BUXTEHUDE Dietrich
Membra Jesu nostri Bux WV 75
Wär Gott nicht mit uns diese Zeit BuxWV 102
Walts Gott, mein Werk ich lasse BuxWV 103
Dresdner Kammerchor
Hans-Christoph Rademann
CARUS
83234
1 CD
69’ 01

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Sull’onda delle celebrazioni che hanno ricordato i trecento anni dalla morte di Dietrich Buxtehude (1637-1707) arrivano due nuovi compact disc dedicati ad alcune cantate sacre, scelte tra le numerose (112) composte dall’organista della Marienkirke di Lubecca.

Il compact In te Domine Speravi, affidato dalla casa discografica Accent alla direzione di Erik Van Nevel e all’ensemble vocale e strumentale Currende, presenta cinque cantate in lingua latina e tedesca. Il filo conduttore che sembra unirle è l’amore per il Signore, la fiducia più piena nella sua bontà e nel suo aiuto nei momenti difficili della vita. Tutti i testi ne cantano le lodi prefigurando un religiosità semplice, serena, piena di speranza e di abbandono all’amore di Dio, senza dubbi e tormenti. La musica di Buxtehude esprime la gioia di vivere, di cantare e suonare le lodi del Signore. Heirzlich liebhab ich dich, o Herr BuxWV 41, la cantata più lunga e articolata sia dal punto di vista compositivo che da quello drammatico, è un invocazione di aiuto nei i momenti più difficili della vita e nell’angoscia della morte, in cui prevale l’immagine di un Dio dolce, che ci invia un angelo per sostenerci nelle prove più dure, dove il dolore appare lontano, irreale.

La musica, incantevole e struggente, come al solito cattura l’attenzione di chi ascolta in questo come negli altri brani: concisi e incalzanti quelli in latino (Cantate Domino BuxWV12 e In te Domine Speravi Bux WV53), più distesi e complessi quelli in tedesco. Jesu Meine Freude BuxWV60, su testo in gran parte simile a quello che verrà più avanti musicato da Johann Sebastian Bach nel mottetto BWV 227, è interessante e presenta molte somiglianze anche melodiche con il più famoso e celebrato lavoro bachiano, successivo di circa quarant’anni.

Erik Van Nevel e l’ensemble Currende scelgono una chiave di lettura tutta basata sulla leggerezza e la scorrevolezza del canto e del suono, sottolineando lo spirito gioioso di Buxtehude. Il continuo è ben evidenziato, perfetto l’equilibrio tra voci e strumenti non disturbato da un accenno di riverbero che anzi ne sottolinea l’atmosfera leggermente euforica. Il suono terso, morbido, liquido sostiene la chiarezza delle intenzioni e degli affetti, al di fuori di rigidezze e austerità. Insomma, è un gran bell’ascoltare.

Hans-Christoph Rademann con il Dresden Kammerchor si cimenta con una nuova edizione della cantata più famosa di Buxtehude, Membra Jesu Nostri. Rademann allunga una striscia di grandi interpreti che prima di lui ci hanno offerto la loro lettura di questa che può essere considerata l’ opera più compiuta e articolata del compositore nordico. Lo avevano infatti preceduto John Eliot Gardiner e René Jacobs primi dell’era "moderna" nel 1990, quindi , nel 2006 Jos Van Veldhoven e Konrad Junghänel. La sua interpretazione sembra voler privilegiare la parte strumentale, evidenziata anche dalla qualità dell’incisione, più focalizzata sugli strumenti che sulle voci. Così la tiorba che accompagna le arie si staglia nettamente, conferendo una patina arcaica alla lettura di Rademann, che si rivela austera, del tutto scevra di pathos. I sette numeri della cantata sono resi evidenziando le peculiarità e le differenze di clima musicale, a scapito dell’unitarietà e della ricerca di colori drammatici presenti in altre interpretazioni (Jacobs e van Veldhoven ad esempio).

Le due cantate che completano il compact ne costituiscono, a nostro parere, il pezzo forte. Innanzitutto sono inedite, e all’apparenza di relativo interesse, trattandosi di due tra i più classici corali luterani a quattro voci, ma l’accompagnamento di due violini e continuo, spettacolare e variato al massimo, impressiona per la grazia con cui riveste le rigide melodie della tradizione.

Daniela Goldoni

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