MOZART
Don Giovanni
D. Giovanni: P. Mattei
Commendatore: G. Oskarsson
D. Anna: C. Remigio
D. Ottavio: M. Padmore
D. Elvira: V. Gens
Leporello: G. Cachemaille
Masetto: T. Fechner
Zerlina: L. Larsson
Mahler Chamber
D. Harding, dir.
VIRGIN CLASSIC
5454252
3 CD
56'58; 24'05; 74'06

***

Chiunque si trovi davanti ad una nuova edizione di Don Giovanni deve mettersi in relazione e dialogare con un mito e con l’evoluzione che esso ha avuto nella storia attraverso le sue varie interpretazioni. Proprio questa è la sensazione che si prova ascoltando questa nuova incisione del capolavoro mozartiano diretto da Daniel Harding recentemente pubblicato dall’etichetta Virgin.

Si tratta di una incisione live che riprende l’ormai famosa produzione del Festival di Aix en Provence del 1998 con la regia teatrale di Peter Brook il cui nome appare sulla copertina della confezione con gli stessi caratteri e la stessa evidenza di quello del giovanissimo direttore inglese. Proprio partendo da questo dato non comune per un’incisone discografica si può iniziare a riflettere sull’interpretazione di Harding. Sulla base di una tale constatazione si può supporre, ad esempio, che la produzione di questo Don Giovanni poggiasse su tre punti cardine e tra loro interagenti: regia, orchestra e direzione (com’è noto, nelle recite del 1998 Harding si alternava con Claudio Abbado). Alla regia particolarmente stilizzata ed essenziale di Brook corrispondeva un’orchestra dalle sonorità particolarmente asciutte come è oggi la Mahler Chamber Orchestra, giovanissimo ensemble nato da una costola della Gustav Mahler Jugendorchester, il cui suono era reso ancora più leggero dalla direzione di Harding che, come Abbado, sembra aver assimilato la lezione filologica che si è maturata negli ultimi trent’anni.

Come è noto una delle maggiori difficoltà interpretative del Don Giovanni è la necessità di trovare una sintesi fra situazioni serie e situazioni comiche, tra elementi drammatici ed elementi "giocosi". Le tradizioni interpretative hanno sempre privilegiato uno dei due aspetti penalizzando l’altro: se in Germania si è sempre attribuita maggiore importanza all’aspetto tragico del capolavoro mozartiano (si pensi solamente alla lettura di Wilhelm Furtwängler), la tradizione italiana ha voluto inserire Don Giovanni nel filone delle opere buffe settecentesche pur non semplificandone la complessità (valga per tutte la splendida edizione diretta da Carlo Maria Giulini). Solo in tempi più recenti direttori come Georg Solti e lo stesso Abbado, hanno cercato e in qualche caso trovato una via di mezzo fra queste due istanze interpretative e sicuramente Harding si è voluto collocare in questa nuova direzione. La prestazione della Mahler Chamber Orchestra deve essere letta in quest’ottica: il suono asciutto, ulteriormente esasperato da Harding costituisce il filo conduttore che narra la vicenda; esso caratterizza sia i momenti seri, sia quelli buffi attribuendo continuità ed unità drammatica all’azione. Ma non si deve pensare che vi sia uniformità fra comico e tragico: posto il suono come elemento comune alle varie situazioni, esse vengono differenziate emotivamente e caratterizzate in senso ora serio ora buffo attraverso un quasi continuo cambiamento delle intenzioni interpretative: si passa da un’orchestra galante ed ironica nella celebre aria del Catalogo, alla grande tensione che precede l’arrivo del Commendatore nel finale del secondo atto. Questo suono secco imprime alla narrazione ritmi molto serrati (l’intero secondo atto occupa un solo cd) che costituiscono un ulteriore fattore di unità drammatica; è facile infatti percepire la continuità fra aria e recitativo. Ancora più evidente e significativa è la continuità voluta da Harding tra il cosiddetto finale serio, che corrisponde alla morte di Don Giovanni, e il finale buffo con la sentenza morale "Questo è il fin di chi fa mal". Crediamo che questa scelta di Harding accentui ancora di più la volontà di dare una unità narrativa all’azione e di non separare gli aspetti drammatici da quelli comici, nella consapevolezza della complessità e della modernità di quest’opera. Tutte queste caratteristiche le troviamo asai ben esemplificate nella scena del Cimitero dove il colore orchestrale riesce ad esprimere il cambiamento sia della situazione drammatica, sia dello stato d’animo dei personaggi: dal buffo al timoroso Leporello, dal faceto al serio Don Giovanni.

