VERDI
Messa da Requiem
A. Gheorghiu, soprano
D. Barcellona, mezzosoprano
R. Alagna, tenore
J. Kostantinov, basso
Coro della Radio Svedese
Coro da camera "Eric Ericson", Orfeòn Donostiarra
Berliner Philharmoniker
Claudio Abbado
EMI
5571682
2 CD
45'31; 38’17

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Se l’approccio all’ascolto di questa terza incisione discografica di Claudio Abbado del Requiem verdiano, questa volta alla testa dei Berliner Philharmoniker, fosse unicamente motivato dal desiderio di rivivere la tradizionale atmosfera magniloquente, tanto cara a certa prassi esecutiva consolidata dalla tradizione (propria di chi, ancor oggi ed a torto, ravvisa in questa partitura un messaggio prevalentemente religioso-spiritualistico), l’ascoltatore verrebbe a trovarsi in uno stato di profondo disagio. Siamo di fronte infatti ad una sconvolgente riconsiderazione critica del materiale compositivo, un cambio di prospettiva che getta sulle opere una nuova luce e propone nuove tipologie di fruizione: l’obbiettivo primario di Abbado, che sembra sempre di più avviato verso un ripensamento critico della tradizione interpretativa passata, è quello di fare chiarezza, soprattutto in quegli episodi in cui l’eccessivo addensamento della polifonia vocale potrebbe risultare di difficile comprensione. Appare così apprezzabile l’atteggiamento di fondo dell’interprete che, incline a dominare costantemente ogni aspetto della struttura, rifiuta ogni tipo di abbandono, adotta tempi sensibilmente rapidi (anche nei movimenti di carattere più meditativo), senza peraltro pregiudicare la tradizionale atmosfera di raccoglimento. Inoltre Abbado ristudia la dinamica in modo straordinariamente analitico, a tal punto che, all’interno di ogni singola frase musicale, grazie anche alla creazione di un continuo contrasto della timbrica, il tutto si configura come una sorta di energia musicale che tende verosimilmente verso un unico centro gravitazionale. Questa sensazione è avvertibile anche ad un primo ascolto superficiale delle prime battute del Requiem aeternam ove Abbado si rifiuta di livellare il discorso utilizzando una scolastica concezione del fraseggio: unità di misura non è più la battuta ma la singola frase intesa nella sua totalità. All’interno di essa si avverte, si, pluralità di timbri ma questa è racchiusa nella unità della sintesi; sintesi che alleggerisce il tutto, accompagnata pure da una palese differenziazione dei piani sonori.

Tensione implacabile e continuità costituiscono i tratti salienti di questa lettura che sembra non avere precedenti quanto a scorrevolezza d’intendimenti. Esempio emblematico di quanto asserito ci è fornito dall’ascolto del Confutatis ove ritroviamo anche un profondo senso dell’azione drammatica: il dialogo fra il basso e l’orchestra si svolge, fin da subito, in modo straordinariamente serrato e profondamente incisivo; il ritmo non si placa e l’entrata vulcanica del Dies irae viene immediatamente preceduta da un vistoso accelerando senza il quale non si sarebbe pervenuti ad un epilogo così angoscioso. L’angoscia e la paura del giudizio universale vengono condotte alle conseguenze più estreme con un’ulteriore dinamicizzazione del ritmo e l’intervento accentuatissimo del coro. La profonda umanità di questo Requiem è ottenuta, come si vede, non mediante un eccesso del carico espressivo ma attraverso una gestione assai razionale di tutti i parametri musicali. Persino nel successivo Lacrimosa la sensazione di paura non si placa; alla straordinaria atmosfera intimistica ricreata grazie all’uso di un suono legatissimo degli archi, fa da contraltare lo straordinario incalzare del tempo. Neppure qui Abbado indugia e il discorso musicale non viene mai allargato, sicché viene meno il consueto carattere contemplativo per dare voce ad una angosciosa ribellione verso la fine inesorabile. Ne emerge una meditazione tutta terrena e autenticamente umana sulla morte sicché anche l’Agnus Dei il Lux aeternam vengono rivissuti senza tradire questa visione di fondo: costituiscono niente di più che un momento transitorio in cui l’animo si placa momentaneamente per poi tornare a ribellarsi nel Libera me Domine. Qui, appare di singolare importanza l’intervento del coro, contrassegnato dall’esasperazione degli sforzando; il fraseggio del soprano si conclude inaspettatamente con un crescendo, mentre il fugato esordisce come un’esplosione la cui deflagrazione non si dissolve subito ma, viene mantenuta viva con un suono dell’orchestra di intensità pari a quella delle voci, sempre ben percepibili e molto chiare nella dizione. Tutto procede in un vorticoso incalzare fino a che il coro, quasi in un ultimo grido angoscioso, improvvisamente si smorza. Si dissolve così la supplica disperata di liberazione dalla morte ma neppure qui la materia sonora si sfalda nel preludere all’agghiacciante conclusione che si perde nel silenzio eterno.

Enrico Nicoletti

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