
BEETHOVEN
Le nove Sinfonie
K. Mattila soprano
V. Urmana, mezzosoprano
T. Moser,tenore
T. Quastoff, basso
E. Ericson Kammerchor;
Swedischer Rundfunkchor
Berliner Philharmoniker
Claudio Abbado, dir.
DEUTSCHE GRAMMOPHON
4690002 5 CD
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Si potrebbe pensare che questa nuova edizione delle nove sinfonie
di Beethoven dirette da Claudio Abbado siano state volute dalla
Deutsche Grammophon prima che il direttore italiano lasci la direzione
dei Berliner Philharmoniker, e quindi si tratti in fondo
di una operazione eminentemente commerciale in un momento certamente
poco felice per il mercato discografico della musica classica. Può
darsi. L’inconsueta velocità dell’immissione sul mercato
del cofanetto di cinque cd (Novembre 2000) rispetto all’incisione
(Primavera 2000) lo lascia supporre, così come è lecito
chiedersi come mai Abbado abbia sentito la necessità di dedicarsi
nuovamente al corpus sinfonico beethoveniano dopo che non
moltissimo tempo era trascorso dalla sua precedente integrale alla
guida dei Wiener Philharmoniker realizzata per la stessa
etichetta alla fine degli anni ottanta. Basta tuttavia ascoltare
poche battute dell’Adagio che introduce la Prima Sinfonia
per rendersi conto che ci troviamo di fronte tutt’altro che
ad un restiling berlinese della lettura che Abbado aveva
realizzato a Vienna, ma ad un’operazione totalmente nuova e diversa
tanto che sarebbe lecito chiedersi se il direttore delle due edizioni
sia proprio lo stesso, e se nel recente passato non avessimo più
volte ascoltato dal vivo Abbado eseguire Beethoven, anche noi saremmo
rimasti stupefatti da una simile trasformazione. Certo il maestro
ci ha abituati, specie in questi ultimi anni, ad una progressiva
messa in discussione della tradizione interpretativa precedente
(se stesso compreso), mentre è sembrato sempre più
attento a cogliere i segnali innovativi che molti interpreti provenienti
dalla disciplina della musica antica e dalla ricerca sull’Aufführungspraxis
(Nikolaus Harnoncourt, John Eliot Gardiner, Philippe Herreweghe,
Christopher Hogwood, Roger Norrington, per citare solo i più
noti) hanno recentemente introdotto nel repertorio classico e romantico.
In questo senso Abbado si dimostra sempre di più un musicista
attento ad ascoltare tutti i segnali di rinnovamento che giungono
sia dai compositori contemporanei più consapevoli, sia dagli
interpreti più innovativi e attenti ai cambiamenti di approccio
e recezione delle opere musicali. Questo atteggiamento intellettualmente
disincantato lo porta a mettere in discussione qualsiasi determinazione
interpretativa, ad essere – per usare un’espressione cara al suo
amico Luigi Nono – sempre in cammino alla ricerca di nuove strade.
La stessa decisone di abbandonare al termine del mandato la direzione
musicale dei Berliner Philharmoniker, probabilmente la più
prestigiosa orchestra del mondo, va intesa in questa prospettiva:
il non voler oggettivare e cristallizzare le proprie ambizioni ed
il proprio lavoro ma seguire il legittimo desiderio di esplorare
nuove possibilità, di costruire nuovi dialoghi, di aprire
nuove prospettive di interpretazione e dunque di fruizione della
musica, tutte cose che una grande istituzione musicale come l’Orchestra
Filarmonica di Berlino consente solo in parte.
