HANDEL
Theodora
Oratorio in three parts HWV 68
Theodora, S. Gritton
Irene, S. Bickley
Didymus, R. Blaze
Septimius,P. Agnew
Valens, N. Davies
Messenger, A. Smit
Gabrieli Consort & Players
Paul McCreesh, dir.
ARCHIV
4690612
2 CD

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Dopo Messiah e Solomon, Paul McCreesh, evidentemente intenzionato ad affrontare l’incisione di tutti gli oratori di Georg Friderich Handel, ci offre la sua interpretazione di Theodora. Penultimo oratorio composto da Handel, Theodora non incontrò affatto i favori del pubblico londinese. In effetti il soggetto, tratto da un testo di Robert Boyle e messo in versi da Thomas Morell, appare abbastanza estraneo, per il suo carattere prettamente intimistico, alla forma oratoriale. La storia della vergine Theodora che preferisce morire anziché rinunciare alla propria religione non conteneva evidentemente quegli spunti che potevano risvegliare la curiosità dei londinesi. Handel dichiarò più volte di amare questo suo oratorio più di ogni altro, salvo poi ironizzare sull’insuccesso con l’arguzia che gli era consona.

Come sempre, per i lavori diretti da McCreesh, è molto importante leggere le note di copertina stese dal direttore insieme a Ruth Smith. La loro collaborazione sul versante delle intenzioni e degli obiettivi interpretativi ci sta letteralmente aiutando a ricostruire la storia d’Inghilterra degli anni in cui Handel vi fu attivo. La loro preoccupazione di ricercare sempre agganci con il costume, l’economia, la letteratura, le tensioni sociali dell’epoca mettono in evidenza con chiarezza il contesto sociale in cui queste opere nascevano. Si può affermare che il lavoro di McCreesh sia stia sviluppando molto oltre la pura ricerca musicale, ma apra nuove prospettive che permettano di ricostruire gli umori e le vicende della società inglese in modo sistematico. Sembra incredibile che tutto ciò possa accadere attraverso la lettura di un autore apparentemente disimpegnato come Handel, ma proprio qui risiede l’importanza che non esitiamo a definire "storica" del direttore inglese.

In questo caso McCreesh non esita a considerare la Theodora come un manifesto della libertà di pensiero religioso, oltre che di esaltazione del coraggio ed eroismo femminile. Fu lo stesso Handel a mettere in luce come la sua fede luterana, professata per tutta la vita, non venne mai messa in discussione dalle istituzioni inglesi, e forse il timore di un revanscismo cattolico, instransigente e intollerante, scongiurato con la repressione della rivolta dei Giacobiti nel 1945, poteva riflettersi nel libretto di Morrel che mostra l’arroganza del potere di Roma verso i primi cristiani.

Non ci soffermeremmo così a lungo sulle aperture interpretative di McCreesh se le sue ottime intenzioni non fossero poi supportate da esecuzioni che definire eccellenti appare ormai riduttivo. L’orchestra assume un ruolo davvero espressivo. Pur essendo molto trattenuta, in linea con lo spirito sommesso, da "dramma intimo" che la vicenda richiede, ha una forza intrinseca, una profonda consapevolezza di quello che sta eseguendo. E’ molto interessante per esempio osservare come coro e orchestra partecipino al dualismo potenti/perseguitati ponendosi con modi e suoni volgari e ridondanti nel primo caso, e con atteggiamento sommesso e dolente nel secondo, mentre il popolo, asservito e vile, appare petulante e sgangherato. Anche i passaggi più consueti, soprattutto gli automatismi più convenzionali della parte del basso continuo tipici di Handel, sono resi con profondità perché anch’essi devono attribuire senso compiuto alla vicenda. Un confronto con la più recente incisione completa dell’oratorio diretta da Nicolas McGegan risulta, per quest’ultimo impietosa, come se in pochi anni si fosse veramente scavato un abisso tra un certo modo di intendere l’intepretazione dell’opera barocca, vuoto di significati diversi dalla pura esecuzione musicale, e il lavoro di contestualizzazione storica, supportato da un gusto musicale indiscutibile, operato da Paul McCreesh.

I cantanti non sono tutti all’altezza dello spessore di personaggio che l’oratorio richiede. Particolarmente carente è il Dydimus di Robin Blaze, controtenore corretto, ma personaggio debole e tremebondo. Poco credibile sia come innamorato che come aspirante martire, cerca di mostrarsi coraggioso, ma manca proprio di impeto e di senso drammatico. La voce, vetrosa e dal timbro non proprio gradevole, appare poi poco omogenea. Nei magnifici duetti con Theodora (Susan Gritton), scompare, o perché le due voci sopranili tendono a confondersi, o perché l’emissione della Gritton più sicura e autorevole, prevale nettamente.

Per il resto il cast maschile si dimostra assai compatto. Molto interessante il Valens di Neal Davies che riesce a modificare strada facendo l’atteggiamento del suo personaggio che, da arrogante e certo del suo potere diventa via via sempre più concitato e nervoso, consapevole che la terra gli sta cedendo sotto i piedi.

Il Septimius di Paul Agnew è ammirevole. Oltre a cantare benissimo, mostra tutta la solennità e la dignità che la parte richiede. Il suo personaggio incarna la libertà di pensiero, il dubbio, l’apertura alla diversità. Con lui l’orchestra cambia accento, sottolineandone la grande statura morale con partecipazione ed eleganza, in contrasto con la volgarità e la pomposità con cui accompagna invece Valens.

Susan Gritton, Theodora, è all’altezza del ruolo sia dal punto di vista interpretativo che vocale. La voce, per sua natura fredda e distante, diventa qui emblema della scelta morale della protagonista, integerrima e adamantina. Nell’aria With Darkness Deep, nella seconda parte dell’oratorio, mostra poi quel meraviglioso legato che conferisce colore e tensione anche alle note più lunghe e tenute, indispensabile per sostenere le grandi arie patetiche di Handel. L’Irene di Susan Bickley, se può apparire all’inizio un po’ incolore, acquista sempre più corpo con l’evolversi tragico della vicenda.

Handel, dopo l’insuccesso delle prime rappresentazioni, tagliò senza pietà ampie sezioni dell’oratorio. Naturalmente McCreesh ci offre la versione più completa, con l’aggiunta del finale alternativo del secondo atto. Benché nel complesso poco unitario, basato com’è sul dualismo tra pubblica arroganza e intima ribellione, apprezziamo comunque la scelta della versione integrale che, sebbene a volte un po’ faticosa e pesante, ci permette di individuare una inedita dimensione più riflessiva e interiore dell’opera di Handel.

Daniela Goldoni

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