SHOSTAKOVIC
24 Preludi e Fughe per pianoforte, op. 87
Vladimir Ashkenazy, pianoforte
DECCA
4660662
2 CD
62'21; 79’22

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Se non andiamo errati ad affrontare per intero la registrazione dei 24 Preludi e Fughe per pianoforte op. 87 di Dimitri Shostakovic si erano cimentati finora soltanto Tatyana Nikolaieva, dedicataria dell'opera, per l’etichetta sovietica Melodya, Keith Jarrett per l’Ecm e Roger Woodward in una vecchia edizione Rca datata 1975 e mai trasferita in compact disc. Altri pianisti, come Lazar Berman e Sviatoslav Richter ne avevano interpretati alcuni numeri, evitando però di intraprenderne la registrazione completa. Anche Vladimir Ashkenazy in un primo momento aveva declinato la proposta della Decca per un’incisione integrale, ritenendo l'intero ciclo estremamente impegnativo e bisognoso di una totale dedizione da parte dell'interprete. La sua successiva decisione di impegnarsi in questa registrazione consegna al disco una delle migliori incisioni pianistiche degli ultimi anni, nonché una tra le interpretazioni più significative di questo grande pianista.

Lo stesso Ashkenazy afferma nelle note di copertina che "i preludi e fughe sono un viaggio incredibile, un ciclo fantastico". Questo concetto si rivela illuminante non solo per l’esecuzione ma anche per la stessa fruizione di questa grande opera che infatti andrebbe intrapresa prendendosi tutto il tempo necessario per un ascolto integrale, evitando interruzioni nella concentrazione e nell'attenzione, lasciando che il tempo atemporale dell’opera diventi il tempo della coscienza del nostro ascolto in una sorta di sospensione della dimensione quotidiana. È ovvio che simili principi poetici mal si adattavano al realismo artistico imposto dal regime dell’Unione Sovietica. Infatti i ventiquattro preludi e fughe vennero composti tra l'ottobre del 1950 ed il febbraio del 1952, dopo un viaggio a Lipsia in occasione dei duecento anni dalla morte di Johann Sebastian Bach (al cui Clavicembalo ben temperato l’opera si ispira palesemente), dove Shostakovich era stato invitato come membro nella giuria di un concorso per pianisti. In quegli anni il compositore doveva difendersi dalle accuse di formalismo e di distacco dai canoni del "realismo socialista", avanzate da Andrei Zhdanov, che controllava con burocratica ottusità ogni attività artistica sovietica. Anche quest’opera, autentico dialogo interiore del compositore con la tradizione musicale contrappuntistica, che evidentemente non celebrava abbastanza i fasti del socialismo reale, verrà bollata come formalista e solo con notevoli difficoltà Shostakovich riuscirà a pubblicarla.

L'interpretazione di Vladimir Ashkenazy dimostra un amore immenso per questa partitura alla quale conferisce una rilevanza storica, al di là dei suoi oggettivi meriti, peraltro indiscutibili. La sua lettura travalica il mero spirito analitico e la chiarezza esemplare che pur troviamo sempre nelle sue interpretazioni pianistiche: qui riesce a dar vita ad un approccio storico del tutto originale, frutto più della sua tormentata matrice "sovietica" che del fatto di essere un semplice conterraneo del compositore. Attacca le fughe con aplomb bachiano, ma precede sempre di un attimo la destabilizzazione cui Shostakovich sta puntando, non permettendo mai a chi ascolta di cullarsi in una tranquillizzante atmosfera di perfezione formale, creando un continuo mutamento di prospettiva e giocando sulle sottili mutazioni armoniche che diventano nella sua interpretazione piccole scosse psicologiche. Il pianismo "matematico" non è proprio di Ashkenazy che, come è noto, eccelle soprattutto nel repertorio romantico ed in quello "slavo". Qui si inventa una personalità camaleontica e una qualità sonora che, di primo acchito, può far pensare ad un approccio pianistico di tipo bachiano, salvo trovare quasi miracolosamente una svolta interpretativa originalissima che, dal punto di vista strutturale, colloca la composizione esattamente nella sua epoca ma, sotto il profilo espressivo, la pone in una prospettiva quasi atemporale in cui ogni nota acquista il senso di un segno rivelatore di una grande vicenda dell’invenzione musicale. Ashkenazy ci propone il suo "viaggio incredibile" in una dimensione che non è narrazione e nemmeno percorso, è proprio un viaggio nel senso alto del termine, inteso come arricchimento della conoscenza in cui le esperienze precedenti si assommano e rendono più chiare e vivide le acquisizioni successive.

Inoltre il pianista ucraino riesce a caricare la sua interpretazione dei quasi cinquant’anni di storia che hanno segnato la data della sua composizione senza tuttavia conferire alla distanza temporale alcun aspetto negativo, anzi inserendola in quel contesto di esperienze e di significati che ci aiutano a capire. In questo possiamo definirla un’interpretazione illuminante non solo rispetto all’opera di Shostacovich, ma anche nei confronti del nostro modo di porci davanti alla rilettura del ruolo dell’intellettuale nell’Unione Sovietica ai tempi di Stalin. Ashkenazy ci fa rivivere l’umanità del compositore, le sue difficoltà di piegare il desiderio di ricerca e di innovazione ai dettami dell’estetica di regime, facendo uscire la vicenda di quest’opera dalle maglie del dibattito legato all’ideologia e alla fine dell’ideologia. Non è un’opera che si può decidere di pubblicare per motivi di cassetta o di politica editoriale, ci vuole anzitutto la ferma volontà di un interprete, e qui Vladimir Ashkenazy, oltre che porsi su vertici interpretativi dai quali d'ora in poi sarà difficile prescindere, si mostra anche un musicista capace di farci riflettere sul significato della storia.

Daniela Goldoni

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