PURCELL
Dido and Aeneas
L. Dawson, Dido
R. Joshua, Belinda
G. Finley, Aeneas
M.C. Kiher, Second Woman
S. Bickley, Sorceress
D. Visse, First Witch
S. Wallace, Second Witch
Orchestra of the Age of Enlightenment
R. Jakobs, dir.
HARMONIA MUNDI FRANCE
HMC 901683
1 CD
59'33

**½

Non è facile affrontare un’opera come Dido and Aeneas, a causa dei complessi problemi stilistici e di restituzione del linguaggio teatrale e musicale che propone agli esecutori di oggi. La storia dell’interpretazione di quest’opera risente molto della tradizione legata al ruolo di primadonna legato al personaggio di Didone (si veda ad esempio l’edizione Leppard/Norman) per la quale appunto venivano spesso scelte interpreti di grande personalità, cui rimaneva soprattutto legata la memoria a scapito della resa complessiva dell’opera. René Jacobs, che per questa edizione ha scelto l’Orchestra of the Age of Enlightenment, prova a sottrarsi a questo retaggio cercando di privilegiare la teatralità e la struttura musicale, rinunciando per quanto possibile ai luoghi deputati al protagonismo della regina di Cartagine. In questo si dimostra coerente con la linea già evidenziata nell’interessante Così fan tutte pubblicato nel 1999 per Harmonia Mundi France, in cui mise a nudo con estrema chiarezza proprio i meccanismi teatrali dell’opera di Mozart.

In questo Dido and Aeneas compie alcune scelte indovinate, altre discutibili. La scelta dei tempi ad esempio è particolarmente originale, con alcuni episodi di grande virtuosismo agogico, quali ad esempio la Witches’ Dance del terzo atto in cui ad improvvisi arresti e rallentando seguono accelerazioni di magnifico effetto riscontrabili anche nell’aria di Belinda, nel coro Haste, haste to town e nel finale dell’opera With dropping wings ye Cupids come. Si avverte però un costante senso di estraneità alla vicenda, nonostante alcuni episodi siano particolarmente enfatizzati: si veda ad esempio la scena delle streghe, un must del gusto teatrale corrente all’epoca di Henry Purcell, qui affidata a due controtenori, Dominique Visse e Stephen Wallace, che esagerano l’effetto grottesco dell’episodio ottenendo però esiti a dir poco sfortunati. È difficile ascoltare un duetto così mal riuscito e così estraneo, nel suo cattivo gusto, alla complessiva eleganza di questa edizione. Può darsi che Jacobs ci tenesse particolarmente ad enfatizzare il contrasto creato dall’aspetto popolaresco della magia nell’ambito di un’opera di così alta fonte letteraria, ma le voci chiocce e sgradevoli dei due controtenori ottengono l’unico effetto di romperne il filo narrativo ed emotivo.

La resa orchestrale è discontinua, sempre diretta con mano leggera ma mai utilizzata per sottolineare la vicenda, con un suono che alterna momenti di grande bellezza e suggestione ad altri in cui sembra di tornare agli esordi della prassi esecutiva basata su strumenti originali, con eccessi nell’uso dell’arco barocco che ripropongono effetti di "miagolio" ormai datati. Anche il suono del clavicembalo è piuttosto sgradevole, purtroppo ben avvertibile anche nel basso continuo, che risulta spesso greve ed eccessivamente ritmato (si ascolti The sailors dance nel terzo atto). Quando invece l’accompagnamento alle arie ed il continuo sono affidati alla tiorba e alla viola da gamba si hanno risultati ben più gradevoli ed aggraziati. Nel complesso il suono dell’orchestra appare piuttosto povero di armonici e carente nei toni bassi, ma forse questo dipende dall’incisione, di gusto un po’ giapponese, tutta impostata com’è sulle frequenze più alte. La continua alternanza fra momenti riusciti e cadute di gusto alla fine nuoce all’impatto emozionale dell’opera, che, anziché condurre in un crescendo patetico alla grande aria di Didone When I am laid in earth, la affronta invece con distacco, come fosse un numero tra tanti e non uno dei più grandi finali d’opera mai scritti.

Lynne Dawson, Didone, è emotivamente distante come un’effigie sacra e poco distinguibile per accento e timbro da Belinda, Rosemary Joshua. Susan Bickley, sorceress, è come sempre magistrale nella resa del testo, mentre l’Enea di Gerald Finley ha quel giusto mix tra imbecillità e pio machismo che caratterizzano l’eroe fondatore di Roma. Tra i ruoli secondari è rimarcare la presenza di Maria Cristina Kiehr confinata in una parte marginale come quello della Second Woman e dunque un po’ sprecata per le sue capacità vocali.

Renè Jacobs ci avverte, nelle note di copertina, di aver arbitrariamente aggiunto, nel secondo atto, il coro Then since our Charmes bave Sped e The Grove’s Dance tratti da The Fary Queen in quanto insoddisfatto per l’ormai riconosciuta mancanza di finale. Se ne assume tutta la responsabilità, e fa benissimo perché questa aggiunta "arbitraria" è una delle parti meglio riuscite dell’intero cd.

Silvano Santandrea

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