EÖTVÖS
Chinese Opera
Shadows
Steine
Klangforum Wien
Peter Eötvös, dir.
KAIROS
0012082KAI
0 CD
58'34

***˝

Peter Eötvös č una delle figure principali dello scenario attuale della musica contemporanea, ma č indubbio che viene riconosciuto e apprezzato piů in qualitŕ di direttore che di compositore. L'opera lirica Tre Sorelle ha perň giustamente aperto un profondo cambiamento di tendenza. Questo perfetto CD della Kairos testimonia nuovamente la necessaria valorizzazione del lavoro compositivo di questo maestro ungherese, rivelandone tutti i pregi, senza mancare di precisarne alcuni limiti. Eötvös ha una cultura raffinata e un progetto musicale radicato in una prospettiva intellettuale di ampio respiro, non solo per ciň che attiene al dominio strettamente musicale (coscienza critica sul confronto con la tradizione, sulla necessitŕ di una continua rielaborazione creativa del linguaggio, ecc.), ma anche per ciň che connette il pensiero compositivo all'elaborazione di idee strategiche per il proprio tempo storico (azione ed efficacia della musica). Tuttavia, credo sarebbe sbagliata o comunque destinata al fallimento la ricerca nel fare compositivo del maestro ungherese di un'idea "forte", un principio poietico sui generis, cifra peculiare di una poetica. Diversamente da Maderna, compositore dalla "voce" inconfondibile, Eötvös trasborda nella scrittura musicale l'esperienza "in diretta" della sua attivitŕ di direttore d'orchestra. Ne deriva una cifra stilistica franta, come quella tipica del "viaggiatore", che registra differenze piuttosto che isolare, campionare, coltivare la propria voce. A ciň si unisca la tradizione compositiva ungherese di questo secolo, di cui Eötvös č degnissimo erede; in particolare č presente la lezione di Bartok, che si esprime - o se si vuole riemerge in Eötvös - soprattutto in termini di sintassi imprevedibile. Piuttosto che logiche stringenti nella processualitŕ del pensiero musicale, ecco invece prevalere montaggi affettivi, vagabondaggi lirici, inattesi rispiegamenti ed espansioni, andamenti capricciosi. Detto questo, Eötvös non manca di ospitare anche frasi musicali di segno opposto, derivate certamente dalla lunga frequentazione di personaggi quali Boulez o Stockhausen; di qui il ritorno episodico di configurazioni cristalline e severe. Si potrebbe pensare che la natura "viaggiatrice" di Eötvös finisca per allestire uno stile eclettico, incline ai postmodernismi. Se č vero che l'identitŕ stilistica del maestro ungherese non č del tutto estranea dal sapido, levistraussiano gioco del bricolage, non meno si deve rilevare come l'analisi delle sue opere riveli piuttosto la capacitŕ di coniugare in ciascuna di esse un progetto culturale di ampio respiro in un testo musicale che vive di "pensiero locale" e sagacia traspositiva. Per usare un'immagine figurata, potremmo dire che il pensiero musicale di Eötvös č come il gatto dalle nove vite, che puň giocare continuamente contro se stesso, imbattersi volutamente in qualche dead points, per poi risorgere pochi passi, pochi istanti piů in lŕ. Anche per questo motivo si puň parlare a ragione di una drammaturgia musicale in Eötvös, di azioni invisibili, o se si vuole puramente sonore, come in quella non-opera che č Chinese Opera. Purché a questa drammaturgia non si attribuisca l'idea di una drammatizzazione del processo musicale (come in Nono o Lachenmann, per intenderci). L'umanesimo di Eötvös si esprime in un sereno e critico esercizio di cittadinanza delle diverse forme e tradizioni musicali; in questo senso č uomo della Cité de la Musique (l'apertura di orizzonti del compositore sappiamo arrivare fino a Frank Zappa, a cui ha dedicato un brano). In questo CD della Kairos troviamo anche Shadows (1995), per flauto, clarinetto, ensembre e sei diffusori, che abbiamo giŕ recensito in Orfeo a proposito di uno splendido concerto diretto da Boulez a Parigi, il 9 ottobre 1999. Rispetto all'esecuzione dal vivo che si giovava di una straordinaria, per nulla effettistica, spazializzazione del suono, questa incisione mantiene in alcuni casi piuttosto nitidamente distinte le province del flauto (a sinistra), del clarinetto (destra), delle percussioni (piů centrali). L'effetto di avvolgimento del suono viene perň in sostanza perduto, cosa che sembra rendere piů nude e insistite certi ripetizioni di figure, che invece dal vivo vengono percepite nel loro irraggiarsi nello spazio. In questa esecuzione, al contrario di quella bouleziana, giungono allo scoperto con meno timidezza certi suasivi abbandoni alla melodia (si ascolti la cadenza del flauto nel terzo movimento), e meno marcati sono anche i contrasti, tra il tessuto armonico e le algide contrapposizioni nel tono retorico delle percussioni. Steine (1985-90) per ensemble strumentale č il vertice estetico di questo CD, proprio per il suo presentarsi in una piů scoperta problematicitŕ compositiva. Dissonanze, vuoti, vicoli ciechi, elementi che, ponendosi come sfondo, rendono piů intensi gli arrivi locali di configurazioni icastiche ed effabili. Il ripetersi di uno schiocco percussivo sordo pare porsi quasi come tentativo reiterato di accendere la "miccia" della musica, ma la messa a fuoco sonora piano piano diviene quella stessa intrasparenza, quel lattiginoso tacere, quel mare, dove di tanto in tanto giungono arie lontane (flauto) o segnali di naufragi (arpa). Poi, verso la fine del brano (mancano quattro minuti), il mare si ingrossa e gli ottoni salgono al potere, ma č come se queste folate non fossero che proteste, palinodie a latere, rispetto a una musica progettata di cui si decanta funereamente lo scacco. Gli schiocchi d'accensione continuano invano, restano infine solo quei palpiti che musicano il fallimento di una musica che si voleva compiuta. Questa incompiutezza e criticitŕ di Steine č la qualitŕ maggiore reperibile in Eötvös, che invece talvolta presta fede a un pensiero musicale piů fiducioso nei meccanismi della tradizione. Eötvös piace quando la pietra focaia della vecchia musica si agita a vuoto, quando l'attraversamento delle province musicali non manca di testimoniare dei lacerti, quando non č la maestria di guida a prevalere, ma l'attraversamento per immersione, fino all'osso, fino alla diagnosi.

Pierluigi Basso Fossali

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