RAMEAU
Dardanus
Tragédie lyrique en cinq actes et un prologue
Vénus: M. Delunsch
Teucer: R. Smythe
Iphise: V. Gens
Anténor: L. Naouri
Dardanus: J.M. Ainsley
Isménor: J.-P. Courtis
Une bergére-Première phrygienne: M. Kozenà
Les Musiciens du Louvre
M. Minkovski, dir.
ARCHIV
4634762
2 CD
78'49; 76'54

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Con questa edizione di Dardanus Marc Minkowski prosegue nel suo progetto di consegnare al disco alcune opere fondamentali del teatro musicale francese del settecento, affrontando uno dei capolavori più significativi di Jean-Philippe Rameau. Scelta assai coraggiosa poiché questa tragédie lyrique in cinque atti non è certo di facile fruizione, tanto che finora compariva nei cataloghi discografici solo nella forma di suite orchestrali. Lo stesso percorso creativo di Rameau fu per il Dardanus assai accidentato. Composto nel 1739, verrà poi rivisto e rimaneggiato più volte dall’autore che ne fornirà altre due versioni successive: una del 1744 e l’ultima del 1760. Sappiamo tuttavia che le revisioni erano piuttosto comuni all’epoca, spesso seguivano le esigenze degli interpreti e degli impresari che le allestivano o, più semplicemente, i gusti del pubblico. Minkowski, direttore assai attento alle fonti, si è naturalmente posto il problema di quale versione scegliere per questa incisione. Nelle note di copertina è lo stesso direttore ad informarci di aver scelto, dopo lunghe discussioni e ripensamenti, di eseguire la prima versione, più ricca dal punto vista musicale, aggiungendo però una scena tratta dalla seconda versione (precisamente la prima scena dell’Atto IV, Lieux funestes, per non defraudare il pubblico di una delle più belle arie destinate ad un haute-contre del settecento francese) unitamente all’entracte Bruit de guerre nel finale dell’Atto II. In questa scelta si può rinvenire tutta la filosofia di Minkowski, almeno quella che finora si riesce a dedurre dal suo lavoro. La sua preoccupazione principale è quella di comunicare, di stabilire un profondo rapporto con chi ascolta, di tradire il meno possibile la resa globale di un lavoro e lo "spirito" dell’opera, anche a costo di scelte non strettamente "rigorose" dal punto di vista filologico. Ma qui sarebbe interessante vedere fino a che punto il "rigore" spesso coincida con la "rigidità". Troppo spesso direttori molto più noti, ma forse meno dotati, si trincerano dietro lo schermo dell’edizione critica e della presunta fedeltà al testo originale, fornendo edizioni molto documentate (con tutti i tagli aperti, con le puntature al posto giusto o con gli acuti cancellati), per mascherare in realtà la totale mancanza di indirizzi interpretativi convincenti, moderni e originali. Queste operazioni hanno certo il pregio di risultare le prime e le uniche a fornire una versione "integrale" e documentata fino all’ultimo segno della partitura, dopo aver messo all’opera uno stuolo di musicologi zelanti i quali si saranno profusi in decine di raffronti tra le edizioni più o meno autentiche, con il risultato di perdere così l’obiettivo finale di trasmettere il senso ultimo di un lavoro, o almeno quello che, al momento attuale della storia dell’interpretazione, può essere considerato come il risultato più soddisfacente. Non intendiamo in questo modo mettere in discussione gli approfondimenti storiografici e le scelte spesso necessarie che trent’anni di pratica filologica hanno ormai acquisito con certezza, riteniamo però che, superato questo momento fondamentale per la storia dell’interpretazione dell’opera barocca e non, sia giusto pervenire ad approcci più aperti e vicini ad un rispetto "sostanziale" dell’idea dell’autore nonché ad una storicizzazione più legata al significato complessivo di un’opera nel rispetto sia del processo creativo di un compositore, sia del contesto estetico e culturale nel quale venne concepita l’opera stessa. Si tratta in sostanza di distinguere tra una filologia pragmatica, cioè la disciplina che tende ad individuare ed attualizzare i canoni esecutivi antichi (la cosiddetta Auffürhungspraxis), e la filologia come esercizio burocratico che sfocia spesso con l’adozione pedissequa delle cosiddette "edizioni critiche", testi redatti certo con molta pertinenza storiografica, ma con scarsissima attenzione a restituire al pubblico di oggi lo "spirito" di un’opera musicale.

