocalità verdiana. La linea di canto del tenore còrso, è corretta e piacevole, se il timbro è bello, manca un lavoro accurato sul fraseggio. Verdi non richiede un determinato colore, ma la capacità di cambiare intenzione interpretativa quasi ad ogni parola. Si potrebbe dire che la sua musica non richiede una qualità specifica, ma una "metaqualità"; quella capacità di adattarsi continuamente alle situazioni affettive ed emotive dei personaggi. In quasi tutti i ruoli tenorili verdiani, da Ernani a Manrico, da Rodolfo a Otello, si ha la convivenza di parti eroiche e romantiche e la storia del bel canto ha testimoniatato la difficoltà (ma non l’impossibilità) di trovare un interprete in grado di fare fronte alle esigenze di questa versatilità. Alagna non sempre ci riesce, perché non sa mettere in evidenza questa complessità. Tutto ciò è messo ben in rilievo in Trovatore: dal confronto tra aria e cabaletta, non si nota un cambiamento di atteggiamento interpretativo, di accento, mentre questa è una delle caratteristiche essenziali della forma melodrammatica. Inoltre in Ah, si, ben mio i passaggi fra le varie frasi non sono curati in maniera adeguata. Ne risulta una lettura priva di energia interpretativa.

L’incontro tra Abbado ed Alagna non ha quindi dato un risultato completo: ritengo che non sia sufficiente eseguire tutti i da capo delle cabalette, o le parole della versione originale di Un ballo in maschera, o eseguire, benché abbassati di mezzo tono, tutti gli acuti previsti dalla tradizione in Di quella pira per restituire il significato dell’opera verdiana e scoprirne i segreti della vocalità e dell’interpretazione. Questo cd è di piacevole ascolto, ma la sua raffinatezza euristica non trova spazio nella storia della lettura verdiana.

Stefania Navacchia

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