L’esigenza di consegnare di nuovo al disco le
sinfonie di Beethoven deriva quindi da questo preciso atteggiamento
intellettuale cui si aggiunge il fatto, per nulla trascurabile,
che Abbado ha potuto utilizzare per questa incisione la nuova
edizione critica delle nove sinfonie curata dal musicologo Jonathan
Del Mar e pubblicata da Bärenreiter. Il lavoro di Del Mar,
assai minuzioso e corredato da un poderoso ed esauriente commento
critico ha il pregio – secondo quanto afferma lo stesso Abbado
nell’intervista contenuta nelle note di copertina – "di non
pretendere di stabilire delle certezze sulla base di una concezione
statica e rigida della filologia, al contrario mette a nostra
disposizione il materiale originale, raccolto secondo criteri
rigorosi, lasciando all’immaginazione e alla sensibilità
personale dell’interprete il compito di farne una sintesi compiuta
e uniforme". Ciò puntualizza non solo l’importanza
e l’intelligenza dell’ottimo lavoro sulle fonti svolto da Del
Mar ma permette anche di chiarire, una volta per tutte, il rapporto
di Abbado con ciò che si definisce comunemente "l’edizione
critica di una partitura". Fin dai tempi delle memorabili
riscoperte rossiniane alla Scala, l’attenzione al testo, alla
lezione originale del compositore è sempre stata una caratteristica
nelle interpretazioni del direttore milanese, tuttavia è
bene sottolineare che egli non ha mai considerato l’edizione critica
un testo vincolante cui attenersi ciecamente, ma un punto di partenza,
uno strumento di lavoro necessario ma non sufficiente per costruire
la propria lettura. Ben lungi dal trincerarsi dietro alla presunta
lezione "originale" del compositore, le interpretazioni
di Abbado hanno sempre avuto il pregio di farsi prassi musicale
autentica, strumento vivo di comunicazione e di ascolto.
Dunque per Abbado la fedeltà al testo
è funzionale alla trasmissione dello spirito dell’opera,
al messaggio musicale immanente e soprattutto – e qui risiede
anche il pregio fondamentale di questa sua nuova incisione delle
sinfonie di Beethoven – al tentativo di attualizzarne i significati,
di restituire appieno alla coscienza dell’ascoltatore contemporaneo
quello che Adorno chiamava il "contenuto di verità"
di un’opera musicale. Evidentemente tale "contenuto di verità"
ha bisogno di forme interpretative e comunicative differenti per
essere compreso nei più diversi contesti storici e culturali.
Se questo principio mette in discussione l’idea che un "capolavoro"
debba essere considerato tale da tutti e per sempre, impone anche
all’esecutore di risolvere non solo i problemi relativi al testo
ma anche al contesto. La libertà dell’interprete risiede
dunque nel suo rapportarsi con la propria contemporaneità,
nel trovare, nel rispetto della partitura, una strada personale
tra le tante in grado di far rivivere l’opera in maniera attuale,
di farla parlare per tutte le coscienze che desiderano ascoltare.
In definitiva si giunge ad una sorta di paradosso dove se maggiore
è il rispetto delle fonti e del testo "spurio",
e dunque più profonda è la consapevolezza testuale
da parte dell’interprete, maggiore è la libertà
che gli si richiede nel dover rendere attuale, comprensibile e
fruibile il messaggio contenuto nell’opera. Questa è la
sfida che Abbado sostiene in questa nuova edizione delle nove
sinfonie di Beethoven e se è vero che – come dichiara lui
stesso – in esse "c’è sempre qualcosa di nuovo da
scoprire" ciò significa anche che tali "scoperte"
dipendono in massima parte da musicisti come lui capaci di ripensare
radicalmente i canoni dell’interpretazione beethoveniana: tra
i pochi non si può non ricordare il nome di Nikolaus Harnoncourt
che, con le sue ricerche sulla prassi esecutiva (che lo stesso
Abbado dice di aver preso in esame a Vienna) sfociate nell’integrale
beethoveniana pubblicata dieci anni fa dalla Teldec, ha aperto
la strada a questo nuovo approccio all’opera di Beethoven che
ora troviamo da Abbado compiutamente realizzato. Se tuttavia Harnoncourt
vi giunge attraverso un lento percorso di avvicinamento iniziato
dalla musica rinascimentale e barocca e passato dallo studio di
Bach, Haydn e Mozart, la frequentazione di Abbado con l’universo
sinfonico beethoveniano avviene dall’interno e affonda le proprie
radici negli anni di apprendistato a Vienna durante i quali il
maestro racconta di avere avuto la fortuna di ascoltare tutti
i grandi depositari della tradizione musicale tedesca: Klemperer,
Walter, Szell, Krips, Scherchen, oltre che Furtwängler la
cui lezione interpretativa è sempre stata riconosciuta
da Abbado come un punto di riferimento imprescindibile (e la prima
integrale con i Wiener lo testimonia in modo abbastanza
evidente).
