LANDI (circa 1586-1639)
Homo fugit velut umbra...
Johannette Zomer, soprano
Stephan Van Dyck, tenore
Alain Buet, basso
L’Arpeggiata
Christina Pluhar, dir.
ALPHA
020
1 CD
54'56

*****

Era dai tempi dell’uscita del Double White dei Beatles che non mi succedeva di riascoltare in continuazione un LP, i CD erano ancora di la da venire, con la voluttà di imparare tutte le canzoni e di cantarle, di capirne gli accordi e provare a strimpellarli alla chitarra. Quando alla fine il disco usciva dal piatto era sfinito e usurato come la puntina del giradischi. Mi è successo poche altre volte di consumare un disco a tal punto. Fortunatamente oggi il CD non si consuma, non si riga, non gracchia non salta e con un semplice tocco, il lettore, è in grado di mandarlo in loop per quante volte si desidera, solo per questo motivo Homo fugit velut umbra...l’ultimo lavoro di Christina Pluhar e de L’Arpeggiata, inciso per la casa discografica Alpha, e dedicato a musiche di Stefano Landi non ha fatto la stessa fine dei vecchi LP, salvandosi dall’usura dell’ascolto ripetuto e reiterato nel tempo.

Christina Pluhar è evidentemente affascinata dalla musica italiana della prima metà del ‘600, in particolare della scuola romana, ed è abilissima nello scovare le composizioni meno note di musicisti di per sé poco noti e ancor meno frequentati che ci rivelino però la loro anima più popolare: un universo di passioni e di sentimenti umani ben diverso dall’ambiente ufficiale, formale e inamidato dei palazzi della Roma papale. Dopo il CD dedicato a Kapsberger questa nuova incisione ci presenta alcune arie tratte dai Libri di Arie di Stefano Landi, cantore contraltista, arpista e chitarrista, uno dei tanti musicisti che ruotavano attorno alle potenti famiglie dei Borghese e dei Barberini nella Roma della prima metà del 1600. Sono composizioni di estrema libertà di scrittura e di linguaggio, di ricerca ritmica e di ricercatezza degli accompagnamenti, che poggiando su trame musicali provenienti dalla tradizione popolare possono rischiare di apparire strutturalmente elementari ad una lettura superficiale. Queste arie possono rivivere solo ponendo estrema cura all’esplorazione dell’universo nascosto dietro le note della partitura, e non possiamo che concordare con quanto scritto da Christina Pluhar nel libretto a corredo del CD: "…l’interpretazione implica una conoscenza approfondita di tutti gli aspetti dell’arte per ridare vita a queste melodie, soprattutto una comprensione della complessità emotiva dei testi, che conservano tutta l’attualità ed esigono dall’interprete una identificazione totale, come quella di un attore."

Niente di più vero, e questo è l’approccio che sta dietro ad ogni lavoro de L’Arpeggiata. Christina Pluhar indubbiamente conferma di avere non solo un coinvolgimento emotivo ma anche una sensibilità, un gusto estetico, una capacità di lettura e un senso della storia non indifferenti per raggiungere questi livelli di eccellenza e soprattutto di saperli trasmettere in ogni istante all’ascoltatore.

Il risultato, anche in questo caso, come nella precedente incisione de La Villanella di Kapsberger, è esaltante. Ogni brano è un piccolo capolavoro di perfezione, cesellato finemente a misura del testo; la cura dei dettagli è quasi maniacale, soprattutto quella della lettura e dell’interpretazione del testo, ma mai fine a sé stessa, così è per il suono dell’orchestra, per il timbro degli strumenti, per la ricchezza e la ricercatezza degli accompagnamenti alle arie, sempre variati ed affidati a strumenti diversi. Si stenta a credere che arie come Homo fugit velut umbra (Passacaglia della vita) e ancor di più la splendida T’amai gran tempo, che narra le disavventure amorose di un amante tradito e abbandonato dall’amata che manda letteralmente a quel paese, siano state scritte nella prima metà del XVII secolo. Queste due arie, estrapolate da questo contesto e riproposte in altre sedi, anche oggi, finirebbero sicuramente in testa alle classifiche dei dischi più venduti. Assieme a queste troviamo composizioni di estrema eleganza e dolcezza della linea melodica come il duetto A che più l’arco tendere, e Canta la cicaleta in cui il cantore si augura di poter cantare fino alla morte come fa la cicala e come lei di poter morire cantando, e anche una piccola opera come Quando Rinaldo che in quattro strofe narra la storia di Rinaldo e Armida.

Un’altra delle doti di Christina Pluhar è quella di scovare le voci più idonee ad interpretare questo repertorio popolare, in questo lavoro si affida per la maggior parte al tenore Marco Beasley, italiano nonostante il cognome, che la stessa Pluhar definisce "cantore e incantatore". Beasley è interprete eccezionale di queste arie che ha l’abilità di riuscire a cantare con grande equilibrio, senza fare uso della voce impostata e con la dizione e l’accento più giusti per questo repertorio. Assieme a lui il soprano Johannette Zomer, che già avevamo ascoltato ne La Villanella di Kapsberger, il tenore Stephan Van Dyk e il basso Alain Buet, accompagnati dai musicisti de L’Arpeggiata, che si confermano preparatissimi e di eccellente livello.

Grazie a Christina Pluhar non solo abbiamo riscoperto la gioia di riascoltare le "canzoni" ma abbiamo anche riscoperto il piacere e l’ansia dell’attesa dei suoi nuovi lavori e ci auguriamo di avere presto l’occasione di poterla anche ascoltare in concerto.

Silvano Santandrea

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