SAARIAHO Kaija (1952)
Cinq reflets de l'amour de loin
Nymphea reflection
Oltra mar
Finnish Radio Symphony Orchestra
Jukka-Pekka Saraste, direttore
ONDINE
ODE 1049-2
1 CD
73'21

***½

Insieme a Magnus Lindberg (1958), Kaija Saariaho si è proposta, fin dagli anni Ottanta, come la massima esponente di una nuova scuola compositiva finlandese, in grado di assurgere rapidamente come uno degli epicentri principali della ricerca musicale contemporanea. Se il talento prorompente di Lindberg si era già palesato immediatamente in lavori di grande impatto (innanzi tutto con Kraft del 1985), per quanto riguardo la Saariaho ne abbiamo seguito una progressiva maturazione, che l’ha portata al pieno successo solo sul finire degli anni Novanta. Quando l’energia di Lindberg è implosa, finendo per "urbanizzarsi", Kaija Saariaho si è invece deterritorializzata, cominciando a immergersi in ricerche a tutto campo che la rendono oggi uno dei personaggi musicali più affascinanti e plurisfaccettati della scena mondiale. La "centratura" del suo pensiero musicale, la sua capacità di equilibrio e di nitore compositivo, le permettono di sconfinare, di abbracciare influssi diversi, mantenendo l’identità di una "voce".

Eppure, le più recenti prove compositive della bravissima Saariaho lasciano qualche perplessità, proprio mentre mietono riconoscimenti istituzionali prestigiosi. Tali perplessità gravitano attorno alla redazione dell’opera lirica L’amour de loin (2000) che sigla una sorta di "uscita dal proprio tempo" per abbracciare la presunta universalità di temi (quali amore, morte, ecc.) degni di un artista pienamente riconosciuto.

L’irrequietezza dei primi vent’anni di carriera compositiva, in grado di incendiare un controllo per altri versi ferreo dell’espressione musicale, si è vista sostituita da un colto repechage di stilemi e temi letterari del passato, in grado di ingraziarsi palati più vocati alla tradizione.

I Cinq Reflects de L’amour de loin (2001-2002) sono un ciclo sinfonico-vocale direttamente estratto dai materiali dell’opera del 2000; ne rispecchiano la scrittura finissima e a tratti melodicamente suasiva. Per alcuni versi i Cinq Reflects trasudano di soluzioni armoniche e di impasti timbrici largamente elaborati in opere degli anni Novanta, ma il tono discorsivo che li assume pare notevolmente divergente. Mentre la Saariaho era regina di riesotizzazioni e incantamenti dei materiali esplorati, ora appare succube di un centro gravitazionale che mira a costruire una colonia di forme familiari da custodire e da articolare con alcuni temi "immortali". Le soluzioni vocali testimoniano più gravemente di un’incomprensibile stagnazione in stilemi trapassati che non sono certo al passo della musica strumentale che si viene elaborando.

Così, perfettamente adeguata alle commissioni e ai contesti ricettivi dei grandi palcoscenici internazionali, la musica di Kaija Saariaho rischia di perdere ogni effervescenza, ma anche ogni necessità espressiva. Non si discute naturalmente la personale convinzione della compositrice nell’affrontare temi eterni (amore, morte), né tanto meno la vanità nell’affrontarli; quello che è lecito discutere è la pregnanza delle soluzioni musicali rispetto al progetto poetico intrapreso.

Con Oltra Mar (1998-99), le questioni non cambiano di molto, anche perché si tratta di un lavoro preparatorio dell’opera lirica. Il sottotitolo è "sette preludi per il nuovo millennio"; il tema universalistico del viaggio dell’uomo alla ricerca della conoscenza dell’universo, i testi presi da fonti letterarie etnicamente e religiosamente disparate, sono tutti fattori che indicano ambizioni di sintesi interculturali senza confini. La ricerca di una magniloquenza espressiva porta Kaija Saariaho a indugiare nelle ripetizioni di formanti, posti in gioco come significazione di un rituale in grado di costruire un accesso alla trascendenza, ai "territori d’oltremare". La capacità di impreziosire finemente la tessitura musicale è innegabile e il nitore melodico comunque pregevole; in tal senso, Oltra Mar resta un brano di un certo fascino epidermico, anche se non riesce a nascondere la poca "carne" musicale messa al fuoco in proporzione alle ambizioni poetiche.

Nymphea Reflection (2001) si basa sul materiale musicale di un brano precedente per quartetto d’archi ed elettronica: Nymphea (1987). Quest’ultimo, giovandosi anche di prestigiose esecuzioni (dal Kronos Quartet al Quartetto Arditti), ha contribuito senza dubbio alla fama della Saariaho. Ora, in questo caso la compositrice sembra riprendere il testimone delle ricerche d’un tempo e sostituisce l’elettronica con un sapiente uso di un’orchestra di soli archi. Il nuovo brano è meno algido e più potente (per chi lo ha potuto godere in un’esecuzione dal vivo) del precedente e attraversato dalla declamazione sussurrata di un poema di Arsenij Tarkovskij, padre del famoso regista.

Il filo conduttore del cd della Ondine – il sesto dedicato monograficamente alla Saariaho – non è solo l’impianto orchestrale e il ravvicinato periodo di composizione dei brani (dal 1998 al 2001), quanto la figura del riflesso, esplicita (Cinq reflects; Nymphea reflection) o attualizzata (Oltra Mar) fin dai titoli. È lecito chiedersi quanto questa figura trovi effettiva concretizzazione nei brani qui ospitati, oltre un certo indugio nel sottolineare la discendenza "impressionista" del pensiero musicale dell’autrice.

Le inflessioni critiche di questa recensione sono proporzionali al talento che riconosciamo a Kaija Saariaho, e al desiderio che, aperte le luci della notorietà, non si spalanchino per lei anche quelle dell’accademismo.

Detto questo, l’incisione è di ottimo nitore e le interpretazioni di assoluta qualità, garantita, del resto, dall’impeccabile Jukka-Pekka Saraste. Il cd è consigliato solo per coloro che già conoscono il percorso della compositrice finlandese; tutte le altre pubblicazioni a lei dedicate dalla casa discografica Ondine sono superiori.

Pierluigi Basso Fossali

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