Sonorità e ritmo sono i punti focali su cui si fonda l’interpretazione del giovane direttore inglese: sappiamo che la Mahler Chamber Orchestra utilizza strumenti moderni, ma è in grado di adottare uno stile esecutivo che ha sicuramente appreso molto dagli studi filologici di questi ultimi decenni. Harding ha utilizzato pienamente queste nuove capacità: la totale assenza di vibrato negli archi e di suoni riverberanti, la leggerezza del timbro, le chiuse repentine eliminano completamente qualsiasi aspetto trascendente dell’opera. In particolare nel terzetto finale l’accento posto su note gravi poco riverberanti danno la sensazione che l’azione drammatica si svolga all’interno della temporalità e che quindi la vicenda di Don Giovanni, con le sue connotazioni emotive e morali, non riguardino una realtà trascendente, ma che le implicazioni etiche di questa opera, come di qualsiasi altra azione umana, abbiano conseguenze solamente storiche e sociali. Harding tuttavia conduce questo progetto interpretativo fino al momento in cui il Commendatore chiede "la mano in pegno" a Don Giovanni, qui l’orchestra cambia radicalmente suono come per riportare la vicenda in una dimensione fuori dal tempo.

Orchestra e direzione sono le vere protagoniste di questa edizione: esse infatti determinano tutta l’interpretazione dell’opera. Se abbiamo detto che Harding vuole dare unità ai vari momenti del dramma, è altresì vero che tutti i cambiamenti di colore, di interpretazione e di intenzione sono affidati all’orchestra e non alla parte vocale: si ascolti ad esempio il recitativo accompagnato che precede l’ultima aria di Donna Elvira, Mi tradì quell’alma ingrata, in cui fra le parole "aperto veggio il baratro mortal" e "Misera Elvira, che contrasto d’affetti in sen ti nasce!" c’è un repentino cambiamento di tempo e di colore orchestrale come se fosse l’orchestra, non la cantante, a esprimere lo stato d’animo del personaggio e il suo cambiamento emotivo.

Per quanto riguarda la concertazione bisogna rilevare una certa difficoltà di Harding nel rendere nitido il tessuto musicale: in particolare nel finale del primo atto le tre orchestre (una del golfo mistico, e due in scena) sono difficilmente distinguibili, anche a causa della ripresa del suono avvenuta all’aperto che non rende pienamente ragione della parte musicale dello spettacolo. La registrazione dal vivo denuncia anche una certa difficoltà nel gestire le sei voci di questo grande concertato rendendo poco fluida e poco comprensibile l’azione. Si può così affermare che se è ipotizzabile un accordo fra parte musicale e parte visiva, la recitazione testimonia una scollatura fra orchestra e cantanti: è questo forse il vero limite di questa registrazione, trattandosi di uno spettacolo concepito con i tempi e gli atteggiamenti voluti dalla regia di Peter Brook e dunque fortemente condizionato dalla parte visiva. Solamente il Don Giovanni del giovane basso tedesco Peter Mattei, sia pur con alcuni limiti vocali, riesce a delineare un personaggio chiaro e in sintonia con la visione di Harding: si può apprezzare la duttilità di questo cantante che riesce a evidenziare come il protagonista abbia una personalità mutevole, ora diabolica, ora brillante, ora suadente. Discorso inverso deve essere fatto per il Leporello del più anziano Gilles Cachemaille dalla voce molto opaca che non riesce a seguire le intenzioni interpretative che emergono dall’orchestra. Brava Carmela Remigio la cui Donna Anna è ancora molto espressiva, anche se la voce non ha più lo smalto degli esordi. Véronique Gens, Donna Elvira, e Mark Padmore, Don Ottavio possono entrambi sfoggiare due belle voci che si adattano alle indicazioni di Harding, in particolare risulta molto piacevole lo stile un po’ arcaico del soprano francese che riesce ad essere quasi sempre precisa e in grado di valorizzare le variazioni e le puntature che Harding ha voluto per quasi tutti i cantanti. La coppia Zerlina-Masetto, Lisa Larsson e Till Fechner, ha invece fornito una prestazione abbastanza opaca; in particolare risultano alquanto fastidiosi e non in linea con la direzione alcuni atteggiamenti caricati di Zerlina. Altra nota negativa è la poca incisività e lo scarso spessore della voce di Gudjon Oskarsson nella parte del Commendatore per il quale, anche se il suo personaggio non doveva necessariamente possedere la potenza di una voce ultraterrena, sarebbe stato lecito attendersi almeno la forza di un imponente autorità morale.

Stefania Navacchia

0

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it