MONTEVERDI Claudio
Ottavo Libro dei Madrigali
La Venexiana
Claudio Cavina, direttore
GLOSSA
GCD 920928
3 CD

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Italians do it better

Un grande cuore rosso inciso nella copertina color legno spicca sul cofanetto dedicato a questa edizione dell’Ottavo Libro dei Madrigali di Claudio Monteverdi. Si tratta di una novità discografica molto attesa, che sancisce una tappa importante nel percorso della registrazione integrale del corpus madrigalistico monteverdiano che l’ensemble italiano La Venexiana sta completando per l’etichetta spagnola Glossa. Diciamo subito che non è semplice districarsi tra la quantità di sentimenti, impressioni, riflessioni e sconvolgenti novità suscitata dall’ascolto di questo triplo cofanetto, e forse proprio l’immagine di quel cuore rosso offre un primo, semplice approccio poiché raffigura forse ciò che questa edizione dell’Ottavo Libro desidera essere e comunicare: una lunga, inesauribile e geniale riflessione sull’amore e sull’erotismo.

Non si tratta dunque di un semplice catalogo di passioni o di situazioni codificate, ma lo svolgersi del sentimento amoroso nelle sue molteplici forme, nascosto a volte dentro una semplice parola, squarciato altrove dalla poesia controversa di Franceso Petrarca, o mirato direttamente al cuore dalla potenza distruttiva dei versi di Torquato Tasso, nel Combattimento di Tancredi e Clorinda. Proprio l’interpretazione che La Venexiana offre del famoso Combattimento ci sembra paradigmatica: la vicenda degli amanti guerrieri che si affrontano l’una contro l’altro, resi irriconoscibili dalle armature, si trasfigura in delirio erotico, in amor fou. Scompaiono qui finalmente gli accenti patetici e la declamazione superficiale: è la parola a condurre il gioco con il proprio ritmo legato al significante, alla comprensione di una trama psicologica torbida ma formulata con immagini poetiche altissime. A questo gioco la musica obbedisce non sottomettendosi o sostituendosi alla parola ma caricandosi di valori drammatici e "rappresentativi" tali da completare ed esplicitare la trama del disegno poetico. Spogliato di tutti i veli il Combattimento viene eseguito finalmente come la storia di un uomo e di una donna (che appare uomo) che si amano fino a distruggersi. Molto semplicemente.

Dunque, la lettura che Claudio Cavina e gli altri interpreti della Venexiana propongono dell’Ottavo Libro è un unione di sconvolgente modernità, affidata alla totale fiducia nella parola e nella stretta relazione tra testo e musica che per primo Monteverdi affermò con tenace consapevolezza di voler perseguire. Tutto ciò è sostenuto dalla eccezionale sensibilità e aderenza alla lingua italiana mostrata da tutti gli interpreti vocali. Non c’è sfumatura, accento, sillaba, inflessione, intenzione che sfugga, non c’è una delle migliaia di parole che compongono questo capolavoro assoluto della musica scritta-parlata-cantata che non sia scolpita in maniera men che perfetta da questo gruppo di cantanti-attori. Tutto avviene in stato di grazia e di apparente naturalezza, distribuito su tempi più che dilatati rispetto a molte precedenti interpretazioni, ma sostenuti dalla eccezionale presenza drammatica di cantanti e strumentisti che suscita tensione continua, quando non ammirato stupore per ciò che era scritto ma non era ancora stato ascoltato, sentito, provato, vissuto.

Anche lo stile di canto, finalmente libero da tecnicismi scolastici, sembra qui ri-creato per servire al meglio il genio di Monteverdi, lontano com’è dagli anacronismi stilistici che mal si sopportano nella musica rinascimentale, e ancor più di fronte ad una musica dotata di una tale libertà creativa e innovatrice, capace di scuoterci nei nostri più reconditi sentimenti e di rivelarceli come solo i veri capolavori e le grandi avventure del pensiero sanno fare. Certo, tutti gli esecutori risultano perfettamente "intonati", poiché è impossibile tradire le armonie, le dissonanze sempre necessarie ed espressive. Si tratta di una tecnica che si risolve in una analisi più che rigorosa delle diverse linee di canto, in una disciplina del recitar-cantando che, una volta assunta e assimilata, rifiuta ogni inquadramento nella logica del tempo musicale traducendosi in una "sprezzatura" intrepretativa espressa proprio nei numerosi piccoli episodi preziosi che è impossibile enumerare, ma che ci svelano un mondo di immaginazione, di fantasia e di libertà che ci pare di cogliere nella sua pienezza per la prima volta.

Alcune "storie" ci coinvolgono al massimo dell’emotività e della partecipazione: tra tutti il Lamento della Ninfa, affrontato da Roberta Mameli come una lunga improvvisazione jazz, secondo le intenzioni, saggiamente rivoluzionarie, espresse da Claudio Cavina nelle note di introduzione. Bisogna ricorrere al sax di John Coltrane, o al suono straziante della tromba di Miles Davis per trovare qualcosa di analogo al dolore dell’abbandono espresso in questo monologo. Basta soffermarsi ad ascoltare l’andamento palesemente swing del basso ostinato oppure l’accento con cui la Mameli intona una frase apparentemente banale come "amore… non mi tormenti più" per far rinascere e rivivere in ciascuno di noi la nostalgia e il ricordo delle sofferenze amorose. E il compianto dei pastorelli, che in altre edizioni poteva far pensare alla staticità di un presepio napoletano, tanto suonava artificiale e lezioso, qui diventa compassione profonda a metà tra il coro della tragedia greca e il gospel: un vero miracolo. Così come le sferzate di suono "create" per le danze del Ballo delle ingrate destano lo stesso stupore che ci aveva incantato nel tango sghembo e disperato della geniale Roxanne dei Police riscritta per il film "Moulin Rouge".

Siamo difronte ad una interpretazione dell’Ottavo Libro che non esitiamo a definire storicamente fondamentale poiché apre nuove prospettive nell’esecuzione della musica di Monteverdi, rompendo con ogni precedente convenzione, ammesso che si possa anche solo concepire il concetto di "convenzione" riferito a Monteverdi. Decenni di letture algide, di versi sublimi compresi male e pronunciati peggio (si pensi ai numerosi massacri subiti dal sonetto petrarchesco "Hor che il cielo e la terra") vengono seppelliti tutti in una volta da questa lettura così coraggiosa e moderna, e forse per questo così fedele allo spirito di quel grande genio innovatore che fu Claudio Monteverdi.

Daniela Goldoni

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