ZENDER
Schuberts Winterreise.
Eine komponierte Interpretation für Tenor und kleines Orchester (1993)
Christoph Prégardien, tenore
Klangforum Wien
Sylvain Cambreling, dir.
KAIROS
0012002KAI
2 CD
93'49

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La tradizione musicale classica e romantica è stata guardata dall’avanguardia post-weberniana con problematico imbarazzo, quando non è stata addirittura liquidata con l’infastidita volontà di voler prendere a tutti i costi le distanze da un ingombrante passato. Al contrario, malgrado l’evidente frattura con il sistema armonico-tonale, i compositori della Seconda Scuola di Vienna avevano più volte sottolineato il forte legame che li univa ai loro predecessori: "nella vita civile non ho superiori, sono tutti morti" dichiarò una volta Schönberg alludendo evidentemente a Beethoven, Schubert, Schumann, Brahms, eccetera. Superata la "crisi di rigetto" da parte degli autori più radicali e fortunatamente passati di moda gli improbabili "ritorni" privi di qualsiasi mediazione suggeriti dai cosiddetti "neoromantici", il legame ideale con i maestri del passato sembra ora essere tornato nuovamente in primo piano nella poetica di alcuni compositori di oggi (si pensi soprattutto a Kurtág) ed anche in alcune opere recenti dove, tra gli altri, il nome di Franz Schubert ricorre con giusta continuità.

In questo panorama di rinnovato interesse intorno alla figura di Schubert (che investe non solo il settore della composizione ma anche quello dell’esecuzione), l’uscita di questo compact disc pubblicato dalla giovanissima etichetta Kairos dedicato alla rielaborazione da parte di Hans Zender del Winterreise, forse il più celebre dei cicli leideristici schubertiani, assume un significato di ulteriore tributo al maestro viennese. Ma non solo. Figura di primo piano nell’attuale panorama musicale tedesco, Zender, classe 1936, compositore attento ai nuovi linguaggi e al rinnovato rapporto tra musica e parola, nonché direttore d’orchestra severo e consapevole anche nell’interpretazione dei "classici", non si è limitato ad una semplice orchestrazione del Winterreise come già avevano fatto Brahms e Reger per alcuni tra i Lieder schubertiani più celebri: siamo evidentemente di fronte a qualcosa che va oltre la semplice trasposizione orchestrale della parte pianistica. Il lavoro, che lo stesso Zender definisce "Eine komponierte Interpretation" [un’interpretazione compositiva], dimostra come oggi l’atto stesso del comporre possa divenire interpretazione o meglio re-invenzione di un capolavoro a patto che si sia disposti a dialogare con esso, ad abbracciarlo in un comune contesto di significati, in altre parole a riconoscere ciò che di attuale e di moderno l’opera ancora contiene. Certo quest’opera singolare si offre a molteplici categorizzazioni ma è evidente che si tratta di una composizione autonoma, con una propria individualità il cui antecedente più prossimo si poterebbe riconoscere nello straordinario lavoro di orchestrazione compiuto da Anton Webern sulla Fuga ricercata dall’Offerta Musicale di Bach: autentico ripensamento a posteriori del linguaggio musicale attraverso il metro della strumentazione, che diviene ri-scrittura dell’opera, riflessione immanente – cioè effettuata "sul" materiale – circa le implicazioni tecniche, formali ed espressive in essa contenute.

Dal punto di vista musicale il lavoro di Zender sul Winterreise si presenta assai semplice: un’orchestra da camera di ventiquattro elementi (che prevede anche quattro percussionisti) si sostituisce al tradizionale accompagnamento pianistico, mentre la parte del canto è affidata ad un tenore che replica per molti tratti alla lettera la scrittura schubertiana. Questo però solo in apparenza. In realtà una fruizione attenta (nella quale è certo privilegiato chi già conosce l’opera nella sua forma originaria) svela interazioni, immagini, reminiscenze dal fascino e dalla suggestione inaspettati. Ne sono la causa la qualità, la raffinatezza e la varietà dell’orchestrazione ma, soprattutto, le libertà e le numerose varianti introdotte da Zender nel tessuto musicale schubertiano che hanno la funzione di compiere un sostanziale stravolgimento dell’opera, lasciandola però apparentemente intatta. Si tratta di brevi introduzioni tematiche - illuminante quella dell’iniziale Gute Nacht dove l’incedere dei quarti nelle battute introduttive viene dilatato in un’autentica proiezione musicale dell’avvicinarsi dei passi dell’eterno Wanderer - dissonanze, pause, trasformazioni armoniche, mutazioni ritmiche, eccetera. Proprio tali varianti sono rivelatrici del progetto di Zender: esse hanno l’effetto di minare dall’interno la compiutezza ciclica di questi ventiquattro Lieder, svelando ciò che è latente nell’apparente semplicità di una sintassi musicale tanto lineare quanto originale e densa di significati. E certamente chi conosce la musica di Schubert saprà del suo personalissimo linguaggio che, pur all’interno della logica sonatistica del primo Ottocento, amava procedere diversamente rispetto al tradizionale dualismo tonica-dominante, preferendo intraprendere cammini armonici più elusivi (terza maggiore o minore, ad esempio), oppure ricercare allusioni tematiche meno prevedibili attraverso trasformazioni, affinità, reminiscenze e dilatazioni.