Questo Dardanus appartiene senza dubbio alla prima categoria: l’ascolto infatti si dipana attraverso un accumulo di acquisizioni che conducono alla fine dell’opera con la certezza di aver recepito qualcosa di raramente ripetibile. Minkowski, come di consueto, sceglie un diapason molto basso (392 Hz) e, di conseguenza, la registrazione tende restituirci suoni caldi e attutiti. La prima impressione è di un approccio sommesso ma, più l’opera procede, più sembra crescere su stessa, lasciando pochissimo spazio a compiacimenti e a cadute di tensione. In questa prospettiva il lavoro di Minkovski sull’orchestra è basilare. I frequenti numeri strumentali che costellano l’azione assumono, nelle mani del direttore francese, ruoli di autentiche parti narrative intrinsecamente legate allo sviluppo della vicenda. L’orchestra viene così a rivestire la funzione fortemente drammaturgica del coro nella tragedia greca, ben al di là del mero intrattenimento tra un numero vocale e l’altro, o del semplice accompagnamento per le danze. L'immenso valore musicale delle parti orchestrali nelle opere di Rameau era già stato ampiamente colto in passato, al punto che la discografia spesso si era occupata solo di queste. Minkowski restituisce invece ai brani orchestrali anche la loro funzione di parte in causa effettiva nello sviluppo dell’idea narrativa di Rameau. A questo proposito, si provi ad associare la lettura delle didascalie, brevi ma molto suggestive, all’ascolto delle introduzioni orchestrali: è un esercizio di fantasia affascinante e permette di vedere quanta aderenza vi sia tra le indicazioni dell’autore e del suo librettista, e l’interpretazione dei Musicien du Louvre. Inutile dire che il coro si inserisce con una forza comunicativa probabilmente unica, allo stato attuale dell’arte, e si inserisce in modo mirabile nella lettura del direttore che ha il dono di far fluire la musica con continuità, e nel contempo di metterne in luce gli episodi salienti. Per un genere dalla drammaturgia difficile e, forse, oggi non molto attuale, come l’opera francese del ‘700 questo dono è impagabile.

La compagnia di canto segue con intelligenza la linea interpretativa del direttore. In particolare Veronique Gens, Iphise, fornisce una dimostrazione di come si possa unire alla perfezione tecnica e stilistica anche calore e sensibilità. Nell’ambito di un cast generalmente omogeneo l’interpretazione della Gens si pone veramente su un piano di eccellenza. La naturalezza con cui segue il filo della linea musicale di Rameu, la dolcezza della pronuncia, le infinite sfumature che riesce a conferire agli "affetti" la pongono oggi come interprete di riferimento imprescindibile nell’ambito di questo repertorio. Altrettanto interessante è la prova offerta dal tenore John Mark Ainsley, Dardanus, credibile come cantante e come personaggio. Si ascolti, ad esempio, l’arioso del finale del II Atto (Elle fuit! … Mais j’ai vu sa tendresse): è una dimostrazione di come si possa modellare con il canto un disegno melodico perfetto basandosi unicamente sulla musicalità della parola. Potrebbe sembrare un episodio marginale, ma a noi pare significativo di come si possa eseguire un fraseggio convincente e pertinente sia nello stile che nei contenuti emotivi.

Grazie alla "generosità" della Archiv l’opera, piuttosto lunga, riesce ad occupare solo due CD che superano largamente i settantacinque minuti. Non è cosa da poco, considerando il prezzo proibitivo ormai raggiunto dai compact.

Daniela Goldoni

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