HAAS (1953)
Wer, wenn ich schriee
Klangforum Wien
Sylvain Cambreling, direttore
KAIROS
0012352KAI
1 CD
66'54

***½

Il compositore di Graz Georg Friedrich Haas non si è rivelato precocissimo, ed anzi solo dalla metà degli anni Novanta ha cominciato ad affacciarsi sulla ribalta internazionale, conquistando qualche premio e riuscendo a mettere in scena nel 1998 la sua opera Nacht (per la quale ha vinto il premio Krenek). La lenta maturazione di Haas è passata anche attraverso l’attività di ricerca, scritti teorici e critici. Tutto lascia pensare che la sua poetica sia passata attraverso una laboriosa maieutica, e sul piano del discorso musicale ciò si rivela appieno.

Complesso e sfuggente, il suo stile musicale non si abbandona ad eclettismi. Piuttosto sembra come una falda acquifera, che talvolta sgorga in superficie, persino riottosa, ma non manca di quando in quando di tornare in sperse profondità. Questa introversione "terrena" non ha nulla di magmatico, non tocca forze ctonie, pulsioni della materia. Si dà piuttosto in negativo: musica dell’impervenire, che ne consente paradossalmente una stabilizzazione, garanzia di auscultazione: lo si ascolta, per esempio, verso il 14 minuto di Wer, wenn ich schriee, hörte mich... (1999) per percussioni e ensemble, oscillazioni interne di suono cavo, processo-filamento che l’orecchio si ritrova a sostenere. Microintervalli, rifrazioni, tempo noniano che non scorre in avanti, perché si rituffa nella materia, si interra cancellandosi dalla traiettoria su schermo di una facile narrazione. È musica che chiede piuttosto tempo allo spettatore, perché ne segua la drammatizzazione del suo faticare a consistere. Una tale sfida fa temere un poco Haas, che dissotterra di quando in quando polverosi lacerti di cadenze compiute in un passato non proprio. Tentennamento postmoderno, pur finissimo, come in Ruzicka? Haas non cede al post-modernismo: c’è un’aria di sacrificio, più che di spreco. Nell’aria spettrale il culto itera ciò che sa essere ancora sprovvisto di senso, e qualsiasi spazio sacro che lo accoglie scivola, declina (si ascolti verso il sesto minuto).

Emblematicamente il compositore di Graz giunge a un brano siglato da virgolette ("...", 1994, per accordion, viola e orchestra da camera) che racchiudono una citazione dispersa, catastrofe dell’archiviazione, mistero di un sospiro bianco tra il nero delle parole, mai trascritto. Sono paesaggi notturni quelli prediletti da Haas, configurazione velate che mettono in preminenza valori quasi tattili, involucri melodici quasi impalpabili. Al fluire più disteso e liquido di "...Einklang freier Wesen..." (1994-96) per 10 strumenti, sabotato all’ottavo minuto da una percussione agghiacciante, che infatti guiderà l’incedere funereo del pre-finale, si contrappone Nacht-Schatten (1991) per ensemble. Si tratta di un brano meno personale, ma forse decisivo nell’evoluzione del linguaggio di Haas: se è chiaro il clima che si intende perseguire, i materiali musicali rinviano a soluzioni con passato recente.

Haas non ha una personalità musicale accesa; attende che lo spettatore gli si rivolga e possa scoprire una tessitura sopraffina, una coerenza non asfittica, climi che possono sedurre per la loro patina: non c’è dubbio, è musica di qualità, molto radicata nella cultura mitteleuropea, a tal punto da rischiare di esserne ri-assorbita, non avendo sufficienti cifre per scardinare il vecchio quadrante. Musica che rischia così di non avere la propria ora per bruciare nel presente, foss’anche come fieramente inattuale.

Pierluigi Basso Fossali

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