Il Fasolo?
Le Poème Hamonique
Vincent Dumestre, dir.
ALPHA
023
1 CD
69'19

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Chi si nasconde dietro lo pseudonimo de "Il fasolo"? Almeno tre musicisti dell’inizio del XVII secolo di incerta origine, forse bergamaschi, o romani, o veneziani, o palermitani ma i loro nomi, anche se venissero svelati dalle ricerche di qualche musicologo zelante, ci direbbero molto poco. Più che per il mistero della sua identità "Il fasolo" appare interessante come figura caratteristica dell’inizio del ‘600, un periodo di profondi cambiamenti musicali che da un lato registra la colta sperimentazione cortigiana (l’arte di Monteverdi, per intenderci) e dall’altro il tentativo più popolare di integrare la musica con la Commedia dell’Arte, in un momento in cui il genere operistico è ancora relativamente nuovo e si diffonde rapidamente nelle varie capitali attraverso le compagnie di "Febiarmonici".

In questo CD sono raccolte tutte quelle opere di carattere popolare, tipiche della tradizione romana, e soprattutto napoletana del carnevale, pubblicate a Roma nel 1628, attribuite a questo misterioso Fasolo. Sono composizioni indubbiamente curiose, la cui trama popolare è evidente soprattutto in brani quali la Bergamasca: La Barchetta passaggiera e la Serenata in lingua lombarda, cui partecipano personaggi della Commedia dell’Arte che si esprimono in una mescolanza di dialetti maccheronici di varie regioni d’Italia e in una parodia delle lingue straniere. Sulla barchetta salgono il lombardo, il napolitano il toscano e il genovese, in compagnia del todesco, del francese e dello spagnolo che a turno, sulla tipica figurazione della bergamasca costruita sulle note di un basso ostinato, decantano, in un guazzabuglio di lingue, i piaceri culinari della propria terra di origine, accompagnati dal colascione, uno strumento popolare a corde, utilizzato in particolare al sud nei canti di carnevale. La Serenata in lingua lombarda è un inno che fa Madonna gola à Messir Carnevale, in cui i vari personaggi, utilizzando una non identificata koinè lombarda, intonano dei canti a Bacco in un’orgia di cibo e di vino che esalta i piaceri della gola.

Accanto a questi, compaiono altri brani quali il lungo pianto Chi non sà come Amor e l’aria Son ruinato, appassionato attribuiti a Francesco Manelli, uno dei probabili "Fasolo", e a Benedetto Ferrari, entrambi fondatori di una delle prime compagnie girovaghe di musicisti professionisti, che diffusero prima in Italia e poi in Europa il genere dell’opera in musica. Queste due arie a voce sola sono probabilmente tratte da opere andate perdute.

L’operazione è molto ricercata e indubbiamente interessante, rivelatrice di una realtà poco conosciuta ma non del tutto marginale sulla scena artistica del primo Seicento. Destano invece non poche perplessità sia l’approccio di Vincent Dumestre alle problematiche interpretative di queste musiche sia l’esecuzione de Le Poème Harmonique.

L’impressione è che Dumestre sia intervenuto su questi brani di chiara estrazione popolare con un’operazione di rilettura simile ad un "filtro culturale" troppo pesante, spogliandoli in fondo del loro autentico spirito popolare e privandoli della funzione per la quale erano stati creati ed eseguiti in origine, per poi rivestirli di nuovi costumi artificialmente popolareschi, privandoli così della loro autenticità. Sicché non è più il brano che è popolare ma è l’interpretazione che diventa popolaresca. Lo stile è inoltre molto più vicino allo spirito francese che a quello dell’Italia meridionale. Molte sono le difficoltà che incontrano anche i cantanti de Le Poème Harmonique, prima fra tutte quella della lingua. Una lingua che è coacervo di dialetti più o meno inventati, un grammelot di cui è maestro e grande interprete Dario Fo. Chiaro che non si pretende un’interpretazione del testo come l’avrebbe potuta fare lui ma il paragone è necessario per far capire lo spirito con il quale si sarebbero dovuti affrontare questi testi. Quel che ne scaturisce è invece un’operazione totalmente decontestualizzata e priva di qualsiasi comicità che risulta scarsamente comprensibile e godibile anche a noi italiani. La voce del soprano Claire Lefilliâtre è poco gradevole, tutta impostata sui toni acuti e nasali, fissa e poco dinamica, il che non aiuta l’ascolto del succitato Chi non sa come Amor, un recitativo accompagnato dal solo liuto con pochi innesti della viola da gamba, della durata di oltre nove minuti. Ma anche gli altri interpreti appaiono abbastanza spaesati. L’efficacia dell’esecuzione musicale e degli accompagnamenti, come sempre di ottimo livello, non è però sufficiente a risollevare le sorti di questi CD, che rimane nel suo complesso irrisolto e che accantoniamo alla stregua di numerose altre occasioni perdute.

Silvano Santandrea

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