Tuttavia, ascoltando questa nuova incisone, l’impressione
netta è che Abbado si ponga ora in modo fortemente dialettico
nei confronti della tradizione interpretativa romantica. Egli
è, come dire, cresciuto e vissuto dentro di essa per anni
ma, giunto a ricoprire il più prestigioso ruolo cui un
direttore d’orchestra di tradizione può ambire, ecco che
proprio dall’interno egli ha iniziato a minare le certezze di
quella stessa tradizione, a metterne in discussione i fondamenti
e a rinnovarne radicalmente i principi esecutivi alla luce delle
più decisive esperienze musicali del Novecento come la
Scuola di Vienna o le avanguardie del Dopoguerra di cui egli è
stato ed è tuttora interprete di primissimo piano. Già
con la messinscena salisburghese del Tristan und Isolde
di quasi due anni fa, avevamo notato come per la prima volta la
lettura di Abbado si fosse posta al di fuori della tradizione,
per non dire addirittura "contro" di essa. Questa nuova
integrale beethoveniana conferma la strada da lui intrapresa,
una strada sempre più caustica, essenziale e modernissima,
dove sembra voler guardare la tradizione non più dall’interno
ma dall’alto in basso e questo non necessariamente per un eccesso
di superiorità, piuttosto per una straordinaria consapevolezza
storica, espressiva e intellettuale. Si tratta in definitiva di
un risultato assai più significativo rispetto all’ultimo
possibile stadio che il percorso dell’interpretazione beethoveniana
può raggiungere oggi, siamo piuttosto di fronte alla fondazione
di un nuovo modo di pensare le sinfonie di Beethoven e, con esse,
tutta la tradizione della musica occidentale. Vediamo finalmente
realizzato anche nel campo dell’esecuzione musicale ciò
che l’epistemologo Thomas S. Kuhn in un famoso saggio dal titolo
La struttura delle rivoluzioni scientifiche definisce "mutamento
di paradigma" a proposito delle trasformazioni dei principi
fondamentali che regolano il pensiero scientifico e filosofico.
Secondo Kuhn il progresso della scienza non si misura attraverso
l’accrescimento della nozione di verità e dunque non tende
ad una sempre maggiore esattezza, al contrario procede per rivoluzioni
progressive grazie alle quali è possibile spiegare ciò
che era confutabile o inspiegabile in precedenza. Con questa integrale
Abbado compie un’operazione dall’immensa portata culturale rivoluzionando
totalmente la prospettiva legata alla consueta immagine di Beethoven
e consegnando al nuovo millennio un autore in grado di soddisfare
ancora le esigenze d’ascolto del pubblico moderno. Più
che un punto d’arrivo questa interpretazione segna dunque un nuovo
punto di partenza, una svolta nella storia dell’interpretazione
beethoveniana che determina un nuovo "paradigma" di
confronto dal quale da oggi in poi sarà difficile prescindere.
