VERDI
Rigoletto
Il duca di Mantova: L. Pavarotti
Rigoletto: V. Chernov
Gilda: C. Studer
Sparafucile: R. Scandiuzzi
Maddalena: D. Graves
Monterone: I. D'Arcangelo
The Metropolitan Opera
Orchestra and Chorus
James Levine, dir.
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4470642
2 CD

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C’è un legame forte tra la storia delle interpretazioni musicali del dopoguerra e quella della loro riproducibilità, non solo perché l’incisione discografica permette di trattenere la memoria degli eventi, di replicare il tempo, venendo così a sommarsi alla tradizione ed alle prassi esecutive che gravano sulla vita di una composizione, ma anche perché un disco diviene una testimonianza ineguagliabile, anche da un punto di vista sociologico, per comprendere il modo in cui un oggetto musicale è considerato, fruito, "gestito" e reificato in un determinata epoca. Tutto questo è ancora più evidente nel mondo dell’opera lirica, ed il recente Rigoletto, uscito per l’etichetta Deutsche Grammophon e affidato alla direzione di James Levine ed alle voci di Vladimir Chernov, Luciano Pavarotti e Cheryl Studer ne costituisce una chiarissima dimostrazione. Questa incisione si può considerare in primo luogo un documento assai valido del modo in cui si è soliti allestire gli spettacoli d’opera al Metropolitan di New York, anche se esclusivamente sotto l’aspetto musicale.

Tuttavia una tale riflessione deve come sempre nascere da un’analisi più tecnica ed evolvere con essa. In questa prospettiva va rilevata anzitutto l’eccellente preparazione tecnica dell’orchestra del Metropolitan che proprio in questa incisione di Rigoletto dimostra di possedere un suono bello, benché a volte troppo ridondante. Levine riesce a far emergere le sue doti di accompagnatore, ma non sembra avere un progetto preciso da cui si percepisce una visione complessiva del dramma del buffone e, più in generale, della poetica di Verdi. Questa mancanza di spessore interpretativo toglie respiro al discorso musicale e viene così a mancare quella dinamicità da cui dovrebbe scaturire l’unità dell’opera. Se abbiamo detto che in questa registrazione Levine rivela la sua grande esperienza nell’accompagnare i cantanti, questo però è relativo esclusivamente all’aspetto tecnico, non a quello interpretativo. Se si ascolta, ad esempio, la frase di Rigoletto "Alcun v’è fuori", nel primo atto, è facile notare come l’orchestra sia priva di dinamica. La parola è quindi privata di quel significato che le rende ragione di essere all’interno del dramma; essa non diviene pertanto "parola scenica", cioè quella parola che, come scrive il compositore in una lettera a Ghislanzoni del 17 agosto 1870 (poco importa se sono passati vent’anni da Rigoletto), "scolpisce e rende netta ed evidente una situazione". Nella poetica verdiana quindi la situazione affettiva ed emotiva dei personaggi diviene la chiave per la comprensione dell’opera: tutto questo non è percepibile in questa edizione. Se ne ha conferma anche prestando attenzione ai tempi: all’assoluto rispetto del dettato verdiano, come nel difficile passaggio della Vendetta, non corrispondono scelte in grado di creare tensione all’interno del tessuto drammatico; ad esempio l’attacco del quartetto Bella figlia dell’amore non è preceduto da un’adeguata pausa che lo separi dal recitativo e pertanto non viene sottolineata l’importanza del momento per l’evolversi della storia. Tutto sembra affrettato, ben eseguito come in una catena di montaggio e quindi incapace di offrire all’ascoltatore una qualsiasi chiave di lettura dell’opera e della concezione verdiana del dramma. Non si può parlare né di formalismo, né di sentimentalismo, né di una direzione volta a mettere in risalto gli "atletismi" vocali.

Questi elementi non si possono ritrovare neppure nei tre protagonisti, ad iniziare da Chernov assolutamente incapace di fare emergere anche uno solo dei tanti aspetti con cui Verdi ha caratterizzato un personaggio così complesso come quello del buffone, forse unico per introspezione psicologica nella lunga galleria verdiana. La sua linea di canto, pur piacevole, nasconde opacità sia nel registro centrale sia in quello acuto. Inoltre si può constatare una tecnica vocale non ancora in grado di sostenerlo nel momento in cui deve dare alla voce quelle sfumature necessarie per attribuire colore alle frase, legarle e assegnare loro un ritmo da cui nasca il senso del personaggio. Così espressioni come "Veglia o donna" e "Odio a voi, cortigiani, schernitori" vengono cantate con la stessa scarsa incisività, anche al di là dei difetti di pronuncia.

Diverso è il caso della Studer alle prese con il personaggio di Gilda, il quale è ancora lontano, come spessore drammatico, dalle grandi eroine che Verdi ha tratteggiato dopo Rigoletto. Il soprano americano impegnata a risolvere grossissimi problemi vocali nelle agilità e in tutti i registri previsti dalla parte, non riesce a dare rilievo alcuno alla sventurata figlia del buffone. Impietoso appare il confronto con il recente Der Fliegende Holländer pubblicato dalla stessa Deutsche Grammophon: dall’ascolto comparato si può facilmente dedurre che la vocalità della Studer non è affatto adeguata al repertorio verdiano in cui appare stanca e affaticata.

E ancora più impietoso appare il confronto col veterano Pavarotti (43 anni il soprano, 64 il tenore) la cui voce appare in questa incisione ancora in grado di fornire buone prestazioni. Tuttavia, alla sua terza registrazione in studio del Duca di Mantova, Pavarotti non sembra aver modificato la sua visione del personaggio, ed anzi sembra continuare la linea interpretativa che ha accompagnato gran parte della sua lunga carriera. Fedele quindi allo stile che ha sempre caratterizzato le sue performance, il tenore privilegia l’aspetto libertino del Duca e non sembra credere mai più di tanto all’autenticità del suo sentimento per Gilda. In questa prospettiva le frasi più appassionate del duetto appaiono volgari e poco convincenti, segnali della poca sincerità con la quale vengono pronunciate Questo è percepibile sia attraverso le ben note difficoltà che Pavorotti incontra nel registro grave, sia attraverso effetti esterni allo sviluppo del discorso, come si può udire nell’aria Parmi veder le lagrime.

Roberto Scandiuzzi, bella e autentica voce di basso nobile, e molto attivo negli ultimi anni al Metropolitan, non riesce ad adattare l’eleganza del suo fraseggio ad un personaggio rude come quello del sicario Sparafucile. Denyce Graves, che abusa un po’ del vibrato stretto, mantiene Maddalena nei canoni della tradizione. Si deve ricordare anche il giovane basso Idelbrando D’arcangelo che nei teatri di tutto il mondo sta tenendo fede alle promesse di una bella carriera, ma la cui voce appare troppo chiara per rendere Monterone un personaggio temibile.

In sostanza questo Rigoletto si presenta solo come un prodotto ben confezionato e destinato principalmente al pubblico americano, nulla aggiungendo alla storia interpretativa di quest’opera. Esso andrebbe interpretato piuttosto come un documento della prassi esecutiva del Metropolitan e della tipologia di fruizione che la cultura statunitense ha del repertorio lirico tradizionale.

Sembra quindi evidente che accanto a registrazioni di notevole valore artistico, la grosse case discografiche inseriscano nei loro cataloghi edizioni che potremo definire "di massa", alla cui base non vi è alcuna ricerca interpretativa, ma interessi legati alla popolarità di alcuni nomi del panorama internazionale.

Stefania Navacchia

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