Proprio l’aver aperto l’orizzonte su questi aspetti "deviati" della musica di Schubert è uno dei principali meriti di quest’opera che amplifica a dismisura e rende esplicito il contenuto destabilizzante presente nel Winterreise, ne rivela le nascoste tensioni al nuovo, le audaci sottolineature drammatiche, le sottili metamorfosi melodiche ed armoniche, e quindi le re-interpreta come estremo messaggio di modernità, come presaga profezia della disomogeneità, della frammentazione, del "debole", del non-compiuto. In effetti la stessa figura del Wanderer, l’ideale protagonista dei versi di Müller, così emblematica nel rappresentare la sehensucht del romanticismo tedesco, si proietta ben oltre il limite storico e geografico di cui è simbolo per costituire una sorta di eroe fuori dal tempo, di modus vivendi che abbraccia nel proprio destino di eterno girovagare una tensione verso l’indefinito e il "non-raggiungibile" che sembra ricordare con sorprendente affinità molti dei percorsi della musica del nostro tempo (basti pensare alla poetica dei caminantes così presente e decisiva nell’ultima fase creativa di Luigi Nono).

Paradossalmente proprio l’ascolto con lo spartito "originale" di Schubert permette di riconoscere meglio la straordinaria qualità del progetto di Zender: vi si scorge un maggiore dialogo tra canto e accompagnamento, grazie alle molteplici funzioni che l’orchestra assume all’interno dell’opera. Tutti i parametri (armonia, melodia, ritmo e timbro) sono utilizzati in egual misura attraverso un gioco che investe anche un ventaglio stilistico volutamente cangiante, mai uguale, che conferma e poi subito nega ogni certezza, ogni pretesa di qualsivoglia appagamento. Se ciascun Lied possiede un proprio particolare "colore", all’interno di ognuno di essi Zender riesce a introdurre infinite varianti che a volte descrivono con esattezza l’immagine emotiva evocata dal canto (l’introduzione a Erstarrung ["Congelamento"] diviene nell’orchestrazione di Zender un’autentica bufera di neve), altre invece il risultato musicale esula totalmente dal significato stesso dei versi (le parole Die Liebe liebt das Wander/Gott hat sie so gemacht/Von einem zu dem andern./Fein Liebchen, gute Nacht! sono intonate in un durissimo Sprechgesang su un accompagnamento di marcia assolutamente straniante).

Il senso del "viaggio infinito" è dunque perfettamente realizzato e soprattutto assai ben collocato nell’attuale contesto storico, non solo in quello di Schubert. Anche dal punto di vista ricettivo l’effetto è molteplice: all’ascoltatore viene chiesto di mettere in gioco tutto il proprio vissuto musicale, ritrovandovi esperienze psicologiche ed emotive, ma anche rinvenendo una serie di caratteri musicali che compendiano la storia della musica tedesca da Schubert ai giorni nostri (dal valzer alle marce militari, dal declamato brechtiano al Biedermeier, dal quartetto d’archi allo Sprechgesang).

C’è da dire che difficilmente si potrebbe immaginare interprete più adatto per questa operazione così complessa e condotta sul filo di una poetica così oscillante tra modernità e tradizione del tenore Christoph Prégardien. A dispetto di un’impostazione vocale non proprio ortodossa (bassi e centri dal bel timbro baritonale, acuti sostenuti da un corposo "falsettone"), Prégardien è senza dubbio uno degli interpreti più intelligenti della sua generazione sia per la parsimonia nella scelta del repertorio, che si mantiene tra la musica sacra del Sei e Settecento e la disciplina liederistica con rarissime incursioni nel teatro musicale, sia per l’originalità e la pertinenza stilistica con la quale affronta le opere che esegue. In questa incisione risolve con molto mestiere il rischio di attaccarsi troppo alla versione di Schubert (del quale è uno dei massimi interpreti) e si abbandona a raccogliere ciò che l’orchestra continuamente suggerisce in termini di colore, di fraseggio e di intenzione. E’ un esempio di interpretazione nell’interpretazione poiché riesce a cogliere e a restituire all’ascoltatore tutta la portata delle innovazioni di Zender senza travisare lo spirito di Schubert. La versatilità del canto di Prégardien trova riscontro anche nella direzione di Sylvain Cambreling, assai precisa ma anche energica e ispirata nonché in grado di sopportare con grande naturalezza le repentine mutazioni timbriche e ritmiche imposte dall’elaborazione di Zender. Tutto ciò grazie anche all’ottimo livello tecnico raggiunto dai musicisti del Klangforum Wien, una delle rare formazioni specializzate nell’esecuzione della musica contemporanea già presente in molti titoli del catalogo Kairos.

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