I mezzi con quali Abbado ottiene tale trasformazione
del modo di pensare e di eseguire Beethoven sono tutti eminentemente
musicali, desunti dalla scrittura e tuttavia filtrati dalla sensibilità
e dalla libertà di chi ha assimilato a tal punto la tradizione
da potersi permettere di sconvolgerla. Il metronomo molto serrato
è la prima caratteristica che colpisce l’ascolto. Gli storici
dell’interpretazione potrebbero forse parlare di "tempi toscaniniani",
ma credo che non ci sia nulla di più lontano dalla concezione
di Abbado soprattutto per la qualità e l’attenzione al
fraseggio davvero sconosciuto a Toscanini, specie come interprete
sinfonico. Certamente Abbado nel seguire l’edizione critica è
stato particolarmente attento alle prescrizioni metronomiche di
Beethoven e in special modo ai rapporti tra i tempi dei singoli
movimenti all’interno di ciascuna sinfonia, tuttavia è
evidente che non si tratta solo di una questione di adesione al
metronomo originale, ma il tactus, il pulsare del tempo
musicale assume qui una dimensione interpretativa che va ben oltre
la scelta tecnica: si percepisce infatti in tutte le sinfonie
una segreta scansione omogenea che investe l’intero edificio sinfonico,
ne determina la specificità ritmica e ne evidenzia l’integrità
strutturale.
L’esecuzione della Settima è in
questo senso paradigmatica. La struttura ritmica, autentica spina
dorsale di questa sinfonia (forse la più amata da Abbado),
viene evidenziata al punto da diventare una componente dalla rilevanza
costruttiva pregnante ed evidentissima, caratteristica che Abbado
rende udibile, ed anzi esaspera quasi volendone partecipe l’ascoltatore
che si ritrova calato in un vorticoso caleidoscopio di ritmi e
timbri (il motivo per cui Richard Wagner, con un’immagine un po’
retorica, definì la Settima "l’apoteosi della
danza"): dalla reiterata figurazione puntata del primo movimento,
fino all’esplosione dionisiaca dell’Allegro con brio finale,
passando attraverso l’incedere solenne del problematico Allegretto
e alla giocosa varietà dello Scherzo, questa incisione
della Settima scorre con una unitarietà impressionante
dove ogni tassello nella sua peculiarità ritmica concorre
a completare un disegno più generale che sfocia quasi naturalmente
nello straripante finale dove Abbado riesce ad ottenere dai Berliner
un vortice musicale impressionante pur mantenendo un controllo
dell’orchestra pressoché perfetto ed ottenendo l’effetto
di un "caos organizzato" che non può che far
pensare a certi episodi delle sinfonie di Mahler.
Cosciente del fatto che Beethoven aveva visto
nell’elemento ritmico uno strumento dalla forza innovativa ed
espressiva non indifferente rispetto al sinfonismo classico di
Haydn e Mozart, Abbado ne ha fatto uno dei cardini di questa sua
esecuzione, esasperandone la forza propulsiva come nell’Allegro
ma non troppo che conclude la Quarta e soprattutto
nell’intera Quinta Sinfonia. Qui, dove la famosissima figurazione
introduttiva del primo movimento è strutturalmente un elemento
tematico che informa non solo l’Allegro con brio ma l’intera
composizione, il maestro italiano si produce in un esercizio antiretorico
tanto attuale quanto necessario. La "sinfonia del destino",
come la letteratura dell’Ottocento amava definire la Quinta,
è forse lo scoglio più arduo per chi desidera liberare
dall’enfasi romantica e dagli entusiasmi mitologici quest’opera
certamente tra le più conosciute di Beethoven e forse quella
che ne compendia di più lo spirito e lo stile. Il perentorio
gesto iniziale con Abbado suona nitidissimo, asciutto, tutt’altro
che esasperato o fine a se stesso e più che esaurirsi nella
sua presunta tragicità sembra chiamare quasi naturalmente
la successiva progressione armonica sul medesimo disegno ritmico,
come una specie di Big-Bang musicale da cui tutto procede
in virtù di una logica superiore. Tutta l’esecuzione della
Quinta si basa proprio su un principio di articolazione
continua che il fraseggio di Abbado pervade sempre di inesauribile
tensione. Nessuna enfasi, nessun messaggio retorico: il significato
è solo dentro la musica e Abbado fa di tutto perché
possiamo ascoltarlo così com’è senza sovrastrutture
ideologiche, solo con la forza della sua intrinseca volontà
espressiva. Ne consegue un’interpretazione autenticamente rivoluzionaria,
antiromantica che riveste un significato ancor più radicale
se si pensa che è ottenuta con il complesso orchestrale
