SCELSI
Yamaon
Anahit
I presagi
Tre pezzi
Okanagon
Klangforum Wien
Hans Zender, dir.
KAIROS
0012032KAI
1 CD
57'19

****

L’appena nata etichetta Kairos possiede un’immagine coordinata molto originale: sia per il tipo di materiale della copertina, che sembra inaugurare l’idea di un CD "in brossura", come per potenziare la valorizzazione dell’oggetto; sia per la quasi sottrazione di immagini, se non una piccola strisciata di colore nel nero (come per affermare l’autosufficienza della musica e il baluginare dell’onda sonora nel buio della mente); sia infine per il luogo di accoglimento del CD, del tutto anomalo, dato che oltre a presentare forme quasi "suprematiste" o alla Schwitters, sembra riconnettere il CD stesso alla famiglia dei metalli, delle masse dense e opache, sottraendolo alla tradizionale associazione alla trasparenza, alla luminosità, alla riflettenza.

Questo ennesimo CD dedicato a Scelsi, comparso da pochissimo sul mercato discografico, aggiunge poco al catalogo delle opere incise del maestro spezzino; solo Yamaon (1954-58), infatti era privo incisione. Anche i pezzi raccolti sono alquanto diversi tra loro; infatti, si va temporalmente dal 1954 al 1968 e da opere per strumento solo ad altre per solista e orchestra da camera. Ciò che rende "necessaria" questa edizione della Kairos è il fatto che il responsabile del progetto è un grande direttore come Hans Zender, il quale firma tra l’altro un prezioso, piccolo saggio su Scelsi che correda le note di copertina. Zender ha un atteggiamento prudente rispetto al caso Scelsi, anche se respinge con forza le accuse di Vieri Tosatti, colui che trascriveva su partitura le improvvisazioni e le indicazioni del maestro spezzino e che dopo la morte di questi ha bollato le opere scelsiane come lavori privi di qualsiasi valore. Zender si dimentica di ricordare che il nostro bistrattato compositore fu forse il primo a applicare la dodecafonia in Italia e che un’opera come il Quartetto n. 1, scritto in epoca non sospetta (1944), toglie qualsiasi dubbio sul suo presunto dilettantismo.

Giacinto Scelsi è un autore che finalmente non è più sottoposto a quella miriade di illazioni (tutte italiane) sul suo "saper scrivere musica" o di denigrazioni sulla qualità delle sue opere. Non conta nemmeno tanto ciò che lui stesso pensava della sua musica, quanto il ruolo che questa ha assunto nel ridisegnamento della trama storica del Novecento. Comporre su una nota sola o su poche note, azzerare la rilevanza delle altezze, enfatizzare l’esplorazione dei timbri, degli armonici, degli attacchi, modulare all’infinito l’emissione del suono per riscoprirne una vocazione rituale, discoprire una sorta di "melodia" interna alle fluttuazioni cangianti dei timbri indagati, attendere al progetto di valorizzare la corporeità dei suoni come offerta di stati sensibili per l’ascoltatore, aprire la musica europea alle influenze della musica orientale non per eleggere degli "opportuni" influssi, ma per tentare una vera rinascita in un luogo senza più confini: questi sono gli assi, nel crudo elenco permessoci in questa sede, della poetica di Scelsi. Servono se non altro a chiarire quale sia la centralità dell’opera di questo autore nella musica degli ultimi cinquant’anni.

Yamaon è un brano in tre movimenti che utilizza per la parte vocale una serie di espressioni fonematiche, in larga parte estranee a qualsiasi lingua. Vale a dire che il loro semantismo rimane ancor più legato alla prensione uditiva della loro forma sensibile. Gli strumenti (sax tenore, sax alto, controfagotto, percussioni, e contrabbasso) disegnano della trame che continuano a intrecciarsi con quelle vocali, giungendo progressivamente a trovare momenti di contatto. Il brano si situa alle porte dell’inizio del periodo cruciale dell’attività di Scelsi: i Quattro brani su una nota sola sono infatti dell’anno successivo (1959), mentre è già pienamente avvertibile un influsso orientale. Yamaon è precoce nell’esplorazione delle sonorità gravi (si pensi a cosa accadrà negli anni Ottanta con Nono e poi con Rihm) ed ha una forte ambiguità semantica, tra aure ieratiche e improvvisi attacchi ironici. Nel complesso sembra offrire una valorizzazione dello sgraziato, come una figura favolistica dei film di Paradjanov. Colpisce la disinvoltura della scrittura, pronta a intrecciare abbandoni tonali e quasi popolareschi, con figurazioni cromatiche. Il brano non manca di punti deboli, ma basta riflettere un attimo per convincersi che si tratta di un’opera talmente originale da non avere possibilità di confronto alcuno con quanto si produceva in Italia in quegli anni.

