WAGNER
Der fliegende Holländer
Daland, H. Sotin
Senta, C. Studer
Erik, P. Domingo
Mary, U. Priew
Der Steuermann, P. Seiffert
Der Holländer, B. Weikl
Chor un Orchester der Deutschen Oper Berlin
Giuseppe Sinopoli, dir.
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4377782
3 CD

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Dopo l’incisione di Tannhäuser, Giuseppe Sinopoli, insieme alla coppia Domingo - Studer, consegna al disco anche la sua lettura de L’Olandese Volante o Il Vascello Fantasma, come viene chiamato in altri paesi, ad esempio in Francia (Le Vaisseau fantôme).

Sebbene fosse riconosciuta da Wagner stesso come suo primo Musikdrama, l’opera presenta ancora molte affinità con il teatro musicale italiano. Anche al primo ascolto ci si rende conto di come non ci siano ancora dei veri e propri Leitmotive, ma motivi ricorrenti e riminiscenze che si intersecano e dialogano tra loro, in modo comunque più serrato ed incisivo che in qualsiasi altra opera del tempo; lo stile declamatorio, tipico dei drammi musicali wagneriani, è ancora in fase embrionale e, sebbene il tessuto musicale sia già molto denso, emergono ancora evidenti i numeri chiusi, che, in alcuni momenti dell’opera, si trasformano in vere e proprie arie.

Su questa "italianità" punta decisamente il direttore (nostalgico delle proprie origini?) sottolineando con grande perizia tutti i tratti musicali convenzionali legati al teatro d’opera tradizionale; lo seguono su questa linea anche tutti i protagonisti vocali, dando vita ad un Olandese imperniato sull’effetto dell’ambientazione e delle grandi scene d’insieme, dove l’orchestra e, soprattutto il coro, rispondono con un suono sontuoso ed energico.

Tuttavia, accentuando il carattere "cantabile" di quest’opera, passano in secondo piano alcuni aspetti molto importanti. L’Olandese è "opera italiana" solo esteriormente: l’alternanza recitativo-aria che dà vita al contrasto tra azione esteriore ed interiore non ha, in questo caso, confini precisi perché le due cose sembrano mescolarsi, anzi i momenti d’azione sono molto pochi (non a caso l’Olandese doveva diventare solo una "ballata scenica" in un unico atto) e circoscritti a brevi istanti: ad esempio è sufficiente la mera presenza di Erik per scatenare la gelosia nell’Olandese, senza bisogno di fazzoletti o ventagli; nemmeno la presentazione di Senta al pirata da parte di Daland rappresenta un progredire dell’azione, poiché sappiamo dalla ballata, precedentemente cantata dalla protagonista femminile, che essa è già irretita dal fascino della figura del pirata. A questo proposito Dahlhaus parla addirittura di una contrapposizione capovolta: l’azione esteriore si trova più spesso nei numeri chiusi, mentre quella interiore si esprime più compiutamente nei momenti di declamazione o di recitativo accompagnato.

L’altro aspetto che distanzia quest’opera da quella della tradizione italiana sta nel suo carattere fiabesco e di forze quasi demoniache latenti che provocano effetti chiaroscurali, molto più vicini ai drammi nordici. Dunque la "solarità" dell’interpretazione di Sinopoli pone in secondo piano la predominanza dell’azione interiore e del carattere fiabesco di alcune parti dell’opera, anche se tutto ciò non pregiudica un buon risultato complessivo, trattandosi di un’operazione più che legittima e sostenuta da un’ottima prestazione dell’Orchestra e del Coro della Deutsche Oper Berlin.

Sul versante vocale troviamo invece alcune incertezze.
Bernd Weikl, nel ruolo del protagonista, è affaticato nell’emissione, ma riesce comunque a dipingere un Olandese incisivo e, in linea con il taglio interpretativo dato da Sinopoli, poco legato al mondo del soprannaturale: il suo è un personaggio dolente ed oramai rassegnato, certamente più simile ad un borghese tormentato da dubbi interiori che non ad un pirata che solca i mari seminando il terrore.

Molto più accentuata è la stanchezza di Placido Domingo, il cui organo vocale sembra essere oramai compromesso e, pur dando il meglio di sé nei momenti lirici, la sua prestazione appare zoppicante anche in conseguenza di una pronuncia davvero approssimativa; del resto tutto ciò non sembra nuocere particolarmente alla resa del personaggio di Erik, la cui impulsività e dabbenaggine risalta anzi con maggior vigore.

Cheryl Studer sembra essere l’interprete più a suo agio in questa edizione, dimostrando una sicurezza oggi rara in tale repertorio (diversamente però avviene con le incursioni del soprano statunitense nell'opera italiana, come nel recentissimo Rigoletto). Dolce ed energica al tempo stesso la Studer tratteggia efficaciemente il personaggio emblematico dell’eroina romantica che conosce da sempre il suo destino e vi si abbandona senza la minima esitazione.

Egregiamente inserito nella concezione cantabile e solare del direttore, Hans Sotin esalta tutte le contraddizioni di Daland: padre affettuoso ma, per amor di denaro, pronto a cedere sua figlia al primo venuto, Sotin accentua i tratti smaccatamente melodici, sottolineando la doppiezza del personaggio.

Ad onta di qualche manchevolezza nelle voci, nel complesso siamo di fronte ad una incisione che si ritaglia un proprio spazio all’interno della discografia wagneriana, ma, tenendo conto di una scarsa introspezione, non mi sentirei di parlare di un nuovo corso interpretativo delle opere del musicista tedesco.

Gianfranco Marangoni

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