HANDEL
Messiah HWV 56
L. Dawson, N. Heaston, sop.
M. Kozená, msop.
C. Hellenkant, cont.
B. Asawa, contro-ten.
J.M. Ainsley, ten.
R. Smythe, bar.
B. Bannatyne-Scott, bs.
Les Musiciens du Louvre
M. Minkovski, dir.
ARCHIV
4713412
2 CD
48'20; 74'52

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Un nuovo Messiah per Natale quasi non farebbe notizia, se non ci fosse dietro il talento per le sorprese di Marc Minkowski, che questa volta riesce a convincerci che il Messiah, prima di ora, non l’avevamo mai veramente ascoltato. O meglio, ne avevamo ascoltati di meravigliosi: si pensi alle edizioni di riferimento di Neville Marriner, John Eliot Gardiner, William Christie e Paul McCreesh, ciascuna fortemente significativa di epoche diverse nella storia dell’interpretazione handeliana, ma tutte ancora attualissime. In particolare, la più recente versione di McCreesh (1997) sembrava insuperabile.

Lo stesso Minkowski, nelle note di presentazione, sostiene di aver accettato controvoglia il confronto con quest’opera sulla quale tutti, specialisti di musica barocca e non, avevano già avuto qualcosa da dire, ma di averlo fatto solo perché la sua esecuzione avrebbe fatto da colonna sonora ad un film sul Messiah. L’incisione, tutta in presa diretta, è, per volontà di Minkowski, il risultato di una sola seduta di registrazione e consegna al disco fedelmente quell’unica esecuzione dalla prima all’ultima nota. Sarà forse per questo motivo che la prima impressione che abbiamo avuto è di totale unitarietà: il senso dei numeri in successione viene superato da una lettura che pare legata da un filo conduttore del tutto necessario. Una volta iniziato l’ascolto del cd non lo si può più interrompere fino alla fine dell’opera, e anche la tentazione, un po’ puerile, di andare ad ascoltare come è riuscita quell’aria o quel coro non ha più alcun significato. Bisogna assolutamente ascoltare come va a finire, seguendo il percorso musicale dipanato dal Minkowski come se fosse una storia che nessuno ci aveva ancora raccontato. Ma questa sembra essere una delle cifre più caratteristiche di Minkowski ed il segno della sua grande modernità di interprete: qualunque lavoro affronti, di qualsiasi epoca ed autore, ed in qualunque lingua, ha il dono di sviscerare una vicenda narrativa assolutamente originale, sostenuta sia dal filo conduttore della scrittura musicale che della parola.

Anche in questo Messiah Minkowski sceglie dei tempi abbastanza eccentrici, esasperandoli spesso per velocità (And he shall purify the sons of Levi) o per lentezza (He was despised), potendo contare su un coro a dir poco "atletico" per duttilità ed energia e di una orchestra di spiccata sensibilità. La capacità di questo direttore di creare accompagnamenti di rara bellezza ed efficacia alle arie, già ascoltata in altre sue interpretazioni, spicca anche in questa incisione senza mai cadere nel compiacimento fine a se stesso, tenendo sempre presenti il rispetto per la vocalità e l’aderenza al significato del testo, permettendo agli interpreti di cercare sfumature espressive efficaci e di dare il meglio di sé.

Spettacolari sono anche le scelte dinamiche, con una propensione per i colpi di scena che finora si potevano riscontrare solo nella grande musica rock: l’orchestra è fantasmagorica negli attacchi e sempre incalzante, il basso continuo è esaltante nella tenuta ritmica, le entrate del coro hanno la stessa forza di un colpo di plettro su una Fender Stratocaster attaccata ad un amplificatore Marshall da 3000 watt. Forse Minkowski ne sarà inconsapevole o non sarà d’accordo, ma tutta la sua interpretazione del Messiah è pervasa dallo spirito del rock, perché solo il grande rock con le sue più belle canzoni può esprimere sentimenti così forti, duri, violenti, ma anche l’infinita dolcezza e tenerezza di cui quest’opera è piena. Il fatto sensazionale è che tutto avviene nel più austero rispetto per la filologia e per il testo musicale: unire al rigore la libertà di "sballare" è possibile anche grazie ad un’opera ancora talmente vitale da tollerare sempre una lettura diversa. E comunque i legami tra il rock e la musica di Handel non devono essere poi così remoti, se è vero che Jimi Hendrix, che nei suoi soggiorni londinesi abitava nello stesso stabile che fu di Handel, dichiarava di avvertirne la presenza e di esserne influenzato.

Dunque non si rimane mai indifferenti all’ascolto di questo Messiah, e a volte neanche fermi e zitti: non è difficile lasciarsi trascinare e ritrovarsi a battere il tempo con i piedi e mettersi a cantare assieme al coro. Provare, per credere, l’Allelujah e, anche di più, For unto us a child is born. Minkowski non lascia mai nulla di irrisolto, non si resta mai col dubbio di cosa avrebbe potuto essere e non è stato, o di come sarebbe stato bello se… Il suo racconto ha un inizio, uno svolgimento ed una fine, sicché la stupefacente trama della vita di Gesù ci è trasmessa con fervore, sentimento, emozione, forza e amore ed è in assoluto primo piano, lì davanti noi e ci viene raccontata come in sol fiato. Per questo motivo non troverete in questa recensione alcun riferimento all’interpretazione dei singoli cantanti, su come hanno affrontato le arie, sulla tecnica, sulle variazioni nei da capo, sulle messe di voce e sulle colorature, perché ogni scelta musicale e interpretativa è semplicemente funzionale all’unitarietà di questa grande storia.

Silvano Santandrea

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