Il secondo presentato dal CD è lo splendido Anahit. Poème lyrique sur le nom de Vénus (1965) per violino e 18 strumenti; ci troviamo di fronte a una massa fluviale di suoni mai pletorica, dove si possono auscultare le vibrazioni interne della materia-suono. Gli strumenti modulano le intensità, diffrangono gli attacchi, scordano e riaccordano: la cosa pazzesca è che lì dove la musica sembra ridursi a un nulla compatto, si stagliano nuove salienze, salienze analogiche, forme nel corso di un continuum, come - si fa presto a capirlo - le nostre passioni. La musica di Scelsi ci parla della ritmia della soggettività, scandaglia le curve umorali, il sostenuto e l’insostenibilità. È musica drammatica, innesto nella carne dell’ascoltatore, scia dolente che mima la nostra dimenticanza bevuta nel mare del senso comune. È musica che sa far meglio della digitalizzazione della lingua, che inscatola le passioni in forme culturali desoggettivizzate (prototipiche) e moralizzate. È musica che ci parla degli intermezzi, del pulsare, della vibrazione, del trascolorare incerto di un’emozione nell’altra.

Con I presagi torniamo al periodo "ieratico", tanto che il brano ne è uno degli esempi migliori. Ispirato al declino di una città Maya, l’opera è petrosa, sfingea, gravida di lucore. Le tinte sono temporalesche, dominate dai corni, dalle tube e dai tromboni, mentre le percussioni acquistano lungo i tre tempi, via via, sempre più energia: a tratti si ascolta letteralmente la veemenza del vento. È una musica senza tempo, indatabile, che qualsiasi sforzo "patriottico" non riuscirebbe a dire "italiana". Il finale, di sconvolgente veemenza, non può non travolgere l’ascoltatore, quasi lasciandolo spaventato. L’esecuzione del Klangforum Wien è qui straordinaria, per forza ma anche per lucidità: la bacchetta di Zender è ben percepibile.

Tre pezzi (1956) per sax soprano è ancorato a dolci cromatismi, spesso con chiare inflessioni melodiche, talvolta di squisita fattura. Si tratta di uno dei migliori pezzi solistici che costellano, numerosi, gli anni Cinquanta. Colpisce in particolare la temporalità distesa, i suoni lunghi, la sintassi piena di calma, la brillantezza della modulazione del timbro: esecuzione poeticissima e molto riverberata che sembra arrogarsi come capostipite irriconosciuto di tanto sax "Ecm" postmoderno.

Infine, giunge Okanagon, esempio estremo della valorizzazione del rituale esecutivo. Sembra di assistere a una funzione religiosa, dove gli strumenti stessi sembrano disincarnarsi, ritornare "all’osso, alla loro origine ancestrale. Un formante si ripete ossessivamente, ma sempre con una leggera variazione, pulsazione asimmetrica, vita. Un formante si ripete, ossessivamente, l’imporsi di uno stato d’animo, di una reazione o di un abbandono, di un grido o di occhi che si chiudono stremati. Un formante si ripete: un volto è illuminato a tratti, balugina di fronte a noi, restituito da luci diverse, non è mai lo stesso, l’espressione cambia, continua a cambiare, non tornerà indietro, si spende, spende il proprio corpo. Gli strumenti vibrano nella loro usura, rottami del tempo che risorgono. Imporsi con fatica, con dolore. Persistono, si stabilizzano vividi nella memoria. La casa musicale di Scelsi crolla, indimenticabilmente.

Pierluigi Basso Fossali

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