forse più legato storicamente alla grande tradizione musicale
tedesca. La trasformazione dal DO minore iniziale, tonalità
tragica e comunque inquieta, al trionfo del rassicurante DO maggiore
nell’Allegro finale si distende per tutta l’opera con vitale
pulsazione in virtù dell’approccio di Abbado sempre molto
sobrio e razionale che, come si diceva, prende per mano la forma
e la dispiega lungo tutto l’arco dell’opera rendendo comprensibile
ogni frase e, attraverso ogni frase, spiegandoci il tutto. Lo
stesso fraseggio così articolato e attento ad ogni sfumatura
si ritrova in tutta la lettura di Abbado, ma in modo particolare
nella Sinfonia Pastorale e naturalmente nella Nona,
il frutto più maturo, ma anche più frantumato e
problematico del pensiero sinfonico beethoveniano. Ascoltando
l’incisione della Nona si chiarisce allora che Abbado non
solo dirige ogni sinfonia con una forte idea di unitarietà
ma che concepisce l’intero ciclo sinfonico di Beethoven come una
grande, unica opera in cui l’ultimo prodotto compendia e supera
le precedenti otto sorelle. Si dimostra così la capacità
di saper accompagnare il procedere del discorso musicale secondo
una logica stringente eppure mai scontata, unitamente all’innata
sensibilità per dare un senso ad ogni particolare e di
saperlo rapportare ad un disegno formale e narrativo più
generale. Questo aspetto della direzione di Abbado è, in
fondo, l’ultimo retaggio del patrimonio interpretativo delle opere
di Beethoven, come se il maestro italiano avesse voluto salvaguardare
ciò che della tradizione poteva ancora dirci qualcosa,
salvandolo dal setaccio della sua stessa lettura critica. Così
anche i grandi maestri fraseggiatori della storia della direzione
d’orchestra, da Walter a Bernstein, da Scherchen a Furtwängler,
trovano una loro giusta collocazione nella pacifica rivoluzione
compiuta dal maestro italiano.
Se tuttavia la chiarezza del fraseggio resta
l’ultimo filo che lega Abbado alla tradizione, ben diverso è
il contesto timbrico in cui essa viene presentata. Non a caso,
oltre all’aspetto ritmico, l’altro punto chiave della lettura
di Abbado può essere individuato nella nuovissima concezione
del suono o, sarebbe meglio dire, "dei suoni". Abbiamo
già altre volte rilevato come in questi anni Abbado abbia
completamente rinnovato lo spettro timbrico dei Berliner Philharmoniker
dando all’orchestra una varietà di colori fino a qualche
anno fa inimmaginabile. Si hanno esempi di questa diversificazione
timbrica un po’ in tutte le sinfonie, ma certo nel quarto movimento
dell’Eroica il gioco delle sezioni entra persino nel vivo
dell’impianto formale sottolineando di volta in volta con colori
sempre nuovi tutte le variazioni cui va incontro il noto tema
della contraddanza.
Accade così le diverse famiglie strumentali
traggono vantaggio dall’alleggerimento del corpo sonoro determinato
da un minore uso del vibrato e dal ridimensionamento del numero
complessivo degli archi (in alcune sinfonie solo tre contrabbassi,
quattro violoncelli, sei viole, otto violini secondi e dieci violini
primi): nella massima trasparenza dei piani musicali si ascoltano
particolari finora inauditi, cellule tematiche nascoste eppure
significative, figurazioni ritmiche o abbellimenti di rara intensità
espressiva come nei Finali della Prima e dell’Ottava,
o nella Marcia funebre della Terza. Lo spirito della
musica da camera con il quale Abbado dice di aver suonato molti
tratti delle sinfonie è un’altra delle caratteristiche
peculiari di questa integrale ed il secondo movimento della Sesta
sintetizza questo principio in maniera esaltante. L’impressione
è che l’orchestra si frantumi in tanti piccoli gruppi strumentali
per ritrovarsi poi magicamente di nuovo tutta insieme a sostenere
impressionanti esplosioni di suono: la Terza, la Quinta
e, naturalmente la Nona esemplificano in molti passaggi
la capacità dei Berliner di passare in una frazione
di secondo da un impercettibile pianissimo ad un fragoroso
fortissimo, e viceversa. E proprio gli estremi scarti dinamici
sono una caratteristica che ha sempre contraddistinto il modo
di dirigere di Abbado e che in questo contesto appare di una pertinenza
stilistica illuminante poiché ci chiarisce una volta di
più in cosa differisca il pensiero sinfonico beethoveniano
dal classicismo settecentesco e, in definitiva, dove risieda gran
parte della modernità di Beethoven.
