REICH
Drumming (1971)
Ictus Ensemble & Synergy vocals
CYPRES
CYP 5608
1 CD
54,50

***

Dopo In C di Terry Riley, il sodalizio tra l’Ictus ensemble e la casa discografica Cyprès aggiunge un tassello non inutile al vasto corpus di edizioni dedicate al minimalismo. Di fatto l’esecuzione non teme confronti con quelle già edite, e certo le due opere in questione sono cardinali per questa corrente della musica contemporanea che ha saputo catturare l’attenzione di un vasto pubblico.

Va detto che il minimalismo musicale non ha quasi nulla a che fare con l’ascetismo del minimalismo nelle arti visive (Bob Morris, Donald Judd), né la sua tendenza esotica e arabescheggiante può trovare tangenze con il minimalismo letterario. Il suo barocchismo di fondo, discoperto traduttivamente dalla filmografia di Greenaway, non può trovare alibi nella geometria delle configurazioni (esclusività della forma pura minimalistico-artistica) e nemmeno nell’entropia delle soluzioni (la quotidianità del minimalismo letterario, del resto, è ben altra cosa). La ripetizione non smette di sottolineare la forma, prima ancora che la variazione. Prima di tutto la stabilizzazione percettiva di un formante e poi la sua messa in variazione omeopatica: sorta di autoalimentazione che si spinge fino alla proliferazione inesausta, illusionistica, barocca. Si diffonde la curva della modulazione, entro uno spazio ritmico che tende il corpo dell’ascoltatore. Questi non deve che assecondare la propria prestazione alla musica, sintonizzarsi in una trasformazione che può averlo come complice. Di tempo ce n’è in abbondanza: difficile perdere una puntata del serial.

La stupefazione non avviene per intromissione allopatiche, ma nella perfezione (leggi: perfezionamento, realizzazione) del controllo reciproco di musica e orecchio, di suono e corpo. La danza non si sviluppa come discorsività, ma come apertura di canale, monitoraggio di un contatto, di una irradiazione energetica e soprattutto di una digitalizzazione chiarificatrice che possa appaiare intervento sonoro e gesto corporale.

L’anamorfosi di Drumming non è mai risolta dall’assunzione di un punto di vista eccentrico che possa recuperare una visione in giusta prospettiva. Nulla nel quadro musicale sembra fuori posto; e non è nel trascolorare dell’apprensione percettiva che si avverte l’anamorfosi. Di fatto essa è in gioco solo a posteriori; nella comparazione mnestica tra punto di inizio e punto di arrivo.

A Drumming si può certo riconoscere la ricercatezza timbrica, ma venendo sette anni dopo In C, poco aggiunge all’idea di una ripetizione-variazione di cellule melodico-ritmiche. Se si situa tra i lavori più famosi di Steve Reich, risulta infine meno interessante di opere quali Tehillim (1981), probabilmente il suo lavoro più riuscita. La presunta intransigenza - come si legge nelle note di copertina - della partitura reichiana è chiamata in causa surrettiziamente per il "coraggio" della ripetizione ad oltranza, "senza concessioni". Quanto all’introduzione della musica africana - merito attribuito al brano - si deve notare da un lato la strana dimenticanza dei saperi musicologici, non proprio agli albori all’inizio degli anni settanta, e dall’altra l’aria profondamente occidentale, o meglio il sapore di un oriente dovutamente occidentalizzato che marca il brano di Reich. Drumming sempre più un "massaggio" psicoacustico, che un viaggio in culture ancestrali o nella radicalità di innovativi procedimenti musicali.

La piena godibilità del brano è scontata ma comunque certa, anche per la lucentezza dell’esecuzione che dei metalli smorza invece la freddezza.

Pierluigi Basso Fossali

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