DE LALANDE
Music for The Sun King
Te Deum laudamus S32 (1684)
Panis Angelicus from Sacris solemniis S74 (1709)
La grande pièce royale S161 (prima del 1695)
Venite, exultemus S58 (1700)
Carolyn Sampson, soprano
Natalie Clifton-Griffith, soprano
James Gilchrist, contralto
Paul Agnew, tenore
Jonathan Gunthorpe, basso
James Mustard, basso Ex Cathedra Jeffrey Skidmore, dir.
HYPERION
CDA 67325
1 CD
72’09

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Michel-Richard De Lalande (1657-1726), benchè sia stato uno dei musicisti francesi non solo più potenti, ma anche più significativi del suo tempo, non gode tuttore di grande discografia. Successore di Jean Baptiste Lully alla corte del Re Sole, sopravvisse al re dal quale aveva ricevuto incarichi, poteri e remunerazioni che gli permisero di acquisire anche un titolo nobiliare. La sua produzione musicale era destinata soprattutto ai servizi religiosi che si tenevano nella chapelle royale di Versailles, e pertanto conta un considerevole numero di grands motets, che venivano eseguiti durante la messe basse, al cospetto del re. Conviene ricordare la struttura del grand motet, che comprendeva una ouverture strumentale seguita da diverse arie, duetti, terzetti e quartetti, e brani per doppio coro, uno composto dai solisti (petit choeur) cui si aggiungeva il coro di rinforzo, composto da numerosi elementi. In tutto, l’organico previsto per un grand motet si aggirava sul centinaio di elementi. Introdotto e formalizzato da Henry du Mont, il grand motet continuò a essere presente nella musica di corte di Luigi XIV per mano di Lully, De Lalande e, fuori da Versailles, anche di Marc Antoine Charpentier.

Gli sforzi del mercato discografico per divulgare le opere di De Lalande sembra si siano concentrati tutti nei primi anni Novanta, quando uscirono diverse pubblicazioni di musica sacra e profana, tra cui l’edizione integrale delle Symphonies pour les soupers du Roy. Non appare dunque così peregrina l’idea di pubblicare una antologia, anche se piuttosto frammentaria, di opere di De Lalande, che se da una parte contrasta con la consuetudine alla completezza che sembra improntare le scelte discografiche degli ultimi anni, dall’altra permette di riflettere su una nuova interpretazione, dovuta a una compagine inglese, di questo autore ingiustamente trascurato. Il lavoro di Jeffrey Skidmore e dei suoi Ex Cathedra sprovincializza in parte l’approccio a questo autore, così visceralmente francese. E’ curioso, di primo acchito, ascoltare la resa così brillante e razionale tipica dei complessi inglesi, sfrondati dai compiacimenti “cortigiani” legati al fraseggio morbido e di “conversazione” che costituiscono il sound tradizionalmente legato al repertorio caro a Luigi XIV. La lettura di Skidmore appare quasi pre-illuminista, improntata ad una grande leggerezza di suono abbinata ad un fraseggio rigoroso, che mette in luce le caratteristiche contrappuntistiche delle varie partiture. Skidmore affronta il celebre Te Deum nella sua interezza, mentre si limita a frammenti tratti da altri grands motets. Come intermezzo sceglie il brano più caro a Luigi XIV, la Grand pièce royale, che reca il seguente sottotitolo: Deuxiéme Fantaisie ou Caprice que le Roi demandait Souvent, tratto dalle Symphonies pour les soupers du Roy. Proprio in questo brano raggiunge, a nostro parere, gli esiti interpretativi più alti. Estrapolato dal suo contesto, questo brano spicca per la magnifica scrittura musicale, la dolcezza della melodia, la leggerezza dell’orchestrazione. Pur nella sua brevità, assume compiutezza evidenziata dallo straordinario equilibrio tra gli strumenti e la nitidezza del suono. Il gusto dell’esecuzione è un insieme di eleganza ed immediatezza, in quell’abbandono alla bellezza della musica che è un piacere ascoltare e riascoltare.

Gli elementi che compongono gli Ex Cathedra sono eccellenti, sia per quanto riguarda le compagini orchestrali che corali. La loro sede è Birmingham, e, sotto la guida di Skidmore che fondò il gruppo quand’era giovanissimo alla fine degli anni Sessanta, si dedicano alla ricerca e all’esecuzione di musiche rinascimentali e barocche. I solisti, tra cui alcuni componenti del coro affiancati da cantanti di vasta esperienza, come Paul Agnew, mostrano competenza stilistica e sicura attrezzatura vocale, contribuendo in modo fondamentale alla riuscita di una esecuzione che li vede continuamente impegnati. Non resta che attendere, dopo questa antologia purtroppo frammentaria, qualche prova più completa.

Daniela Goldoni

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