Certo la disposizione dei movimenti è
la stessa della sinfonia classica e il modello formale, la cosiddetta
forma-sonata, seppur più elaborata e dilatata specie nello
sviluppo, è la medesima ereditata da Haydn e Mozart. Vi
sono però altri elementi che fanno delle nove sinfonie
di Beethoven un unicum assolutamente non paragonabile con
altri stili, né tanto meno assimilabile alla categoria
estetica del classicismo. Il direttore d’orchestra Roger Norrington,
anch’esso studioso di prassi esecutiva, ha definito Beethoven
un sorta di "Haydn impazzito": non esiste immagine più
appropriata per descrivere l’effetto dirompente e rivoluzionario
che le sue opere dovevano produrre sul pubblico viennese del primo
Ottocento. L’uso ad oltranza dei segni di espressione, i repentini
e violenti scarti dinamici (si ascolti il finale della Seconda,
una delle sinfonie in apparenza meno rivoluzionarie), l’utilizzo
frequente delle dissonanze (spesso settime diminuite non preparate)
scuotono radicalmente il rassicurante edificio sinfonico classico
il quale non rimane che come impalcatura, come residuo dialettico
di ciò che la bruciante energia espressiva beethoveniana
tende a superare.
Il compositore solitario con la sua irrefrenabile
volontà di espressione conduce all’estremo limite l’oggettività
della forma sicché la disarmonia, la frattura, l’imperfezione
prendono il sopravvento e determinano il senso della composizione
assai più della simmetria, dell’equilibrio e del bello.
In questo senso Beethoven è il primo autentico compositore
contemporaneo della storia della musica, con il quale inizia ad
erompere dalle maglie dell’oggettiva perfezione stilistica neoclassica
il grido soggettivo dell’individuo moderno. E se qualcosa di oggettivo
ancora risuona nella sua musica non è la parvenza del migliore
dei mondi possibile, chimera ideologica delle epoca illuminista,
ma la profonda umanità non ancora completamente travolta
dagli eventi storici successivi. L’invocazione del coro "Freunde
schöner Götterfunken" che conclude il travolgente
finale della Nona Sinfonia, sincera e umanissima esortazione
alla fratellanza, risuona oggi, in un momento dominato dall’incomunicabilità
e dall’intolleranza, assolutamente attuale: più che un
inno celebrativo ha il sapore di un grido liberatorio o dell’affermazione
di un’estrema, disperata fiducia nella forza dell’uomo moderno,
della sua volontà di riscatto e di pacificazione.
Tutto queste cose ed altre ancora ci dice questa
nuova incisione delle nove sinfonie da parte di Claudio Abbado
e dei Berliner Philharmoniker. Ci insegna a guardare i
capolavori del passato con la volontà di scoprire in essi
ancora qualcosa di nuovo, qualcosa che parla di noi, della nostra
coscienza a dispetto di una società sempre più massificata
ed omologata e ci concede un piccolo riscatto in nome della musica.
Nondimeno, senza queste premesse, tutto il lavoro di Abbado resterebbe
puro esercizio filologico e tecnicistico, ma sappiamo che un dato
costante delle sue interpretazioni, riconoscibile anche in questa,
è quello di saper costruire intorno alla musica un contesto
entro il quale essa possa parlare, attraverso il compositore,
anche di noi e della nostra voglia di umanità.
Allora, maestro Abbado, quando la Missa solemnis,
e quando il Fidelio? |