HANDEL
Rinaldo
B. Fink, Goffredo
C. Bartoli, Almirena
D. Daniels, Rinaldo
D. Taylor Eustazio
G. Finley, Argante
L. Orgonosova, Armida
B. Metha, Mago cristiano
M. Padmore, Un araldo
The Academy of Ancient Music
C. Hogwood, dir
DECCA
4670872
3 CD
76'52; 51'38; 45'09

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La prima edizione discografica integrale della versione originale del 1711 di Rinaldo, opera seria in tre atti composta da Georg Frideric Handel su libretto di Giacomo Rossi, si presenta autorevole e piena di motivi di interesse. Rinaldo è forse l’opera più amata e più conosciuta di Handel, piena com’è di momenti magici legati sia al canto che alla parte strumentale. Racchiude alcune tra le più belle arie handeliane, benché non tutte originali ma desunte, secondo il costume dell’autore e dell'epoca, da lavori precedenti. Fu anche l’opera con la quale Handel si presentò al pubblico londinese, desideroso di assistere a quell’opera italiana che proprio nei primi anni del Settecento stava prendendo piede in Inghilterra. Rinaldo non li deluse, fu un indubitabile successo ed ebbe un cospicuo numero di repliche, aiutato anche da un buon battage pubblicitario che prometteva meraviglie e macchine sceniche spettacolari. E’ noto come alcuni critici del tempo, sostenitori dell’opera inglese, si esercitarono con ironia a ridicolizzare i presunti splendori della messa in scena e forse Christopher Hogwood, rispolverando in questa edizione tutte le sorprese che un CD può contenere, mostra di voler risarcire a posteriori gli impresari del Queen’s Theatre di Haymarket. In effetti egli costella la sua interpretazione di innumerevoli "effetti speciali", utilizzando al meglio la duttilità degli strumentisti della Academy of Ancient Music, aiutati, in un momento particolarmente emozionante, da un esemplare di "macchina dei tuoni" conservata nel teatro di corte di Drottingholm.

Sarebbe però limitante circoscrivere il ruolo di Hogwood come semplice creatore di colpi di scena, in quanto egli si dimostra anzitutto un eccellente concertatore: accompagna i cantanti con gusto e rispetto della loro vocalità, mostra una inesauribile fantasia nella timbrica, grazie alla sua consolidata familiarità con gli strumenti originali, e tratta il basso continuo con grande fantasia, come pochi altri oggi sono in grado di fare. La scelta dei tempi poi è elettrizzante, sempre "giusti" e drammaticamente pertinenti senza mai essere "uguali", agli antipodi di certi servitori del metronomo, indefessi produttori di noia. Inutile aggiungere che gli accompagnamenti al clavicembalo di arie e recitativi, affidati Paul Nicholson e ad Alastair Ross sono esemplari, ma non potrebbe essere che così, dato il lavoro che Hogwood, a sua volta clavicembalista, svolge da decenni con questo strumento. L’orchestra sfoggia un suono molto pulito e, proprio in virtù della cura nella timbrica, si trova investita di un ruolo espressivo essenziale, suggerendo la variazione di climi e atmosfere. Nell’accompagnare le voci non è mai prevaricante, mentre dimostra di poter reggere anche ampie escursioni dinamiche nelle sinfonie e negli interludi strumentali. Gli accompagnamenti alle arie sono un esempio di equilibrio e di gusto, in particolare quelli con strumenti concertanti, sempre in grado di trarre il meglio dalle potenzialità tecniche ed espressive dei cantanti.

E proprio dai cantanti, o meglio da alcuni di essi, vengono le poche riserve che questa edizione suscita. David Daniels è uno dei controtenori più in auge in un momento in cui, peraltro, c’è abbondanza di buoni interpreti con queste caratteristiche vocali. Ascoltato alle prese con il difficile ruolo di Rinaldo ci si domanda a cosa sia dovuta la fama di cui gode. La voce è chioccia, spesso stridula anche per un controtenore che, come lui, viene da esperienze di tenore tradizionale. Se è vero che possiede una dizione molto chiara, la pronuncia risulta discutibile, e questo inficia pesantemente i recitativi, funestati spesso anche da portamenti inaccettabili e stilisticamente scorretti. Gli attacchi sono spesso imprecisi, tremuli e leggermente glissati, problema non da poco soprattutto nelle arie agitate, che richiederebbero ben altra autorevolezza vocale e spessore drammatico. Le agilità, in genere abbastanza esatte, scorrono però a scatti, senza alcuna fluidità né naturalezza. Si dimostra interprete di scarso peso, soprattutto sul lato eroico, mentre dimostra maggiore propensione al patetico riuscendo a fornire una versione commovente e complessivamente accettabile di "Cara sposa", resa con dolcezza e credibilità.

Ben più eroica di lui Bernarda Fink, nel ruolo di Goffredo, disegna un personaggio austero e pieno di dignità. Pur essendo la voce, seppure dotata di bel timbro, piuttosto leggera per il ruolo, riesce ugualmente a definire nettamente il personaggio. Molto abile nelle agilità, canta con gusto, stile ed espressione risultando del tutto convincente.

Cecilia Bartoli è una straordinaria Almirena. Essenziale nelle arie, limita con intelligenza gli abbellimenti a pochi, preziosissimi incisi con finalità puramente espressive, ma talmente ben eseguiti a "sentiti" da apparire come veri e propri emblemi di perfezione e gusto belcantistico. "Lascia ch’io pianga…" è una pura meraviglia, con un accompagnamento orchestrale dolce e severo nel contempo. La voce qui indulge a qualche trillo talmente impalpabile e lieve da esaurirsi in un sospiro, che richiama il tremulo trattenuto della voce di chi piange. E’ una interpretazione commovente, in cui la commozione è enfatizzata, per contrasto, proprio dalla compostezza del canto.

Tra gli altri interpreti vocali si distingue Gerald Finley, nella parte del mago Argante, è alle prese con quel monumento del virtuosismo barocco che è "Sibillar gli angui d’Aletto". Se la cavapiuttosto bene, anche se, inutile ricordarlo, il pensiero va alla strepitosa interpretazione di Samuel Ramey, il primo basso che dimostrò che "si poteva fare", e che forse ha spianato la strada a una serie di interpreti, ormai numerosi, che affrontano questi repertori con ottima tecnica, buona presenza vocale e soprattutto buon gusto. Finley, proprio nella sua aria di sortita, sfoggia anche alcune variazioni che riecheggiano, con effetto un po’ perfido e un po’ insinuante, le spire serpentine delle Erinni. Come interprete è invece un po’ troppo nobile e trattenuto e troppo poco riprovevole per il personaggio di Argante, e nelle arie spianate appare in genere meno convincente che in quelle virtuosistiche. Anche l’Armida di Luba Orgonasova è un po’ troppo elegante per essere perfida. La voce è in compenso abbastanza tagliente per essere una maga credibile, così come è sempre convincente nell'evidenziare i cambi di umore che caratterizzano il personaggio, che non appare mai monocorde. Daniel Taylor, Eustazio, ha voce gradevole, calda e limpida. La sua linea di canto manca però di respiro e tende a frammentarsi, soprattutto nelle agilità. Non si capisce bene perché Bejun Mehta canti, ma c’è anche lui nella parte del Mago cristiano, mentre graziosissime sono le Sirene, Catherine Bott e Ana-Maria Rincòn in un’ "aria a due" che Handel pensò bene di recuperare dalla sua Aminta e Fillide in uno tra i tanti sublimi "riciclaggi" che costellano quest’opera.

Daniela Goldoni

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