VERDI
Ernani
Ernani: Luciano Pavarotti
Don Carlo: Leo Nucci
Silva: Paata Burchuladze
Elvira: Joan Sutherland
Orchestra and Chorus of Welsh National Opera;
Richard Bonynge, dir.
DECCA
4214122
2 CD

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Il catalogo DECCA si è da poco arricchito di un nuovo titolo verdiano, Ernani, realizzato con una formazione divenuta ormai tipica delle produzioni della casa inglese: Luciano Pavarotti, Joan Sutherland e la direzione di Richard Bonynge, a cui si affiancano Leo Nucci e Paata Burchuladze. Se recentissima è l’uscita di questo doppio cd nei negozi, la registrazione risale ad undici anni fa’. Per comprendere le ragioni di questo ritardo, bisogna riflettere sulle caratteristiche esecutive ed interpretative di questa edizione.

Nel percorso artistico di Verdi Ernani occupa un ruolo particolare: benché appartenga infatti agli "anni di galera" (la prima rappresentazione venne data a Venezia il 9 marzo 1844) e quindi alla parte iniziale della produzione del maestro di Busseto, si può considerare un'opera che presenta già, sia nella scrittura orchestrale sia in quella vocale, caratteristiche proprie della maturità. Accanto a cori più tradizionali in cui si sentono ancora gli echi di Nabucco, Lombardi alla prima crociata e delle opere di Bellini, vi sono melodie di respiro più ampio, come quelle affidate alla voce baritonale di Carlo, la cui linea di canto annuncia già personaggi come Simon Boccanegra o il Marchese di Posa. Così anche la parte di Ernani, pur richiedente una vocalità eroica, necessità di un colore e di doti interpretative sconosciute ai personaggi tenorili del primo Ottocento. Tutto questo rende l’opera di difficile lettura.

Bonynge, fedele alle sue caratteristiche, semplifica questa complessità riportando questo melodramma verdiano all’interno della tradizione belcantistica a lui più congeniale. La parte orchestrale passa in secondo piano e si riduce all’esibizione di qualche effetto: soprattutto nei pezzi d’insieme: si ascolti il finale del terzo atto, la parte musicale non sembra rispondere ad un disegno coerente; sicché le voci sembrano abbandonate a loro stesse. Questa visione porta ad alimentare la fama bandistica dell’orchestrazione di Verdi che la recente tradizione interpretativa tende a rivedere. Al lavoro di concertatore Bonynge affianca un’attenta e ragionata ricerca filologica. Senza la pretesa di rispettare ogni nota della partitura, egli interviene su tagli e riprese. Probabilmente anche sotto suggerimento di Pavarotti, viene ripristinata la seconda scena e aria del protagonista, Odi il voto, scritta da Verdi su richiesta di Rossini in occasione di una rappresentazione a Parma nell’autunno 1844 per il tenore Nicola Ivanoff e collocata nel secondo atto. Analogamente tutti i da capo delle cabalette sono variati o con abbellimenti (Tutto sprezzo che d’Ernani) o cambiando intenzione interpretativa (Oh tu che l’alma adora). In quest’ultimo caso la scelta appare più adeguata allo stile verdiano, più propenso a lavorare sulla parola e sull’accento piuttosto che sulla coloratura fine a se stessa.

Nella cabaletta di Elvira tuttavia la Sutherland trova il suo unico punto di forza anche se non proprio brillantissimo: i tanti anni di carriera ad alto livello pesano in maniera determinante già su questa registrazione. Gli enormi problemi tecnici che il soprano deve fronteggiare soprattutto nel registro centrale ed in quello basso ed i ben noti problemi di pronuncia non le consentono di caratterizzare un personaggio come quello di Elvira già di per sé tratteggiato da Verdi con scarsa analisi psicologica. Al contrario Pavarotti all’epoca di questa incisione poteva ancora contare su qualità vocali quasi intatte e quindi affrontare la parte di Ernani in sicurezza; il tenore modenese sfoggia anche una dizione chiara e precisa. Ciò tuttavia non è sufficiente a fornire al personaggio il giusto rilievo: il fraseggio del tenore è disseminato di vocali molto aperte e privo, soprattutto nel quarto atto ,di quel colore necessario a rendere la complessità di questa figura. Forse il timbro stesso della voce di Pavarotti chiaro e solare, male si adattano ad un bandito dalle tinte scure e dalla personalità così sfaccettata. Nucci, nei panni di Carlo, fa perno su una linea di canto corretta e bella, ma in Ah de’ verd’anni miei essa risulta monotona e sostenuta da una emissione nasale. La sua interpretazione è sicuramente penalizzata da una direzione che non mette in evidenza l’ampio respiro e la morbidezza delle melodie che Verdi ha affidato alla ruolo baritonale di quest’opera. Burchuladze possiede un’ emissione impastata ed una pessima pronuncia e non può contare su una preparazione tecnica sufficiente per fornire un’interpretazione di un personaggio verdiano. Con questo quadro di forze messe in campo l’unico tratto positivo di questa edizione è la coerenza: tutti gli esecutori sembrano aderire perfettamente alla concezione di Bonynge; una lettura che tuttavia può essere considerata lontana dalla poetica di un compositore come Verdi teso fin dalle sue prime opere a superare lo stile belcantistico.

Stefania Navacchia

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